Quando le parole “non profit”, “advocacy” e “interesse pubblico” iniziano a convivere troppo serenamente con consulenze milionarie, super PAC, campagne pubblicitarie aggressive emerge una sorprendente opacità giuridica. Il caso di Nathan Leamer è istruttivo, quasi didattico, per capire come l’intelligenza artificiale sia ormai meno un tema di policy e più un campo di battaglia industriale mascherato da dibattito democratico.

Per anni Leamer è stato presentato come una voce autorevole della politica tecnologica. Direttore esecutivo del Digital First Project, citato da commissioni del Congresso e dalla Casa Bianca, editorialista prolifico, commentatore ufficiale del Piano d’Azione per l’IA. Una carriera lineare, apparentemente coerente, culminata nella recente nomina a direttore esecutivo di Build American AI, organizzazione di advocacy collegata al super PAC Leading the Future e sostenuta apertamente dall’industria. Un’evoluzione naturale, verrebbe da dire, se non fosse che a guardare meglio Digital First Project non esiste. Non metaforicamente. Giuridicamente.

Digital First si definisce una non profit che lavora per colmare il divario digitale e promuovere politiche favorevoli al mercato. Peccato che non risulti registrata come entità legale autonoma. Nessun 501(c)(3), nessun 501(c)(4), nessuna struttura formalmente riconosciuta. Alla richiesta di chiarimenti, Leamer ha spiegato che Digital First è in realtà un progetto interno ad American Resolve, una organizzazione 501(c)(4) fondata nel 2022. Una precisazione che, invece di chiarire, apre una voragine.

American Resolve nasce per iniziativa di Stephen DeMaura, all’epoca vicepresidente di Targeted Victory, una delle più influenti società di consulenza repubblicane specializzate in campagne digitali. Oggi DeMaura è vicedirettore esecutivo del Comitato Senatoriale Repubblicano Nazionale. All’epoca della fondazione di American Resolve, Leamer era vicepresidente degli affari pubblici di Targeted Victory. La porta girevole non è una metafora. È un modello operativo.

I documenti fiscali analizzati attraverso Nonprofit Explorer di ProPublica raccontano una storia che farebbe sobbalzare qualsiasi revisore dei conti con un minimo di amor proprio. Nel 2022 e nel 2023 oltre il 75 per cento delle spese di American Resolve è finito direttamente a Targeted Victory. Nel primo anno, su 266.405 dollari di spese totali, 200.405 sono stati spesi per “collocamenti di consulenza sui media” con Targeted Victory. Spese per il personale: zero. Nel 2023 lo schema si ripete, con entrate per 547.000 dollari e spese per 399.473, di cui 344.038 destinati alla stessa società per “servizi media e sul campo”.

Qui non siamo davanti a una non profit che esternalizza una parte delle attività. Siamo davanti a un veicolo finanziario che incanala fondi verso una società di consulenza politicamente schierata, senza personale interno, senza trasparenza sui donatori, senza una reale distinzione tra advocacy e operazioni di campagna. Una struttura perfetta per fare lobbying senza chiamarlo lobbying. Una curiosità degna di nota: l’ultimo documento del 2024 indica una spesa di 157.500 dollari, ma senza specificare i destinatari. In compenso conferma che American Resolve è ora gestita da Tad Rupp, partner di Targeted Victory, con Jill Barclay, ex CEO della stessa società, come segretaria. Barclay è anche presidente di Build American AI. Il cerchio si chiude con un’eleganza quasi estetica.

Il tema dell’indipendenza dell’advocacy diventa quindi inevitabile. Digital First, formalmente un progetto, sostanzialmente una sigla, ha promosso campagne pubbliche che coincidono in modo sospetto con gli interessi dei clienti di Targeted Victory. Nel 2022 il Washington Post ha rivelato che Meta aveva ingaggiato Targeted Victory per orchestrare una campagna nazionale contro TikTok. All’inizio del 2023 Digital First ha pubblicato annunci anti TikTok che parlavano dei rischi per la sicurezza nazionale e accusavano la piattaforma di spiare gli utenti americani. Coincidenze, certo. Come i blackout elettrici che colpiscono sempre gli stessi quartieri.

Il quadro si complica ulteriormente quando si osservano i flussi di denaro verso organizzazioni collegate ai protagonisti. Nel 2022 American Resolve ha versato 20.000 dollari alla Taxpayers Protection Alliance. Leamer siede nel consiglio di amministrazione di questa organizzazione dal 2020. DeMaura ne è dirigente dal 2014. Nessuna dichiarazione ufficiale sul finanziamento. Nessun commento da parte dei diretti interessati. Trasparenza come keyword, ma solo nei comunicati stampa.

Nel frattempo Build American AI si è posizionata come uno degli attori centrali nella campagna dell’industria contro la regolamentazione statale dell’intelligenza artificiale. Leamer era alla Casa Bianca poco prima che il presidente Trump sostenesse pubblicamente la prelazione federale sulle leggi statali sull’IA. Una posizione che piace molto alle grandi aziende e molto meno ai legislatori locali che provano a mettere qualche paletto. A supporto di questa linea è stata lanciata una campagna pubblicitaria da 10 milioni di dollari. Advocacy, dicono. Marketing politico, direbbe chiunque abbia mai visto un bilancio.

Leading the Future, la rete di super PAC a cui Build American AI è affiliata, ha speso oltre 444.000 dollari per contrastare il deputato newyorkese Alex Bores, promotore del RAISE Act statale sull’intelligenza artificiale. La rete è guidata da Zac Moffatt, cofondatore di Targeted Victory, e da Josh Vlasto, portavoce anche del super PAC crypto Fairshake. Qui emerge un pattern interessante: le stesse strutture, gli stessi consulenti, le stesse tattiche già sperimentate con successo nel settore delle criptovalute vengono ora applicate all’intelligenza artificiale. Cambia la tecnologia, non il manuale operativo.

Stand With Crypto, gruppo guidato dal vicepresidente di Targeted Victory, ha valutato i candidati politici in base al loro allineamento con l’industria crypto. Build American AI utilizza un questionario per i candidati con domande analoghe sulle politiche IA. La logica è identica. Premiare gli amici. Punire i dissidenti. Chiamarla democrazia partecipativa.

Dall’altra parte del campo si sta organizzando una risposta speculare. I sostenitori della sicurezza dell’intelligenza artificiale stanno preparando una rete di super PAC, un 501(c)(4) chiamato Public First e due PAC associati. Anche qui, stesso modello, diverso messaggio. L’innovazione corre veloce, ma le strutture di potere restano sorprendentemente conservative.

Quando interpellato, Leamer ha risposto attaccando la testata che ha sollevato le domande, accusandola di essere finanziata da organizzazioni impegnate in una “crociata ideologica” contro la leadership americana nell’IA. Una strategia difensiva classica. Spostare il focus dal merito ai finanziatori. Non ha però fornito alcun elenco dei donatori di Digital First Project, American Resolve o Build American AI. Leadership sì, trasparenza meno.

La vera questione, per chi osserva questo scenario con un minimo di distacco strategico, non è se tutto questo sia legale. Probabilmente lo è. La questione è se sia sano. L’intelligenza artificiale viene presentata come la grande sfida geopolitica del secolo, una corsa contro la Cina, una leva per la crescita economica e la sicurezza nazionale. Ma dietro la retorica si intravede un ecosistema di advocacy che assomiglia più a un’operazione di influenza industriale che a un confronto aperto sulle regole del gioco.

Il paradosso è evidente. Si invoca un quadro normativo federale per evitare la frammentazione statale, ma si utilizza una frammentazione organizzativa estrema per schermare i flussi di denaro e le responsabilità politiche. Si parla di proteggere famiglie e comunità, mentre le decisioni vengono prese in stanze dove i confini tra consulenza, lobbying e campagna elettorale sono volutamente sfocati. L’intelligenza artificiale, ancora una volta, non è il problema. È il pretesto. E come spesso accade, la vera innovazione non sta negli algoritmi, ma nella capacità di riciclare vecchi modelli di potere in nuovi contenitori tecnologici.