Alex Bores è convinto di aver trovato la formula magica. Una di quelle che nella politica americana vengono chiamate framework ma che nella vita reale assomigliano più a un manifesto esistenziale contro l’ansia tecnologica collettiva. Giovedì, con tempismo chirurgico a quattro mesi dalle primarie, il membro dell’Assemblea di New York, autore del RAISE Act e candidato alla Camera, ha pubblicato un quadro federale in otto punti sull’intelligenza artificiale. Otto, non sette, non dieci. Numero sufficientemente tecnico da sembrare serio e sufficientemente vago da essere digeribile nei talk show. Nella sua testa, come racconta a Transformer, questo non è solo un piano. È “il messaggio nazionale, punto e basta”. Una frase che meriterebbe di essere incisa nel marmo accanto a “mission accomplished”.
Bores parte da un presupposto che suona rassicurante e al tempo stesso pericolosamente ingenuo. La stragrande maggioranza degli americani, sostiene, vuole avere voce in capitolo sull’intelligenza artificiale. Verissimo. Anche la stragrande maggioranza degli americani vuole una dieta sana, meno zucchero e più esercizio fisico. Poi però ordina un doppio cheeseburger e scrolla TikTok fino alle tre del mattino. La politica dell’IA vive esattamente in questo cortocircuito cognitivo. Tutti vogliono controllo, sicurezza e trasparenza, purché non rallentino il progresso, non tocchino i profitti e non facciano scappare i capitali verso la prossima giurisdizione compiacente.
Il framework di Bores è un comunicato corposo, denso, quasi ostentatamente serio. Nazionalizzerebbe il RAISE Act, introducendo obblighi di segnalazione e requisiti di test di sicurezza indipendenti, insieme a disposizioni federali che suonano bene nei panel di Washington come “impegnarsi nella diplomazia”. Traduzione operativa, secondo Bores, dialogo attivo con la Cina e chiunque altro stia sviluppando IA avanzata. L’idea che Washington e Pechino si siedano serenamente a discutere di modelli di frontiera mentre competono per supremazia tecnologica e militare è una di quelle fantasie che rendono la politica americana irresistibilmente teatrale. Funziona bene nei documenti, meno bene nella realtà geopolitica.
Il passaggio più interessante, e involontariamente rivelatore, riguarda i piani di emergenza. Bores vuole risorse significative per prepararsi a scenari catastrofici, incluso un kill switch nel caso in cui lo sviluppo dell’IA vada fuori controllo. Il concetto di kill switch è affascinante perché rassicura il pubblico e fa sorridere chiunque abbia mai messo mano a sistemi distribuiti su scala globale. Pensare di spegnere l’IA come si spegne un tostapane è una fantasia degna della fantascienza anni Novanta. Ma politicamente funziona. Comunica l’idea che qualcuno, da qualche parte, abbia ancora la mano sul quadro elettrico.
Dietro la retorica della prudenza si nasconde un calcolo politico piuttosto evidente. In una primaria affollata con nove candidati, puntare sull’intelligenza artificiale come tema centrale è un modo elegante per sembrare contemporanei, coraggiosi e vagamente profetici. I Democratici, del resto, arrancano da mesi su questo fronte, intrappolati tra l’ala permissiva che teme di soffocare l’innovazione e un elettorato sempre più diffidente verso le big tech. Bores sostiene che il problema sia l’assenza di una visione chiara. Forse. O forse il problema è che una visione chiara sull’IA implica scelte scomode, e le scelte scomode fanno perdere voti e donazioni.
Quando Bores parla di “influenza politica che spinge affinché non accada nulla”, il riferimento è tutt’altro che sottile. Il bersaglio è Leading the Future, il super PAC che include nomi come Greg Brockman, Marc Andreessen, Ben Horowitz, Ron Conway e Joe Lonsdale. Da novembre, il PAC ha speso oltre un milione di dollari per colpire Bores con spot offensivi che, a suo dire, vanno in onda con una tale frequenza da comparire sugli schermi del bar sotto casa. Una scena quasi poetica. Il candidato che sorseggia un caffè mentre la sua faccia viene demolita tra una partita di basket e una pubblicità di birra artigianale.
Non tutti i Democratici, va detto, sembrano così allergici a quei soldi. In Illinois, per esempio, l’accoglienza ai fondi di Leading the Future è stata calorosa, in linea con una lunga tradizione di progressismo tecnologico molto accomodante. Ma per il PAC, Bores rappresenta qualcosa di più pericoloso di un singolo seggio. È un messaggio. Un’idea che potrebbe contagiare il partito, spostando il baricentro verso una regolamentazione dell’IA meno deferente verso la Silicon Valley. Meglio stroncarla sul nascere.
Il paradosso è che anche il fronte pro Bores non è esattamente privo di capitali tecnologici. Tre quarti delle sue donazioni arrivano da fuori stato, spesso da sostenitori benestanti della sicurezza dell’intelligenza artificiale. La settimana scorsa, un nuovo PAC ha lanciato spot a suo favore, interamente finanziati, almeno inizialmente, da Daniel Ziegler. La politica dell’IA americana sta assumendo i contorni di una guerra civile tra fazioni tecnologiche, più che di uno scontro tra popolo e oligarchia. Da una parte chi vuole accelerare senza freni. Dall’altra chi vuole mettere guardrail, purché finanziati da chi ha già fatto fortuna.
Anche nell’ipotesi ottimistica di una vittoria elettorale, il percorso legislativo di Bores appare accidentato. Il RAISE Act, nella sua versione originale, è stato fortemente annacquato prima della firma del governatore di New York Kathy Hochul, apparentemente sotto la pressione degli stessi titani della Silicon Valley che oggi finanziano campagne contro di lui. Un copione classico. Prima l’idea ambiziosa, poi il compromesso, infine il comunicato stampa che celebra una vittoria simbolica.
Bores sostiene di poter costruire una coalizione trasversale al Congresso, citando il senatore repubblicano Josh Hawley e il deputato democratico Ted Lieu come potenziali alleati. L’immagine di un’alleanza bipartisan sulla sicurezza dell’IA è affascinante e rarissima. Ma convincere 218 membri della Camera, per non parlare della leadership, a sostenere una legge che non sia un guscio vuoto richiede qualcosa di più di buone intenzioni e slogan ben confezionati.
La vera scommessa di Bores non è legislativa, è narrativa. Vuole dimostrare che opporsi all’inerzia regolatoria è possibile, anche dopo l’ordine esecutivo di Trump che scoraggiava gli stati dal muoversi in autonomia sull’IA. Vuole passare alla storia come quello che ha costretto il sistema a reagire. Se perderà alle primarie di giugno, il messaggio per il Partito Democratico sarà chiaro e deprimente. Meglio non toccare l’IA, meglio non irritare i donatori, meglio lasciare che il futuro si autogestisca.
Se invece vincesse, Bores diventerebbe un modello. Non necessariamente perché il suo framework sia perfetto o perché il kill switch funzioni davvero. Ma perché dimostrerebbe che esiste spazio politico per parlare di intelligenza artificiale senza inginocchiarsi davanti al prossimo round di finanziamenti. In un’epoca in cui le macchine imparano più velocemente dei legislatori, anche solo l’illusione di controllo può diventare una potente arma elettorale. E in politica, come nell’IA, spesso l’illusione è già metà del risultato.