Il mercato azionario del software sta vivendo una di quelle fasi che i banchieri descrivono come “non ideali” e che i CEO chiamano, in privato, “un disastro temporaneo”. Le valutazioni scendono, i multipli si comprimono, la pazienza degli investitori retail evapora più velocemente della liquidità nei bilanci delle startup non profittevoli. In questo scenario, l’idea di portare in Borsa un’azienda enterprise pura suona quasi masochistica. Eppure, proprio ora, Databricks torna a flirtare apertamente con l’IPO. Non per la prima volta, va detto. Se fosse un rituale tribale, saremmo già alla danza del fuoco numero quattro.
Quest’anno sì. Il prossimo trimestre è quello buono. Appena i mercati si stabilizzano. Subito dopo l’ennesimo round privato. Nel frattempo Databricks resta privata, cresce come una macchina ben oliata e colleziona valutazioni che sembrano uscite da un foglio Excel scritto dopo una notte insonne. L’ultima parla di 134 miliardi di dollari. Una cifra che colloca Databricks come quarta azienda tech privata più valutata negli Stati Uniti. Non una startup. Non più. Una quasi istituzione.
Il punto interessante è che questa volta il messaggio arriva dall’interno. Ali Ghodsi, CEO e fondatore, ha smesso di usare il condizionale difensivo. In un’intervista a dicembre ha lasciato intendere che l’IPO nel 2026 non è fantascienza. La posizione ufficiale resta quella da manuale di comunicazione. Quando non se. Ma chi conosce il linguaggio del venture capital sa leggere tra le righe. Quando un fondatore smette di dire “non ne abbiamo bisogno” e inizia a dire “siamo pronti”, qualcosa è cambiato. Di solito la pazienza. O la matematica.
Il contesto non aiuta. I titoli software enterprise stanno soffrendo. Snowflake, il gemello diverso di Databricks, viaggia a multipli che oggi sembrano sobri rispetto al passato, ma resta sotto pressione. Figma, caso scuola di IPO tardiva e sfortunata, ha bruciato circa l’80 percento del valore dal debutto. Palantir fa storia a sé, sospesa tra narrativa geopolitica e culto del fondatore, e infatti il mercato la tratta come un’eccezione quasi mitologica. Per un investitore retail medio, Databricks è un oggetto opaco. Non ha un’app. Non ha un brand consumer. Non promette razzi su Marte né intelligenze artificiali generaliste che parlano come umani illuminati. Vende infrastruttura dati. Dietro le quinte. Dove avvengono le cose serie e noiose. Proprio per questo redditizie.
Il business però è difficile da ignorare. Crescita dei ricavi attorno al 55 percento annuo. Oltre 4 miliardi di dollari di fatturato atteso. Cash flow positivo. In un mondo in cui molte aziende AI bruciano capitale come se fosse carburante gratuito, Databricks incassa. Questa è la parte che piace ai mercati quando smettono di ubriacarsi di storytelling. La keyword cloud data platform diventa qui fondamentale. Databricks non è solo una piattaforma dati. È un tentativo esplicito di riscrivere lo stack enterprise, spingendo le aziende a sostituire software tradizionali con agenti AI che automatizzano funzioni come HR e IT service management. Tradotto per i CFO. Meno licenze. Meno persone. Più margini. Fino a quando funziona.
Il vero nodo non è il mercato. È il controllo. Ghodsi è noto per essere un CEO accentratore, uno di quelli che leggono tutto, decidono tutto, correggono tutto. Portare un’azienda in Borsa significa accettare una nuova forma di governance. Analisti. Investitori attivisti. Earnings call trimestrali dove ogni virgola diventa segnale. Per un fondatore che ha costruito Databricks come una macchina ingegneristica quasi perfetta, l’IPO è una cessione parziale di sovranità. Non è un dettaglio. È la decisione.
Poi c’è la questione che nessuno ama discutere pubblicamente ma che pesa come un macigno. La liquidità. Databricks ha raccolto circa 15 miliardi di dollari negli ultimi 15 mesi. Una cifra che fa girare la testa. Gran parte di quei soldi non è andata in R&D, espansione o acquisizioni strategiche. È servita a riacquistare azioni dai dipendenti e a coprire le imposte legate alla maturazione delle RSU. Una soluzione elegante, già vista con Stripe, ma costosa. In pratica Databricks sta usando capitale privato per pagare il fisco. Un’operazione sostenibile finché i fondi scorrono. Meno sostenibile quando il rubinetto si stringe.
Qui entra in gioco la keyword venture capital liquidity. Gli investitori storici, Andreessen Horowitz in testa, hanno bisogno di un’uscita. Non subito, ma in modo credibile. a16z possiede circa il 15 percento di Databricks. Valore attuale. Oltre 20 miliardi di dollari. Una cifra che trasforma qualsiasi discussione filosofica sull’essere privati in un dibattito molto concreto sul ritorno del capitale. NEA, T Rowe Price, Tiger Global, Coatue. Tutti seduti sullo stesso tavolo. Tutti con lo stesso pensiero non detto. A un certo punto bisogna monetizzare.
I dipendenti, i cosiddetti Bricksters, hanno già assaggiato la liquidità con tender offer interni. Per molti il valore delle azioni è quadruplicato in quattro anni. Un sogno. Ma anche una trappola psicologica. Perché il mercato pubblico non garantisce nulla. Anzi, spesso distrugge le illusioni private con una brutalità matematica. Chi entra in IPO sperando in un altro raddoppio potrebbe scoprire che Wall Street non paga multipli per la fedeltà interna o per la narrativa da all hands meeting.
C’è infine un fattore che a Silicon Valley nessuno ammette ma tutti conoscono. L’invidia competitiva. SpaceX si prepara alla quotazione. Elon Musk, nel bene e nel male, catalizza attenzione, capitali e narrativa. Quando un colosso privato rompe il tabù dell’IPO, gli altri iniziano a sentirsi improvvisamente nudi. OpenAI è già proiettata in una dimensione quasi statale con valutazioni da economia pianificata. In questo contesto Databricks rischia di sembrare l’adulto serio rimasto a casa mentre gli altri fanno la festa. Nessun fondatore ambizioso ama questa sensazione.
L’IPO di Databricks quindi non è una questione di mercato. È una questione di equilibrio tra controllo, liquidità e status. Il mercato potrebbe anche essere ostile. I multipli potrebbero comprimersi. Il titolo potrebbe soffrire nei primi trimestri. Ma restare privati ha un costo crescente, finanziario e simbolico. A un certo punto, anche l’azienda di data engineering più razionale deve fare i conti con la psicologia del potere e con l’aritmetica del capitale.
Se e quando Databricks sbarcherà in Borsa, non sarà la celebrazione di una crescita. Sarà la fine di un’epoca privata e l’inizio di una fase molto più cinica, regolata da numeri trimestrali e umori macroeconomici. Una transizione che molte aziende temono e che poche possono permettersi di rimandare all’infinito. In fondo, anche nel mondo dei dati, arriva sempre il momento in cui il grafico deve essere pubblico. E giudicato.