Se pensavate che il Super Bowl LX fosse solo touchdown e birre costose, vi siete sbagliati. Domenica scorsa è andato in onda uno degli annunci pubblicitari più chiacchierati e, al contempo, più frustranti della storia recente della tecnologia: il debutto di AI.com. La piattaforma è frutto di un’acquisizione record da 70 milioni di dollari, firmata da Kris Marszalek, cofondatore e CEO di Crypto.com, secondo il Financial Times. Un prezzo da capogiro per un dominio che, sulla carta, promette di essere il touchpoint definitivo del mondo dell’intelligenza artificiale.
L’impatto iniziale, però, è stato meno “intelligente” di quanto sperato. Gli utenti che hanno cercato di visitare AI.com durante la trasmissione televisiva si sono scontrati con errori 504 gateway timeout, interruzioni che hanno rapidamente trasformato la curiosità globale in frustrazione. Marszalek ha attribuito il blackout a livelli di traffico “insani” che hanno superato le capacità del sito e innescato limitazioni di Google, ammettendo che “ci eravamo preparati per la scala, ma non per questo”.

Il dominio AI.com, registrato per la prima volta nel lontano 1993, ha attraversato cicli tecnologici e la bolla del dot-com, prima di emergere ora durante l’ondata di entusiasmo per l’intelligenza artificiale. L’acquisizione segue la precedente mossa da 10 milioni di dollari di Marszalek per il dominio Crypto.com nel 2018, e ricalca la strategia di branding aggressiva già vista con il contratto da 700 milioni di dollari per rinominare lo Staples Center di Los Angeles in Crypto.com Arena nel 2021. La logica è chiara: possedere un dominio che rappresenti una categoria intera non è solo simbolico, è strategico.
L’ambizione dichiarata è addirittura più audace: “AI.com è in missione per accelerare l’arrivo dell’AGI, costruendo una rete decentralizzata di agenti autonomi e auto-miglioranti che svolgono compiti reali per il bene dell’umanità”, ha scritto Marszalek su X. Ma l’esecuzione iniziale ha sollevato più dubbi che entusiasmo. La piattaforma, al momento del lancio, funziona principalmente come un portale per prenotare nomi utente per futuri agenti AI che dovrebbero gestire calendari e automatizzare flussi di lavoro. Per accedere, gli utenti devono collegare un account Google e inserire informazioni della carta di credito, anche se non esistono strumenti operativi. La giustificazione ufficiale è prevenire abusi e confermare l’identità umana, ma online la mossa ha generato ironia e scetticismo: il tech writer Michał Podlewski ha parlato di “picco assoluto della bolla AI”.
Il confronto con OpenClaw, un’altra piattaforma di agenti AI diventata virale di recente, ha ulteriormente alimentato i dubbi sulla profondità tecnica di AI.com. Il portavoce dell’azienda ha però respinto le critiche, sottolineando che la piattaforma combina specifiche proprietarie e capacità open-source potenziate dal team AI.com sia tecnologicamente che in termini di sicurezza. Un dettaglio che, in un settore dove i claim superlativi abbondano, rischia di essere percepito come autocelebrazione più che innovazione tangibile.
Al di là della polemica tecnica, la mossa di Marszalek rappresenta un esempio lampante di come il branding digitale si intrecci oggi con la narrativa dell’AI. Acquistare un dominio come AI.com non è solo marketing, è un posizionamento strategico per un decennio che si annuncia dominato dall’intelligenza artificiale. L’industria tech osserva, annota e, nel frattempo, si interroga: siamo davanti a un passo avanti nell’autonomia AI, o a un monumento simbolico al hype del momento?
In aggiunta al dominio, Crypto.com ha recentemente lanciato OG, una piattaforma di prediction markets regolamentata dalla CFTC che offre contratti legati a eventi sportivi, finanziari, politici e culturali. Il parallelo tra le due operazioni mostra una strategia chiara: Marszalek punta a occupare lo spazio “front-end” della tecnologia emergente, combinando visibilità pubblicitaria massiva, domini premium e strumenti regolamentati, mentre il resto del settore prova a rincorrere.
Ironia della sorte, proprio mentre AI.com promette di essere la “casa dell’AGI decentralizzata”, il sito stesso ha mostrato i limiti pratici dell’euforia per l’intelligenza artificiale: traffico eccessivo, pagine beta confuse, richieste di pagamento senza prodotto reale. La tensione tra promessa e realtà resta palpabile, e l’ecosistema AI globale guarda con interesse e scetticismo.
In definitiva, AI.com racconta più di una semplice acquisizione di dominio da record: è uno specchio di come marketing, hype e tecnologia interagiscano nell’epoca dell’AI. Una piattaforma che dichiara di voler cambiare il mondo con agenti autonomi in realtà inizia con una schermata di prenotazione del nome utente. Il fascino, per alcuni, sta nella vision futuristica; per altri, nella totale audacia di aver investito 70 milioni in un URL prima ancora di avere un prodotto funzionante. L’epopea di AI.com è appena iniziata, ma già offre una lezione sulla volatilità del tech branding in tempi di AI mania.
Financial Times https://www.ft.com/content/83488628-8dfd-4060-a7b0-71b1bb012785