Se l’Intelligenza Artificiale in Italia fosse una conversazione da bar, di quelle che di solito facciamo al Bar dei Daini, nel 2026 non sarebbe più quella un po’ fumosa di qualche tempo fa, fatta di promesse vaghe e demo affascinanti. Oggi è un dialogo strutturato, numeri alla mano e, soprattutto, con un conto economico che comincia a farsi rispettare. Secondo i dati dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, il mercato italiano dell’AI nel 2025 vale 1,8 miliardi di euro, con una crescita del 50% rispetto al 2024 e un CAGR triennale che sfiora il 54%. Tradottoin parole più semplici: non è più hype, è industria.

La fotografia scattata dall’Osservatorio racconta un ecosistema in forte accelerazione, trainato da un mix sempre più maturo di tecnologie. La Generative AI pesa ormai per il 46% del mercato, tra soluzioni pure e progetti ibridi, mentre il restante 54% è ancora riconducibile a iniziative basate su Machine Learning più tradizionale. Un equilibrio interessante, che segnala come le imprese stiano affiancando l’entusiasmo per i Large Language Model a modelli più consolidati, soprattutto quando l’obiettivo è portare valore concreto nei processi.

E le aziende, cosa stanno facendo davvero con l’AI? Qui il dato è chiaro e, se vogliamo, anche un po’ spietato. Nel 2025 il 71% delle grandi imprese italiane ha avviato almeno un progetto di Intelligenza Artificiale. Sembra molto e lo è, finché non si scopre che solo una su cinque utilizza l’AI in modo realmente pervasivo su più funzioni aziendali. È il classico caso del “ce l’abbiamo, ma non troppo”. Le Pmi seguono a distanza, con una diffusione più limitata, anche se il trend è in crescita e il gap si sta lentamente riducendo.

Un capitolo a parte lo meritano le licenze di Generative AI, ormai presenti nell’84% delle grandi aziende, con un balzo di 13 punti percentuali in un solo anno. Un segnale forte di familiarità crescente con questi strumenti, che però non sempre coincide con una trasformazione strutturale. Come sottolineano gli esperti dell’Osservatorio, la vera sfida non è acquistare tecnologia, ma ripensare processi, ruoli e competenze. In altre parole, passare dall’uso individuale degli strumenti a un’adozione organizzativa consapevole.

Dal punto di vista dell’offerta, il mercato italiano dell’AI è tutt’altro che immobile. Sono oltre 1.010 le aziende censite che propongono soluzioni e servizi di Intelligenza Artificiale, affiancate da 135 startup nate negli ultimi cinque anni. Le soluzioni più diffuse restano quelle di analisi dei testi e sistemi conversazionali, che da sole rappresentano circa il 39% del mercato, spinte dall’esplosione delle applicazioni di Generative AI sulla knowledge base aziendale. Seguono i sistemi di Data Exploration, Prediction e Optimization, che valgono il 30%, mentre crescono anche le applicazioni di analisi di immagini, video e audio.

Interessante anche la composizione della domanda. Il 77% del valore di mercato è legato a progetti su misura, sviluppati ad hoc per singoli clienti, ma le soluzioni più scalabili basate su licenze software e servizi cloud stanno correndo più velocemente. La Pubblica Amministrazione pesa per il 19% del mercato, mentre tra le PMI la quota si attesta intorno al 18%. A trainare sono settori come manifattura, energy, utilities, banking e assicurazioni, mentre comparti come retail e media crescono con un passo più prudente.

C’è poi il tema che nessuna analisi sull’AI può più permettersi di ignorare: governance e competenze. Solo il 19% delle grandi imprese dispone oggi di una governance dell’AI strutturata e allineata a principi etici e obiettivi strategici. Il rischio, nemmeno troppo nascosto, è quello dello Shadow AI, con strumenti adottati in modo informale e fuori controllo. Sul fronte delle competenze, però, il mercato del lavoro manda un segnale forte. Nel 2025 circa 44 mila posizioni richiedono skill legate all’Intelligenza Artificiale, con una crescita del 93% su base annua. Non solo profili tecnici, ma anche ruoli business, HR e marketing, a conferma che l’AI sta diventando una competenza trasversale.

Infine, uno sguardo al futuro prossimo, che passa dall’Agentic AI. Non tanto per l’impatto economico immediato, quanto per la capacità di combinare LLM, sistemi probabilistici e ragionamento autonomo in processi complessi. È qui che l’AI smette di essere un assistente brillante e inizia a comportarsi come un vero collega digitale. Sempre sotto supervisione umana, certo, perché l’approccio human-in-the-loop resta non solo consigliato, ma necessario.

In sintesi, il mercato dell’AI in Italia nel 2025 non è più una promessa, ma una realtà in rapida evoluzione. Cresce il valore, cresce la diffusione, crescono le competenze richieste. Ora la vera domanda non è se investire in Intelligenza Artificiale, ma come farlo in modo sostenibile, governato e capace di generare benefici misurabili. E su questo, come spesso accade, la tecnologia è pronta. Tocca alle organizzazioni dimostrare di esserlo altrettanto.