Ci sono libri che raccontano una persona e libri che raccontano un’epoca fingendo di raccontare una persona. Quello di Keach Hagey appartiene senza esitazioni alla seconda categoria, ed è qui che diventa interessante. “Sam Altman l’ottimista. OpenAI e l’invenzione del futuro” non è una biografia nel senso classico del termine, ma un manuale non dichiarato su come nasce il potere nella Silicon Valley contemporanea, come si legittima, come si protegge e soprattutto come si traveste da missione morale. Altman è il protagonista, certo, ma è anche un pretesto narrativo per esplorare l’ecosistema che ha reso possibile OpenAI, ChatGPT e l’idea ormai normalizzata che una manciata di imprenditori possa riscrivere il contratto sociale globale partendo da un server.
La prima qualità del libro è la densità informativa. Oltre duecentocinquanta interviste non sono un vezzo, sono una dichiarazione di metodo. Hagey, giornalista del Wall Street Journal, costruisce il racconto come un mosaico di percezioni, ambizioni, risentimenti e fedeltà personali. Ne esce un Altman che non è mai bidimensionale. Non il genio solitario, non il freddo stratega, non il santo laico dell’AGI, ma una combinazione instabile di tutte queste cose. Un uomo che crede davvero in ciò che dice, ed è forse questo il dettaglio più inquietante per chi è abituato a pensare al cinismo come prerequisito del potere.
Il libro segue con rigore quasi ossessivo la traiettoria di OpenAI, dalla nascita come entità non profit con una missione esplicitamente altruistica fino alla trasformazione in macchina industriale capace di bruciare miliardi di dollari in infrastruttura computazionale. La tensione centrale non è mai solo tecnologica, è strutturale. Come si concilia l’idea di sicurezza dell’intelligenza artificiale con la necessità di correre più veloce di Google, Meta, Anthropic e del resto del capitalismo digitale? Hagey non offre risposte facili e non assolve nessuno. Racconta, documenta, lascia che siano i fatti a suggerire una conclusione che il lettore avvertito intuisce molto prima dell’ultima pagina. L’etica, quando entra in conflitto con la scala, tende a perdere.
Il momento simbolico del libro, quello che lo trasforma da cronaca a tragedia greca, è il colpo di scena del novembre 2023, l’improvviso licenziamento di Altman da parte del consiglio di amministrazione di OpenAI e il suo altrettanto rapido ritorno, trionfale, nel giro di pochi giorni. Hagey ricostruisce quella settimana con precisione chirurgica, mostrando come il board formalmente incaricato di proteggere l’umanità dall’AGI si sia trovato schiacciato tra dipendenti in rivolta, investitori furiosi e la realtà brutale del potere economico. È qui che la narrazione smette di essere una storia aziendale e diventa un trattato implicito sulla governance dell’AI. Chi comanda davvero quando il futuro è quotato in token e GPU.
Altman emerge come il prodotto perfetto di Y Combinator, e non è un caso. La filosofia del “aggiungi uno zero”, ereditata da Paul Graham, attraversa il libro come una linea di basso costante. Pensare in grande non è un atteggiamento, è una disciplina. Significa ignorare i limiti percepiti, trattare ogni problema come temporaneo e ogni critica come una variabile da assorbire. Hagey mostra come questa mentalità abbia permesso ad Altman di convincere governi, investitori e partner industriali che l’AGI non è una scommessa ma un destino. Una differenza sottile, ma decisiva. Le scommesse si discutono, i destini si accettano.
Il cuore ideologico del libro è l’ottimismo radicale di Altman, che Hagey descrive senza sarcasmo ma con un sottile distacco analitico. Altman crede davvero che l’intelligenza artificiale generale risolverà problemi strutturali dell’umanità, dall’energia alla medicina, dalla scarsità economica al lavoro. Crede anche, e questo è il punto più controverso, che i rischi esistenziali siano gestibili da chi sta costruendo il sistema. È una forma di paternalismo tecnologico che il libro non condanna apertamente, ma che mette a nudo attraverso testimonianze contrastanti. Il risultato è un ritratto inquietantemente coerente. Non un cattivo da romanzo distopico, ma un ottimista razionale convinto che il fine giustifichi l’asimmetria di potere.
Hagey non evita le zone d’ombra, ed è qui che il libro guadagna credibilità. Le accuse della sorella Annie Altman vengono riportate con cautela ma senza omissioni. Le critiche di Elon Musk non sono liquidate come vendette personali, ma inserite in un contesto più ampio di rivalità ideologiche e strategiche. Musk accusa Altman di aver tradito la missione originaria di OpenAI, trasformandola in una filiale mascherata del capitalismo più aggressivo. Il libro non stabilisce un verdetto, ma pone una domanda più scomoda. È mai esistita davvero un’alternativa non capitalistica per un progetto di questa scala.
Uno degli aspetti più riusciti dell’opera è la capacità di raccontare lo spirito del tempo senza indulgere nel folklore. La Silicon Valley che emerge dalle pagine non è quella delle felpe e dei garage, ma una corte rinascimentale fatta di capitali sovrani, geopolitica computazionale e narrazioni salvifiche. I fondatori sono trattati come figure semi mitologiche, gli investitori come sacerdoti del rischio, i modelli linguistici come oracoli imperfetti. Hagey coglie con lucidità il passaggio da un capitalismo dell’innovazione a un capitalismo della promessa, dove ciò che conta non è solo ciò che il prodotto fa oggi, ma ciò che promette di fare domani, possibilmente per tutta l’umanità.
Il linguaggio del libro è sobrio, quasi austero, e proprio per questo efficace. Non ci sono eccessi retorici, non c’è l’estetica del techno thriller. C’è il ritmo paziente dell’inchiesta giornalistica che accumula dettagli fino a costruire un quadro inevitabile. Ogni aneddoto è funzionale, ogni citazione ha un peso specifico. Hagey non cerca di stupire, cerca di capire, e nel farlo offre al lettore uno strumento raro. La possibilità di osservare da vicino come nasce una teologia laica basata su modelli probabilistici e potenza di calcolo.
Alla fine, “Sam Altman l’ottimista” non chiede al lettore di schierarsi, ma di prendere atto. L’AI non è più una tecnologia emergente, è un’infrastruttura politica. Altman non è solo un CEO, è un mediatore tra il presente e un futuro che pochi comprendono ma molti finanziano. Hagey riesce nell’impresa più difficile per chi scrive di tecnologia oggi. Raccontare il potere senza mitizzarlo e senza demonizzarlo, mostrando quanto sia fragile la linea che separa la visione dal dogma. In un’epoca in cui il futuro viene continuamente annunciato come inevitabile, questo libro ricorda una verità scomoda. L’inevitabilità è quasi sempre una strategia di comunicazione. E l’ottimismo, quando diventa sistema, è una forza politica.



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