Il mercato delle criptovalute sembra avere abbandonato ogni parvenza di stabilità. Bitcoin ha toccato giovedì un minimo di 66.675 dollari, il livello più basso da ottobre 2024, poco prima che Donald Trump vincesse le elezioni presidenziali statunitensi, promettendo sostegno alle criptovalute durante la campagna. La discesa ha accelerato, portando la perdita settimanale a un drammatico 11 per cento e quella annua a un inquietante 23 per cento. Ether non è rimasta immune, cedendo più del 7 per cento in un solo giorno e quasi il 34 per cento da inizio anno. Il crollo della criptosfera ha fatto sparire circa 2.000 miliardi di dollari dal mercato globale digitale rispetto al picco di ottobre, con oltre 800 miliardi evaporati soltanto nell’ultimo mese.

La volatilità sui mercati tradizionali non ha fatto che peggiorare le cose. Oro e argento hanno visto oscillazioni imprevedibili, con quest’ultimo che ha perso fino al 16,6 per cento, segnale che la liquidità speculativa e le posizioni leverage possono scatenare onde d’urto oltre i confini delle criptovalute. In parallelo, gli indici statunitensi hanno ceduto terreno: l’S&P 500 vicino ai minimi delle ultime due settimane e il Nasdaq ai livelli più bassi da oltre due mesi, trascinati dal ripiegamento dei titoli legati all’intelligenza artificiale.

Analisti come Nic Puckrin di Coin Bureau parlano di “capitolazione totale”, avvertendo che questa fase non è una correzione passeggera ma una transizione da distribuzione a reset, che di solito richiede mesi, non settimane. Deutsche Bank sottolinea come i flussi in uscita dai fondi ETF istituzionali abbiano amplificato la crisi: oltre tre miliardi di dollari solo a gennaio sono stati ritirati dagli ETF bitcoin spot, dopo altri due miliardi e sette miliardi rispettivamente a dicembre e novembre. Il segnale è chiaro: gli investitori tradizionali stanno perdendo interesse, mentre il pessimismo verso le criptovalute cresce.

Il contesto politico e monetario ha ulteriormente aggravato la situazione. La nomina di Kevin Warsh da parte di Trump come futuro presidente della Federal Reserve ha alimentato la paura di un inasprimento monetario e di una riduzione del bilancio della banca centrale. Le criptovalute, storicamente favorite da liquidità abbondante e interventi della Fed, ora devono affrontare venti contrari significativi. Manuel Villegas Franceschi di Julius Baer osserva che una Fed più restrittiva non offrirà alcun “tailwind” per il mercato digitale, confermando la fragilità delle prospettive.

La correlazione tra bitcoin e settore tech è tornata in primo piano. Il calo dei titoli software, legati all’onda dell’IA, ha amplificato la spirale negativa sulle criptovalute. Strategisti come Mohit Kumar di Jefferies temono possibili liquidazioni forzate dei miner se i prezzi continueranno a scendere, innescando un ciclo vizioso che potrebbe accelerare il crollo. Il monito è chiaro: le criptovalute dovrebbero rappresentare solo una frazione marginale di un portafoglio, ma la concentrazione tra investitori retail amplifica i rischi sistemici.

Chi osserva dall’esterno potrebbe pensare a un’opportunità di acquisto, ma la storia recente ricorda quanto fragile sia il mercato digitale. Dal boom speculativo post-pandemico alla crisi di liquidità di ottobre 2025, i pattern di distribuzione e capitolazione si ripetono con una precisione inquietante. Investire ora richiede nervi saldi, consapevolezza dei flussi istituzionali e una tolleranza per la volatilità che va ben oltre il trading quotidiano. In sintesi, Bitcoin e Ether non stanno solo cedendo terreno: stanno rimodellando il mercato stesso, testando la resilienza di un ecosistema ancora profondamente dipendente dalla fiducia, dalla liquidità e dalle mosse della Fed, in un contesto globale che mostra chiaramente quanto speculazione, politica e tecnologia siano ormai intrecciate senza possibilità di separazione.