Il nuovo saggio di Michele Mezza, “Guerre in codice: come le intelligenze artificiali resettano la democrazia”, si colloca come il capitolo conclusivo di una trilogia sulla guerra ibrida, quel conflitto liquido e globale in cui le armi convenzionali cedono il passo alle manipolazioni cognitive e alle interferenze informative. Mezza, giornalista di lungo corso con esperienze in Russia e Cina e docente universitario alla Federico II di Napoli, trasforma la sua esperienza sul campo in un’analisi lucida e spietata delle nuove dinamiche di potere tra tecnologia e politica, mostrando come l’era digitale non sia solo un acceleratore di notizie, ma uno strumento diretto di governo e controllo.

Il libro si apre richiamando il saggio di Peter Thiel, “Momento Straussiano”, scritto nel 2004 ma oggi stranamente attuale, ribadendo il concetto chiave che Mezza definisce come il “Peter Thiel’s switch”: la tecnologia deve governare direttamente, mentre la politica si riduce a mero amplificatore comunicativo. Thiel, attraverso Palantir e la sua visione di monopolio predittivo dei dati, traccia una rotta in cui la libertà e la sicurezza si fondono in un unico apparato tecnologico, capace di orientare comportamenti, pensieri e decisioni, ridisegnando i confini tra pubblico e privato. Il saggio fa emergere come ciò che un tempo appariva distopico oggi si manifesti nella realtà concreta: dalla gestione delle crisi in Ucraina e Gaza fino alle mosse strategiche in Groenlandia e Venezuela, con l’ombra della Silicon Valley e di Thiel sempre più vicina ai centri del potere americano.

Mezza distingue con chiarezza una nuova “tecnodestra”, diversa dalla destra tradizionale. Non più repressione, ma accelerazione della proprietà privata e del dominio digitale come principio regolatore dello stato. La Casa Bianca sotto Thiel e Vance diventa laboratorio di raccolta globale dei dati, dove ogni comportamento umano può essere tracciato e reinterpretato dai linguaggi delle intelligenze artificiali. Le piattaforme, da Google a Meta, fino ai principali fornitori di AI, elaborano sistemi semantici sofisticati per penetrare nelle nostre psicologie, trasformando giornalismo e informazione in strumenti della sicurezza nazionale, strumento di guerra psicologica e di dominio cognitivo.

In questo scenario, Mezza propone una lettura che coniuga critica tecnologica e pragmatismo politico. Il giornalismo, spiega, può ancora essere laboratorio di resistenza: il decentramento tecnologico, la possibilità di trasformare dispositivi complessi in strumenti semplici e accessibili, apre spiragli per figure artigianali capaci di intervenire sulle AI, personalizzando addestramento, linguaggi e applicazioni. Giornalisti e redazioni possono recuperare autonomia se si trasformano in attori epistemologici consapevoli, capaci di “addestrare” le intelligenze artificiali invece di esserne succubi. L’autore suggerisce quindi una nuova dialettica sociale, una democrazia epistemologica in cui l’informazione non è più subordinata al potere tecnologico, ma ne diventa antagonista attiva e progettuale.

Mezza utilizza esempi concreti, dal conflitto in Ucraina alla guerra a Gaza, fino alla geopolitica emergente di Groenlandia e Venezuela, per mostrare come la guerra ibrida non sia più confinata a scenari militari tradizionali. La strategia digitale degli Stati maggiori, già visibile dieci anni fa con strumenti come Cambridge Analytica, dimostra che alterare il senso comune e manomettere i linguaggi equivale oggi a controllare l’azione politica e sociale. In questo contesto, la cybersecurity diventa un tema centrale anche per l’Italia, dove il potenziale tecnologico nazionale, dai supercomputer ai giacimenti semantici, potrebbe essere la chiave per riconquistare indipendenza digitale e sovranità cognitiva.

L’autore non rinuncia all’ironia e alla lucidità analitica: il salto dalla mitologia dei “ragazzini nei garage” alla Silicon Valley come epicentro di potere globale è tratteggiato con tono provocatorio, smontando retoriche consolatorie. Il capitolo finale sul giornalismo, intitolato “Giornalismo di sicurezza”, restituisce una visione radicale della professione: oggi la cronaca non è più solo narrazione, ma funzione di salvaguardia epistemica, strumento di resistenza contro il dominio algoritmico. Come sottolinea Mezza, occorre sapere “un bit più dei padroni delle piattaforme” per rigenerare una democrazia assediata.

“Guerre in codice” non è solo un saggio sulla tecnologia o sulla politica, ma un manifesto per un giornalismo e una società che vogliono conservare la capacità critica e l’autonomia decisionale. Michele Mezza consegna al lettore una riflessione essenziale sui rischi di una governance algoritmica globale e sulle opportunità di emancipazione offerte dal decentramento digitale. La trilogia si chiude quindi con una sfida aperta: resistere all’invasione dei codici senza cadere nella rassegnazione, trasformando la conoscenza tecnologica in potere civico e consapevolezza critica.

Questo libro è un invito a guardare oltre la superficie dei conflitti contemporanei, a decifrare le strategie dei nuovi registi del potere digitale, e a interrogarsi su come la democrazia possa sopravvivere in un mondo dove le intelligenze artificiali non solo interpretano la realtà, ma la riscrivono.

Michele Mezza, “Guerre in codice“, Donzelli editore, 2026, euro 16,00

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