È da studente a Stanford che Peter Thiel getta le fondamenta di un potere nuovo, radicalmente diverso da quello della Silicon Valley raccontata nei pitch deck e nei TED Talk. Non potere fondato sulla visibilità, sull’evangelismo tecnologico o sul culto del fondatore carismatico, ma su reti opache, influenza culturale e capitale strategico. A Stanford Thiel studia filosofia e diritto, ma soprattutto studia il conflitto. Legge Hobbes e Carl Schmitt mentre attorno a lui prende forma il mito californiano della tecnologia come forza naturalmente progressista. Lui non ci crede. Intuisce che la tecnologia non emancipa di per sé, amplifica chi già comanda.

La cofondazione di PayPal è il primo banco di prova. Non è solo una startup di pagamenti digitali, ma un esperimento di disintermediazione monetaria, una sfida diretta allo Stato come monopolista della fiducia. PayPal fallisce come progetto politico, ma vince come scuola di potere. Da lì nasce una generazione di imprenditori che dominerà il capitalismo tecnologico, ma Thiel resta una figura a parte. Mentre altri cercano consenso, lui accumula leve.

È tra i primi a scommettere sul dominio tentacolare di Facebook, comprendendo prima di molti che il vero valore non è la socialità, ma la sua cartografia. I grafi sociali sono mappe di comportamento futuro. Airbnb segue la stessa logica. Non possedere asset, ma governare flussi. Non produrre valore, ma orchestrarlo. Thiel investe dove il controllo è strutturale, non visibile.

Con Palantir Technologies il disegno diventa esplicito. I dati non sono più un sottoprodotto dell’economia digitale, ma l’infrastruttura strategica del nostro tempo. Il libro mostra come Palantir venga progettata per servire governi, apparati di sicurezza, eserciti. Dall’analisi dei sistemi sanitari alla sicurezza predittiva basata sull’anticipazione dei comportamenti criminali, in una logica che richiama apertamente Minority Report, fino all’impiego nei teatri di guerra come Gaza. Qui la Silicon Valley smette definitivamente di fingere neutralità. La tecnologia diventa dottrina.

Ma L’anima nera della Silicon Valley non è solo la storia di un imprenditore. È il ritratto di un progetto politico. Thiel è il primo grande investitore tecnologico a sostenere apertamente Donald Trump, rompendo il fronte progressista che per anni aveva rappresentato la narrazione ufficiale della West Coast. Non è una provocazione estemporanea. È una scelta calcolata. Trump è visto come strumento di rottura dell’ordine liberale, non come fine. Un acceleratore del caos necessario per riscrivere le regole.

Il vero capolavoro politico, racconta il libro, è J.D. Vance. Thiel lo prende da sconosciuto di provincia e lo accompagna fino ai vertici della Casa Bianca. Non per affinità emotiva, ma per compatibilità ideologica. Vance incarna l’idea che la democrazia liberale abbia fallito e che serva una nuova élite, più consapevole, meno sentimentale. La politica diventa così un’estensione dell’investimento venture, con orizzonti di lungo periodo e ritorni di potere anziché di capitale.

Anticonformista, giocatore di scacchi, ossessionato dal rapporto tra libertà e potere, Thiel considera la libertà non un diritto universale ma una variabile da ottimizzare. Il suo interesse per il superamento dei limiti della vita umana, dalla longevità estrema al transumanesimo, non è un vezzo da miliardario eccentrico. È una visione coerente. Più tempo significa più controllo, più accumulazione, più capacità di incidere sulla storia.

Attorno a lui si muove una cerchia ristretta di imprenditori, finanziatori e figure chiave dell’establishment che operano lontano dai riflettori. Nessuna esposizione mediatica, nessuna filantropia rumorosa. Solo influenza. Sono loro a decidere, spesso in modo informale, il futuro del capitalismo tecnologico e della nuova destra americana. Non una destra nostalgica, ma una destra post-liberale, tecnocratica, convinta che il mondo vada governato come un sistema complesso e non come una comunità morale.

L’obiettivo finale, suggerisce il libro senza mai dichiararlo apertamente, è ridisegnare la mappa del potere nel dopo-Trump. Non restaurare l’ordine precedente, ma costruirne uno nuovo, in cui tecnologia, politica e capitale non siano più ambiti separati ma un’unica architettura. Peter Thiel non cerca consenso. Cerca inevitabilità. Ed è forse questo, più di ogni altra cosa, a rendere la sua storia così inquietante.

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