In un momento preciso in cui abbiamo smesso di parlare di futuro e abbiamo iniziato a inseguire notifiche. Non ce ne siamo accorti, perché la transizione è avvenuta con il sorriso. Icone colorate, onboarding gentile, la promessa implicita che tutto sarebbe stato più semplice, più veloce, più democratico. Internet doveva essere l’infrastruttura morale del XXI secolo, non solo quella tecnica. Doveva ridurre le asimmetrie, distribuire conoscenza, creare anticorpi contro il potere. Invece ha fatto una cosa più sottile e quindi più pericolosa. Ha ridefinito cosa intendiamo per progresso senza mai dichiararlo apertamente.

Per anni abbiamo raccontato internet come un moltiplicatore di libertà. Era una narrazione comoda, quasi obbligatoria. Chi osava dubitare veniva classificato come luddista, nostalgico, tecnofobo. Il peccato originale non è stato l’errore di valutazione. È stata l’assenza di governance. Abbiamo delegato a ingegneri e venture capitalist una questione che era politica, culturale, antropologica. Come se il design delle piattaforme fosse neutro. Come se gli algoritmi non fossero ideologia compressa in codice.

C’è una frase che andrebbe incisa sopra ogni data center. “Gli algoritmi non sono oggettivi, sono ottimizzati”. Ottimizzati per cosa. Per il tempo di permanenza. Per l’engagement. Per la monetizzazione dell’attenzione. Non per la verità, non per la qualità del dibattito pubblico, non per la costruzione di una cittadinanza digitale matura. È qui che qualcosa è andato storto. Non quando sono arrivati i social, ma quando il modello di business ha iniziato a premiare la polarizzazione come strategia di crescita.

All’inizio sembrava tutto innocuo. Ritrovare compagni di scuola. Condividere foto. Mettere like. Poi la timeline è diventata un’arena. Il feed un campo di battaglia cognitivo. La viralità ha sostituito la rilevanza. La velocità ha schiacciato la profondità. E la democrazia, che vive di tempo lento, mediazione e complessità, ha iniziato a soffocare in un ecosistema progettato per l’istinto, non per il pensiero.

La Silicon Valley ha raccontato a lungo una favola meritocratica. Innovazione come redenzione. Tecnologia come neutralizzatore dei conflitti. Poi, senza soluzione di continuità, la stessa Valley ha stretto alleanze sempre più esplicite con il potere politico, militare, securitario. Non è un tradimento. È una conseguenza logica. Quando controlli le infrastrutture cognitive di miliardi di persone, sei già un attore geopolitico. Fingere il contrario è ipocrisia ben finanziata.

L’intelligenza artificiale generativa ha accelerato tutto. Non ha creato il problema, lo ha reso sistemico. Se i social hanno distorto la percezione della realtà, l’AI rischia di sintetizzarla in versioni sempre più convincenti e sempre meno verificabili. Non perché sia cattiva. Ma perché è addestrata su un mondo già distorto. Garbage in, plausibility out. La verità diventa una media statistica. Il consenso una simulazione. La manipolazione un servizio scalabile.

Qui entra in gioco un equivoco che molti fingono di non vedere. L’AI non è solo una tecnologia. È un moltiplicatore di potere. Chi controlla i modelli, i dati, l’infrastruttura computazionale controlla la capacità di definire cosa è rilevante, cosa è visibile, cosa è dicibile. Non è censura classica. È molto più elegante. È ranking. È priorità. È silenzio algoritmico.

Nel frattempo la politica rincorre. Regola tardi. Male. Spesso senza capire. L’Europa prova a costruire un argine normativo. L’AI Act è un tentativo serio ma insufficiente se non accompagnato da una strategia industriale e culturale. Non basta limitare i rischi. Bisogna ripensare il modello. Perché una democrazia che delega la formazione dell’opinione pubblica a sistemi opachi progettati altrove è una democrazia in outsourcing.

C’è poi il tema più rimosso di tutti. La responsabilità individuale. È troppo facile dare la colpa agli algoritmi. Gli algoritmi amplificano ciò che funziona. Funziona ciò che noi consumiamo. Indignazione, tribalismo, semplificazione. Il cittadino digitale è diventato utente. L’utente non ha doveri, solo diritti percepiti. Il risultato è una società iperconnessa e cognitivamente fragile. Informata ma non consapevole. Reattiva ma non riflessiva.

Un dato fa sorridere amaramente. I fondatori delle grandi piattaforme limitano l’uso dei social ai propri figli. Le élite tecnologiche praticano una forma di astinenza selettiva mentre monetizzano la dipendenza altrui. Non è complottismo. È razionalità. Chi conosce gli effetti collaterali evita l’abuso. Gli altri scrollano.

La crisi della democrazia digitale non è un destino inevitabile. È una traiettoria. E le traiettorie possono essere corrette. Ma serve un cambio di paradigma. Serve accettare che la tecnologia non è solo un settore economico. È una forza strutturante della società. Va governata come tale. Con competenza. Con visione. Con il coraggio di dire no quando il mercato chiede sì.

Serve anche un nuovo umanesimo tecnologico, espressione abusata ma necessaria se la si riempie di contenuto. Significa progettare sistemi che tengano conto dei limiti cognitivi umani, non che li sfruttino. Significa premiare la qualità dell’informazione, non solo la quantità di interazioni. Significa educazione digitale come infrastruttura critica, non come materia opzionale.

Il futuro non è stato rubato. È stato ipotecato. E ogni ipoteca può essere rinegoziata, a patto di smettere di raccontarci che va tutto bene perché l’app funziona. La domanda non è se l’intelligenza artificiale distruggerà la democrazia. La domanda è se la democrazia saprà evolversi abbastanza velocemente da governare l’intelligenza artificiale.

Qualcosa è andato storto, sì. Ma riconoscerlo è il primo atto di lucidità dopo una lunga sbornia tecnologica. Il secondo atto è decidere se vogliamo restare utenti o tornare cittadini. Anche online.

Riccardo Luna, “Qualcosa è andato storto“, Solferino, 2025, euro 17,00

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