I risultati trimestrali di Alphabet rientrano esattamente in questa categoria. Un aumento del fatturato del 18 per cento oltre le previsioni nel quarto trimestre non è solo una buona notizia per gli azionisti, è un messaggio piuttosto chiaro ai concorrenti, ai regolatori e a chi continua a ripetere che Google sarebbe “in ritardo” sull’intelligenza artificiale. La keyword centrale è Alphabet AI growth, con tutto il suo carico semantico di Google advertising AI, Google Cloud AI e investimenti intelligenza artificiale. E no, non è un caso che queste tre dimensioni si muovano insieme.

Il cuore del business, la pubblicità sui motori di ricerca, cresce del 17 per cento. Non del 5, non del 10, ma del 17, accelerando rispetto al trimestre precedente. In un mercato che da anni viene dato per saturo, cannibalizzato dai social, minacciato dall’AI generativa che dovrebbe “uccidere la search”. Ironia della sorte, è proprio l’AI a rendere la search più redditizia. Più rilevanza, più contesto, più intenzione commerciale intercettata. Chi parla di fine della ricerca non ha mai guardato un conto economico con un minimo di onestà intellettuale. Google non vende link blu, vende predizione del comportamento umano su scala planetaria. L’AI è solo l’ennesimo acceleratore di una macchina già mostruosamente efficiente.

Poi c’è il cloud, che cresce del 48 per cento. Qui il tono cambia, perché non siamo più nel dominio della rendita storica, ma in quello della competizione brutale. AWS, Azure, Oracle, tutti a giocarsi la partita dell’infrastruttura per modelli sempre più grandi, sempre più costosi, sempre più energivori. Google Cloud AI non cresce perché è simpatico, cresce perché oggi è uno dei pochi posti al mondo dove puoi addestrare, distribuire e ottimizzare modelli avanzati senza impazzire tra stack incoerenti. Tensor Processing Units, networking proprietario, integrazione verticale. Chi guarda solo i margini perde il punto strategico: il cloud è il braccio operativo dell’intelligenza artificiale industriale.

Ed è qui che entra in scena la narrativa più interessante, quella che molti analisti fingono di non vedere. Alphabet dichiara di voler raddoppiare le spese in conto capitale, portandole in un range dichiarato tra 175 e 185 miliardi di dollari. Un numero che, preso alla lettera, fa sobbalzare chiunque abbia seguito i bilanci del gruppo negli ultimi dieci anni. Non tanto perché Google non possa permetterselo, quanto perché una cifra simile ridefinisce il concetto stesso di capex nel settore tecnologico. Siamo oltre l’idea di investimento. Siamo nel territorio della costruzione di infrastrutture sovranazionali, data center come centrali elettriche, chip come asset geopolitici, energia come vincolo strategico. Anche ammettendo che il mercato stia inglobando investimenti pluriennali e non un singolo esercizio, il messaggio resta: Alphabet non sta ottimizzando il presente, sta colonizzando il futuro.

In questo contesto si inserisce Gemini, l’app che Google dichiara aver raggiunto 750 milioni di utenti attivi mensili. Il confronto con ChatGPT, che OpenAI ha indicato a 800 milioni di utenti attivi settimanali, è inevitabile e volutamente ambiguo. Metriche diverse, finestre temporali diverse, definizioni elastiche. Ma il punto non è chi ha “più utenti”, è dove quegli utenti vivono digitalmente. Gemini non è un’app isolata, è un layer che si innesta su Android, Search, Workspace, Chrome. È un’AI ubiqua, spesso invisibile, integrata nei flussi quotidiani. ChatGPT è un prodotto, Gemini è un sistema operativo cognitivo. Dal punto di vista strategico, la differenza è abissale.

Naturalmente, tutto questo ha un costo. E Alphabet non fa nulla per nasconderlo. Le perdite su Other Bets, che includono Waymo, superano i 3,6 miliardi di dollari nel trimestre, più che triplicate. La perdita netta a livello di Alphabet, attribuita principalmente alla ricerca e sviluppo condivisa sull’intelligenza artificiale, supera i 5,9 miliardi. Numeri che farebbero scappare qualsiasi CFO tradizionale. Ma qui entra in gioco una verità che Wall Street conosce bene e finge di dimenticare ogni cinque anni: l’innovazione radicale non è profittevole finché non diventa inevitabile.

Waymo, in particolare, è il classico esempio di progetto che sembra un buco nero finanziario fino al giorno in cui improvvisamente non lo è più. La guida autonoma non è un problema tecnologico, è un problema di sistema, di regolazione, di accettazione sociale. Alphabet lo sa e continua a finanziare la ricerca come se stesse pagando un’opzione sul futuro della mobilità. Può permetterselo perché il core business genera cassa a livelli che pochi altri player possono anche solo immaginare.

C’è poi Google DeepMind, l’unità di ricerca sull’intelligenza artificiale che rappresenta la parte meno visibile ma più decisiva di tutta questa storia. DeepMind non produce fatturato diretto, produce vantaggio asimmetrico. Algoritmi, architetture, approcci che filtrano lentamente nei prodotti commerciali. È la classica struttura che un economista definirebbe inefficiente nel breve periodo e dominante nel lungo. Alphabet ha scelto, consapevolmente, di sacrificare utili immediati per costruire una superiorità strutturale difficilmente replicabile.

Il mercato, per ora, applaude. Ma la vera domanda non è se Google stia crescendo grazie all’intelligenza artificiale. La domanda è se qualcuno possa realisticamente inseguirla su tutti i fronti contemporaneamente. Pubblicità, cloud, modelli, chip, infrastruttura energetica, ricerca di base. È una strategia che ricorda più una potenza industriale del Novecento che una tech company nata in un garage. Ed è qui che il racconto diventa scomodo, perché implica una concentrazione di capitale, dati e capacità computazionale che nessun regolatore ha ancora davvero metabolizzato.

Alphabet oggi è un’azienda che guadagna di più grazie all’AI, spende come se fosse in guerra tecnologica permanente e accetta perdite miliardarie come prezzo di ingresso per il futuro. Non è arroganza, è realismo strategico. In un’economia guidata dall’intelligenza artificiale, chi controlla l’infrastruttura controlla il ritmo dell’innovazione. Tutti gli altri possono solo commentare i trimestrali. Con stupore, invidia o entrambe le cose.