Nove miliardi di euro non sono un investimento. Sono una dichiarazione di identità. Quando l’Italia decide di impegnarsi fino a nove miliardi nel Global Combat Air Programme, non sta semplicemente firmando un assegno per un nuovo caccia di sesta generazione. Sta dicendo qualcosa di molto più scomodo e molto più ambizioso. Sta dicendo che non vuole più limitarsi a comprare deterrenza progettata da altri. Vuole tornare a costruirla, governarla, modificarla e soprattutto capirla fino all’ultima riga di codice. In un’Europa che parla spesso di autonomia strategica e la pratica di rado, il GCAP è uno dei pochi casi in cui le parole vengono seguite da silicio, acciaio e algoritmi.

Il GCAP nasce dalla fusione di due programmi che, separati, avrebbero probabilmente avuto destini diversi. Il Tempest britannico e il progetto FX giapponese non erano semplici dimostratori tecnologici, ma risposte nazionali a una stessa inquietudine. Il dominio aereo del futuro non sarà garantito da un singolo velivolo, ma da un ecosistema integrato di piattaforme pilotate e non pilotate, sensori distribuiti, reti di comunicazione resilienti e architetture software aperte. Metterli insieme non è stato un esercizio di diplomazia industriale, ma una scelta di realismo strategico. Nessuno, oggi, può permettersi da solo la sesta generazione. Chi ci prova rischia di arrivare tardi o di non arrivare affatto.

Il risultato è un sistema di combattimento aereo pensato per entrare in servizio intorno al 2035 e sostituire progressivamente assetti come l’Eurofighter Typhoon e il Mitsubishi F-2. Ma fermarsi alla parola sostituzione è fuorviante. GCAP non è un aereo che rimpiazza un altro aereo. È una piattaforma concettuale che ridefinisce cosa significhi superiorità aerea in un ambiente contestato, saturato di sensori e attraversato da intelligenze artificiali ostili. Il caccia pilotato è solo il nodo più visibile di una rete molto più ampia, in cui droni collaborativi, capacità di guerra elettronica avanzata e software aggiornabili diventano la vera fonte di vantaggio competitivo.

La decisione italiana di partecipare con una quota paritaria del 33,3 per cento insieme a Regno Unito e Giappone è il vero punto di rottura con il passato. Per decenni l’Italia ha giocato un ruolo industrialmente rilevante ma politicamente subordinato nei grandi programmi aeronautici. Il caso F 35 è emblematico. Un programma tecnologicamente straordinario, ma costruito attorno a una sovranità asimmetrica, dove l’accesso al codice, agli aggiornamenti e persino alla piena comprensione del sistema resta vincolato a decisioni esterne. Con il GCAP questo schema viene deliberatamente abbandonato. Niente black box. Niente dipendenza strutturale. Niente veto tecnologico permanente.

Dal punto di vista finanziario, l’impegno è rilevante ma anche sorprendentemente disciplinato. I nove miliardi stimati coprono la sola fase di sviluppo fino al 2035. Per il 2025 sono già allocati oltre seicento milioni, segno che il programma non è una promessa elettorale ma una linea di bilancio reale. Naturalmente restano fuori produzione, supporto logistico e costi di ciclo di vita, che come sempre in questi programmi tenderanno a crescere. Ma il punto non è evitare la spesa. È controllarla, governarla e soprattutto farla ricadere su una filiera industriale nazionale ed europea invece che disperderla in royalties tecnologiche.

C’è poi un elemento politico spesso sottovalutato. Il GCAP gode in Italia di un consenso trasversale molto più ampio rispetto al F 35. Non perché costi meno o perché sia meno controverso sul piano etico, ma perché è percepito come un investimento di sovranità e non come un acquisto chiavi in mano. In un paese in cui la parola difesa è ancora spesso pronunciata sottovoce, il fatto che un programma militare venga discusso anche in termini di politica industriale, occupazione qualificata e posizionamento tecnologico è già un cambiamento culturale.

Dal punto di vista della struttura delle forze, il GCAP non arriva in un vuoto. L’Italia continuerà a operare Eurofighter e F 35 per molti anni, in una fase di convivenza che sarà tutto fuorché semplice. Intorno al 2040 la flotta complessiva dovrebbe superare i 180 velivoli da combattimento, con una progressiva transizione verso sistemi sempre più integrati con capacità non pilotate. Qui il GCAP gioca un ruolo chiave nel colmare un ritardo storico dell’Europa sugli uncrewed combat air systems, un’area in cui Stati Uniti e Cina hanno investito con aggressività e continuità.

Il contesto geopolitico rende questa scelta ancora più difficile da eludere. La Russia ha dimostrato in Ucraina quanto il dominio aereo non sia più garantito dalla semplice superiorità numerica. La Cina sta costruendo una capacità aerospaziale che integra spazio, cyber e aria in un unico teatro operativo. In questo scenario, pensare di affidare la propria deterrenza futura a piattaforme progettate altrove e aggiornate secondo priorità non proprie è una forma di autoillusione strategica.

Naturalmente i rischi non mancano. Anzi, sono enormi. Coordinare industrie, governi e forze armate di tre paesi con culture strategiche diverse richiede una disciplina quasi innaturale. La gestione delle informazioni classificate rischia di escludere una parte del tessuto delle piccole e medie imprese, soprattutto quelle meno strutturate sul piano della sicurezza. La resilienza della supply chain e la disponibilità di talenti STEM diventano fattori critici quanto i motori o i radar. E senza regole chiare sull’export, il rischio di ritardi e frizioni politiche è tutt’altro che teorico.

Ma il vero rischio sarebbe non provarci. Rinunciare al GCAP significherebbe accettare che la sesta generazione sia qualcosa che si compra, non qualcosa che si costruisce. Significherebbe rassegnarsi a un ruolo di consumatore avanzato in un mondo in cui il potere si misura sempre più in capacità di progettare sistemi complessi e di aggiornarli più velocemente degli avversari.

Il GCAP è uno dei programmi di difesa più ambiziosi della storia repubblicana italiana. Non perché prometta invincibilità o miracoli tecnologici, ma perché costringe il paese a confrontarsi con una domanda scomoda. Vogliamo essere utenti finali della tecnologia strategica o coautori delle sue regole? La risposta, questa volta, sembra meno ambigua del solito. E proprio per questo il GCAP merita attenzione, vigilanza e una discussione adulta, lontana sia dall’entusiasmo acritico sia dal pacifismo di maniera. Perché la sovranità, anche quella aerea, non è mai gratis. Ma delegarla costa sempre di più.