La narrativa dominante sulla spesa per la difesa nella NATO si è fossilizzata su un singolo numero, il famoso 2 percento del PIL (o il futuro 5 percento) destinato alla difesa, trasformandolo in un indicatore universale di impegno strategico. Questo obiettivo, semplice da comunicare e accattivante per i titoli dei giornali, rischia però di diventare un’illusione ottica: un numero che distrae dall’unica cosa che conta davvero, ossia la capacità effettiva di deterrenza e combattimento delle forze armate. Nessun equivoco, i numeri sono importanti, ma la loro interpretazione e il modo in cui vengono spesi lo sono ancora di più.

Nel 2025, secondo i dati preliminari pubblicati dall’Alleanza Atlantica, tutti i 31 membri della NATO (Islanda esclusa) dovrebbero raggiungere il target formale del 2 percento del PIL destinato alla spesa militare. L’Italia, per esempio, è riportata intorno ai 45 miliardi di euro di spesa di difesa, pari a circa il 2,01 percento del PIL. Si tratta di un salto evidente rispetto al passato, considerando che meno di un decennio fa la spesa italiana si attestava su meno di 1,6 percento del PIL. (notizia ANSA.it)

Apparentemente sembra un progresso. Ma qui entra in gioco il problema profondo: il 2 percento misura l’input, non l’output. Non valuta se l’esercito è più addestrato, pronto o capace di resistere in uno scenario reale di conflitto. Si limita a quantificare quanto denaro viene stanziato in percentuale all’economia di un Paese. Questo calcolo ignora la qualità della spesa, le priorità interne, il contesto geopolitico reale e la capacità di trasformare quei fondi in potenza militare credibile.

Gli Stati Uniti, ad esempio, da soli spendono circa 980 miliardi di dollari nel 2025, pari a oltre il 3 percento del loro PIL. Questo non solo schiaccia gli altri membri della NATO in termini assoluti, ma riflette anche una struttura industriale e logistica capace di sostenere operazioni globali. La Francia e il Regno Unito seguono con spese importanti e programmi operativi coerenti. L’Italia, pur raggiungendo numericamente il 2 percento, non ha ancora elaborato una strategia organica che traduca la spesa in forza effettiva e pronta all’azione.

Il problema principale con il target percentuale riguarda la molteplicità di voci contabili che possono essere incluse sotto l’etichetta “difesa”. Le riclassificazioni di spesa non sempre riflettono un reale potenziamento delle capacità operative: spese per pensioni, costi della guardia costiera o componenti della protezione civile possono essere integrate nel totale, gonfiando il numero senza migliorare in modo sostanziale la prontezza militare. Esempi concreti di questo tipo di “aggiustamento contabile” sono emersi proprio con l’Italia, dove il ricalcolo di voci non tradizionalmente considerate parte del budget della difesa ha contribuito a raggiungere il 2 percento.

Se bastasse aumentare numeri e percentuali per rendere un Paese più forte, saremmo già in paradiso strategico. La realtà è ben diversa. Quella percentuale non dice nulla sulla qualità delle infrastrutture, il livello di addestramento, la capacità di mobilitazione, la disponibilità di munizionamento, l’efficienza del sistema logistico, o la prontezza delle riserve. Tutti elementi che costituiscono l’essenza di una forza armata credibile.

L’esperienza italiana dei decenni scorsi è emblematica: un Paese che ha aumentato la spesa sulla carta ma ha spesso visto le risorse concentrate su spese correnti, stipendi e pensioni, piuttosto che su un potenziamento strutturale delle capacità operative. In concreto, questo significa che sacrificare risorse per operazioni, manutenzione e formazione a favore di acquisti di grandi sistemi o di voci contabili “innocue” non produce una forza capace di proiettare potenza o resistere a una minaccia reale.

La trappola del 2 percento ha conseguenze strutturali: governi e pubblici ministeri della spesa si concentrano sulla forma delle cifre piuttosto che sulla funzione delle forze armate. In una politica con risorse limitate come quella italiana, questo porta a scelte di allocazione che rispondono più a esigenze politiche e narrative interne che a reali bisogni di sicurezza. La spinta a raggiungere il target può distogliere l’attenzione da investimenti critici come il rinnovamento delle dotazioni di munizioni, l’addestramento in scenari realistici, lo sviluppo di capacità anti-accesso e negazione di area, o l’integrazione di forze con sistemi alleati.

In più, la retorica di rispettare un target numerico può creare una sorta di effetto placebo strategico: l’opinione pubblica, vedendo cifre in crescita, può erroneamente percepire che la sicurezza nazionale sia garantita. E ciò mentre altri settori cruciali per la stabilità nazionale, come istruzione, sanità e infrastrutture civili, restano sotto pressione per i vincoli di bilancio.

Questa dinamica è esacerbata dal fatto che la NATO moderna sta già discutendo nuovi obiettivi, ben più ambiziosi del 2 percento. Nel recente vertice l’alleanza ha avviato un processo di rialzo che porta a considerare obiettivi fino al 5 percento del PIL entro il 2035, articolando il 3,5 percento per la difesa “core” e 1,5 percento per spese correlate come infrastrutture e mobilità. Questo non è un semplice atto di generosità bellica, ma una risposta alle pressioni geopolitiche, in particolare per aumentare l’indipendenza strategica europea e compensare un possibile ritiro statunitense. (vedi Reuters)

Tuttavia, spostare l’asticella al 5 percento senza ripensare la logica di allocazione delle risorse rischia di amplificare la stessa trappola: più soldi, più illusioni. Il vero nodo non è tagliare un assegno più grosso, ma sapere dove e come spenderlo per tradurre quei fondi in capacità operative e deterrenza reale.

Un altro aspetto trascurato riguarda la percezione pubblica e il gap civile-militare nei Paesi NATO. In molte democrazie europee, inclusa l’Italia, la comprensione delle necessità militari da parte dell’opinione pubblica e delle classi politiche è spesso limitata. Questo produce un circolo vizioso: scarsa pressione per investimenti durevoli e visione strategica debole, che porta a compromessi contabili per soddisfare obiettivi numerici. Il risultato è un esercito che sulla carta sembra più robusto, ma la cui prontezza operativa resta discutibile.

La lezione qui è fondamentale: i bilanci non vincono guerre; le capacità sì. Un approccio basato esclusivamente su un indicatore percentuale rischia di trasformare la NATO in una federazione di contabili brillanti ma di strateghi approssimativi. Il salto di qualità nella difesa richiede un cambio di paradigma che privilegi la qualità degli investimenti, la trasparenza dei dati e l’efficacia operativa rispetto alla pura quantità di spesa espressa in percentuale del PIL.

Se vogliamo veramente rafforzare la NATO dobbiamo smettere di trattare il 2 percento (o il futuro 5 percento) come un obiettivo in sé e ricominciare a chiedere: che tipo di capacità ci servono realmente? Quale scenario strategico stiamo preparando ad affrontare? Perché spendere di più se non si spende in modo più intelligente? Questo interrogativo, più che qualunque percentuale, dovrebbe guidare le politiche di difesa dei prossimi anni.