Il numero che, più di tutti, racconta il quarto trimestre 2025 di Microsoft, non è il fatturato, pur cresciuto del 17% fino a 81,3 miliardi di dollari, non è nemmeno Azure al 39% anno su anno, leggermente sotto il trimestre precedente. Il numero davvero interessante è 625 miliardi di dollari. È la montagna di obblighi di prestazione rimanenti, il backlog, il fatturato promesso ma non ancora incassato. Una cifra che da sola vale più di molte Big Tech messe insieme e che racconta meglio di qualsiasi slogan cosa stia diventando Microsoft nell’era dell’AI: una banca infrastrutturale con server al posto dei caveau.
Il mercato però non ama le storie complesse. Ama i numeri semplici e soprattutto ama i margini. Così mentre Satya Nadella snocciola backlog, Copilot e data center, il titolo scivola del 4% nell’after hours. Perché dietro la narrativa della crescita infinita c’è un dettaglio fastidioso: questa crescita costa. E costa moltissimo.
Il fatturato sale, sì, ma a un ritmo leggermente più lento rispetto al trimestre precedente. Non è un segnale di crisi, è un segnale di maturità. Microsoft non è più un’azienda che cresce per inerzia software. È un colosso che sta riconvertendo se stesso in una macchina industriale pesante, energivora, capital intensive. Chi pensava che il cloud fosse una rendita leggera, simile a una licenza Office moltiplicata per milioni di utenti, sta guardando il film sbagliato.
Azure cresce del 39%, un numero che qualsiasi CEO appenderebbe in sala riunioni. Ma quel numero non è più sufficiente a calmare Wall Street. Perché Azure oggi è soprattutto AI, e l’AI è soprattutto hardware, chip Nvidia, data center, contratti pluriennali e ammortamenti che non fanno prigionieri. Microsoft non scompone i ricavi di Azure in dollari, e non è un caso. Quando smetti di dare dettagli, di solito non è perché le cose vanno male, ma perché sono più complicate di quanto il mercato sia disposto ad ascoltare.
Il backlog da 625 miliardi racconta una storia potente ma anche pericolosa. È cresciuto dai 392 miliardi del trimestre precedente, un balzo che non si spiega con la normale domanda enterprise. Il motore è OpenAI. Microsoft lo dice senza girarci intorno: il 45% di questi obblighi di prestazione rimanenti, pari a 281,2 miliardi di dollari, proviene da OpenAI. Il resto arriva da altri clienti AI, tra cui Anthropic. Traduzione per chi non ama il gergo contabile: Microsoft ha scommesso una parte enorme del suo futuro su pochi attori iper affamati di calcolo.
Qui la narrazione diventa sottile. Da un lato, avere OpenAI e Anthropic come clienti significa essere al centro dell’ecosistema AI globale. Dall’altro, significa dipendere da aziende che bruciano capitale a una velocità impressionante e che vivono in un equilibrio delicato tra hype, regolatori e modelli di business ancora instabili. Microsoft dice che serviranno in media 2,5 anni per trasformare questo arretrato in fatturato. Due anni e mezzo sono un’era geologica nel mondo dell’intelligenza artificiale.
Nel frattempo, bisogna costruire. E costruire costa. Le spese in conto capitale nel trimestre di dicembre hanno raggiunto 37,5 miliardi di dollari, in aumento del 66% su base annua. Non è un refuso. Sessantasei per cento. Due terzi di questa spesa sono finiti in asset a breve termine come i chip. È una corsa agli armamenti siliconici, con Nvidia nel ruolo del mercante di armi che incassa comunque vada la guerra.
Il risultato è che il flusso di cassa libero scende a 5,9 miliardi di dollari, in calo del 9% rispetto all’anno precedente. Microsoft è ancora una macchina da soldi, ma per la prima volta da tempo il denaro che entra non cresce allo stesso ritmo della narrazione. È il prezzo dell’AI su scala industriale. Chi prometteva margini cloud eternamente crescenti ora deve spiegare perché servono decine di miliardi di capex solo per restare in partita.
In questo scenario entra in scena Copilot. Microsoft ha finalmente messo un numero sul tavolo: 15 milioni di abbonati paganti a Office 365 Copilot. Non utenti attivi, non trial, non demo. Paganti. A partire da 30 dollari al mese per postazione. Anche ipotizzando sconti enterprise, stiamo parlando di un prodotto che corre verso miliardi di dollari di fatturato annuo. Ed è qui che la strategia Microsoft mostra il suo lato più elegante.
Copilot non è solo un assistente AI. È una tassa sull’abitudine. Excel, Word, PowerPoint sono già infrastruttura cognitiva per milioni di aziende. Aggiungere l’AI lì dentro significa non dover convincere nessuno a cambiare piattaforma, solo a pagare un extra per essere un po’ più veloce, un po’ più smart, o almeno per sentirsi tali. A confronto, i 35 milioni di utenti paganti di ChatGPT a luglio scorso raccontano un’altra storia: quella di un prodotto consumer che deve continuamente giustificare il proprio valore mese dopo mese.
Microsoft gioca un’altra partita. Trasforma l’AI in una riga di costo ricorrente nel budget IT. Non entusiasma, normalizza. Ed è probabilmente la strategia più cinica e più efficace di tutte.
C’è poi il capitolo OpenAI, che nel trimestre ha regalato a Microsoft un utile per azione da 5,16 dollari, nettamente superiore al solito. Il motivo non è una magia contabile, ma la ristrutturazione completata a ottobre, che ha dato a Microsoft una partecipazione del 27% nella società. Per la prima volta, Redmond registra utili e perdite sulla sua quota in OpenAI, invece di limitarsi a contabilizzare le perdite operative. Per chi ama i dettagli, Microsoft ha anche fornito un EPS non GAAP di 4,14 dollari, escludendo l’effetto OpenAI, giusto per non confondere troppo gli analisti.
Il messaggio implicito è chiaro. OpenAI non è più solo un cliente che consuma cloud. È un asset strategico che influenza direttamente i conti di Microsoft. Questo rende il rapporto ancora più delicato. Se OpenAI cresce, Microsoft incassa due volte, come fornitore di infrastruttura e come azionista. Se OpenAI inciampa, l’effetto si propaga immediatamente su bilancio, margini e narrativa.
Il mercato, per ora, resta scettico. Non perché dubiti della crescita, ma perché intuisce il rischio di una trasformazione strutturale. Microsoft sta diventando sempre meno una software company leggera e sempre più una utility dell’intelligenza artificiale. Le utility crescono lentamente, investono enormemente e sono amate finché non devono spiegare perché i profitti non esplodono.
Il paradosso è che Microsoft sta facendo quasi tutto giusto. Ha clienti, ha tecnologia, ha capitale, ha un posizionamento che nessun altro può replicare facilmente. Ma sta anche dimostrando una verità che l’industria preferisce ignorare: l’AI su larga scala non è una miniera d’oro immediata, è un’infrastruttura costosa che premia chi ha pazienza e nervi saldi.
Il backlog da 625 miliardi è una promessa. Le spese da 37,5 miliardi a trimestre sono il prezzo di quella promessa. In mezzo c’è Copilot, il tentativo di trasformare l’AI da sogno futuristico a voce stabile di fatturato. Il mercato deciderà se questa alchimia regge. Nel frattempo, Microsoft continua a costruire data center come se fossero fabbriche del Novecento, ma con un sorriso da software company. Ed è proprio questo mix, metà industriale e metà digitale, a rendere il suo futuro affascinante e inquietante allo stesso tempo.