Nel chiarore fioco di un garage riconvertito nella campagna dell’Hampshire, Peter Hickman era chino sul suo ricevitore a onde corte, un vecchio apparato che aveva visto giorni migliori ma che ancora catturava segnali dall’etere come un segugio sulla traccia. Hickman non era un radioamatore dilettante nel senso dispregiativo del termine: era un ex analista di intelligence elettronica del GCHQ di Cheltenham, che trascorreva la pensione a dare la caccia ai fantasmi della Guerra Fredda. La frequenza 4625 kHz era la sua veglia notturna: il ronzio monotono di UVB-76, ora Nzhti, pulsava come un battito meccanico dal 1976. Era l’enigma russo, un faro del giorno del giudizio legato al Distretto Militare Occidentale, la cui funzione restava avvolta nelle smentite del Cremlino. Le deviazioni dal segnale standard avevano annunciato crisi in passato: l’invasione sovietica dell’Afghanistan, il disastro di Chernobyl, l’annessione della Crimea. Hickman conosceva i pattern a memoria.

La sera del 30 gennaio, alle 19:33 ora di Mosca, le 16:33 GMT, il ronzio si interruppe. Una voce maschile, piatta e meccanica, scandì: «Nzhti 404246 Morbitere 740022». Poi silenzio, prima che il ronzio riprendesse come se nulla fosse accaduto. La mano di Hickman si bloccò sulla manopola. Riascoltò la registrazione tre volte, annotando la dizione nitida, l’assenza di interferenze. Non era un guasto. Caricò il file sul forum UVB-76 Logs, un angolo oscuro del web dove i radioamatori si radunavano come falene attorno a una fiamma. «Deviazione registrata», scrisse. «Nuova stringa. Analisi?».

Il forum esplose.

A San Pietroburgo un giovane appassionato, Dmitri Kozlov, incrociò il codice con i vecchi cifrari militari russi. «Morbitere», postò. «Radici latine? Morbus – malattia. Itere – viaggio. Morbo in viaggio? Pandemia in movimento?» Il thread si gonfiò. Dal Texas un radioamatore intervenne: «I numeri potrebbero essere coordinate. 40.4246 N, 74.0022 W – periferia di New York». Il panico prese piede. Sui canali Telegram si moltiplicavano i catastrofisti: «Fate scorta di medicinali», esortava uno. «E’ un attacco biologico» asseriva un altro. «Io sto preparando le valigie, mio marito al Ministero della Difesa dice che è grave» suggeriva un altro profilo. I social amplificavano l’isteria: #MorbitereDoom diventò trending su X e anche sulle altre piattaforme social, con meme di pericoli biologici sovrapposti alla silhouette del Cremlino. Il mondo oscillava sull’orlo del baratro, sui sussurri di un’arma biologica russa puntata contro l’Occidente.

Nei sotterranei di Vauxhall Cross, sede dell’MI6 sul Tamigi, Sir Nigel Irvine, un veterano del mestiere, ormai in semi-pensione ma occasionalmente richiamato per “consulenze”, fissava il rapporto d’intercettazione. A settantotto anni, gli occhi ancora acuti dietro gli occhiali con la montatura di metallo, Irvine aveva affrontato complotti sovietici ai suoi tempi ed era abituato agli inganni più silenziosi. «Puzza di depistaggio», mormorò al suo protetto, il maggiore Simon Preston, un analista alto e dinoccolato con una passione per la crittologia. Preston annuì, le dita che danzavano su un terminale protetto. «Il GCHQ l’ha segnalato per primo, signore. La CIA è in fibrillazione».

Oltreoceano, in una sala operativa senza finestre al quartier generale della CIA, Adam Munro, altro veterano del mestiere, esaminava gli stessi dati. Munro, con il vestito sgualcito e la barba perenne delle cinque del pomeriggio, ora coordinava i rapporti con gli alleati. Un collegamento video sicuro si attivò. «Nigel», salutò Munro, «il vostro radioamatore dell’Hampshire ci ha battuti di ore. I social sono in fiamme , il pubblico pensa a un attacco biologico».

Il Ministero della Difesa russo emise una smentita secca: «Nessuna trasmissione del genere. Manutenzione di routine. Le speculazioni sono infondate». Ma Irvine fiutava sangue. «Smentiscono sempre», disse. «Preston, scava su “Morbitere”. Munro, i vostri contatti a San Pietroburgo… riuscite a fare un po’ di pressione?». Le squadre si misero in moto. A Londra i crittografi dell’MI6 attaccarono la stringa: Nzhti era il callsign, 404246 forse un seriale, 740022 un verificatore. Ma «Morbitere» sfuggiva. L’etimologia latina suggeriva «viaggio della morte», alimentando il terrore di un patogeno ingegnerizzato in rotta verso una capitale NATO. Agenti dell’MI6 e della CIA pedinavano diplomatici russi, mentre i satelliti scandagliavano eventuali spedizioni anomale. Il panico però non smetteva di crescere, le borse infilavano un segno negativo dopo l’altro sui timori di bioterrorismo e i catastrofisti accumulavano mascherine N95.

Possibile? Era una rappresaglia per l’Ucraina? Un falso flag? Gli alleati correvano contro il tempo.

Preston, inserito in una task force congiunta MI6-CIA in una safe house vicino a Berlino, terreno neutro per simili incontri, decifrò frammenti. «I numeri non sono coordinate», annunciò. «404246 è una variante Enigma invertita, punta a un vecchio laboratorio sovietico a Sverdlovsk, sito della fuga di antrace del ’79». L’agente di Munro a Mosca, un modesto impiegato dell’FSB nome in codice «Whisper», confermò tramite dead drop: «Il Buzzer è legato al sistema Perimeter, l’interruttore dell’uomo morto per le armi nucleari. Ma questo? Fuori copione». Irvine, fumando una sigaretta dopo l’altra a Vauxhall, collegò i punti. «Morbitere», un anagramma? «Timber Ore» assurdo. «O Brite More», aspetta.

La svolta arrivò da una fonte improbabile: un radioamatore olandese che incrociò i log storici del Buzzer. «Morbitere» riecheggiava un codice KGB degli anni Ottanta per un’operazione di defezione. Ma perché ora? Agenti infiltrati nel forum UVB-76 Logs sotto falsa identità scoprirono che Kozlov non era solo un appassionato; i metadati lo inchiodavano come legato al GRU. «Sta seminando il panico», capì Preston. «Lancia l’esca biologica per deviare l’attenzione».

Il colpo di scena arrivò come una coltellata: la squadra di Munro violò un frammento di server GRU. Il messaggio non era in uscita, era una trappola. «Nzhti 404246 Morbitere 740022» era un’esca, studiata per stanare le talpe occidentali. Il “panico bio” era fabbricato a tavolino; i duri russi, temendo fughe interne in mezzo alle tensioni ucraine, avevano usato il Buzzer per far uscire allo scoperto i traditori. Whisper era compromesso, il dead drop una messinscena. Mentre Munro dava ordini urgenti per estrarlo, i furgoni dell’FSB convergevano in un vicolo innevato di Mosca.

Nelle ore che precedevano l’alba del 2 febbraio, Irvine era in piedi nella war room di Vauxhall, il polso accelerato mentre i feed satellitari tremolavano. Munro, barricato in un covo a Berlino, coordinava l’esfiltrazione: un Marshrutka, uno dei tanti minibus privati che integrano il trasporto pubblico a San Pietroburgo, era in attesa vicino alla stazione metro della Prospettiva Nevskij . Ma Kozlov, rivelatosi agente doppio, aveva previsto tutto. «È una trappola nella trappola», ringhiò Irvine al telefono. «Il messaggio punta a noi, ci attira allo scoperto».

Il caos esplose. Whisper scappò dal suo appartamento, con i proiettili delle forse dell’FSB che gli fischiavano accanto. La voce di Munro gracchiò: «Contatto! Stanno disturbando le comunicazioni».

A Londra Preston decifrò l’ultimo strato: «Morbitere» non era latino, era un acronimo storpiato per «Morskoy Biter», Morso del Mare, un’operazione sottomarina rogue. Il segnale del Buzzer mascherava ordini per un sottomarino baltico che doveva lanciare un’esercitazione con missile ipersonico, testando la reazione NATO in mezzo alla diversione.

Ma il colpo di scena si fece più profondo: il comandante del sottomarino, un falco lealista, era sparito dai radar, con l’intenzione di colpire davvero un gruppo portaerei americano, la USS Harry S. Truman che, dopo le dichiarazioni del presidente Donald Trump sulla Groenlandia era stata spostata di pattuglia nell’Atlantico del Nord per mostrare i muscoli. Con il cuore in gola, Irvine contattò Downing Street, Munro la Casa Bianca. I diplomatici martellarono le linee rosse; il Cremlino, colto alla sprovvista dal proprio ribelle, smentiva freneticamente. «Annullare, ripeto annullare!», implorò un generale russo tramite canale riservato. Il sottomarino emerse all’ultimo secondo, i portelloni dei missili sigillati, mentre gli F-35 della NATO urlavano sopra di lui. Whisper non riuscì a raggiungere il punto di esfliltrazione, il personale FSB lo prese in consegna a pochi isolati dal suo appartamento. Il panico si dissolse, i social liquidarono tutto come «una grande bufala». Nell’ombra Irvine accese un’altra sigaretta. «Abbiamo ballato sul filo», disse a Preston. «La prossima volta il ronzio potrebbe non interrompersi in tempo».

L’etere riprese il suo monotono lamento, i segreti sepolti ancora più a fondo.

NOTA DELL’AUTORE – Il racconto che avete appena letto, “Nzhti: trappola nell’etere” è un’opera di pura finzione: un intreccio immaginario di cyber-intrighi, complotti e spionaggio che non pretende in alcun modo di riflettere la realtà attuale o passata. Personaggi, azioni, dialoghi ed eventi sono frutto esclusivo della fantasia dell’autore, concepiti unicamente per intrattenere e costruire tensione narrativa.

Detto questo, la storia trae ispirazione da un fenomeno concreto e documentato: il persistente mistero della stazione radio russa UVB-76 (oggi Nzhti), nota come “The Buzzer”, che da quasi cinquant’anni emette il suo ronzio monotono sulla frequenza 4625 kHz e che, in rare occasioni, ha interrotto il segnale con stringhe vocali in codice. L’episodio narrato, un messaggio anomalo che scatena panico online e indagini internazionali, è una libera amplificazione letteraria di quanto realmente accade quando il “Buzzer” devia dal suo pattern abituale, alimentando speculazioni, teorie del complotto e l’eterna fascinazione degli appassionati di segnali misteriosi.

Come già fatto con Il circuito fantasma, Ombre sulla costellazione: la scommessa del Cremlino sotto le stelle e Ombre sull’Atlantico, ho preso in prestito per i protagonisti i nomi di alcuni personaggi creati da Frederick Forsyth (Sir Nigel Irvine, Adam Munro, Peter Hickman) come piccolo, affettuoso omaggio a uno dei maestri indiscussi della spy-fiction. È un modo per dire grazie a chi, con romanzi come “Il giorno dello sciacallo”, “Il dossier Odessa”, “Il quarto protocollo” e “L’alternativa del diavolo”, ci ha fatto passare notti insonni tra sottomarini in agguato, missili sul punto di partire e doppi giochi al cardiopalma.