Al castello fiammingo di Alden Biesen, sotto una pioggia che sembrava perfetta per ricordare ai leader europei che il clima non è l’unica cosa a essere cambiata negli ultimi anni, è andato in scena qualcosa di più di un ritiro informale sulla competitività. È stato, nei fatti, un momento di verità per l’Unione europea. Mario Draghi ed Enrico Letta hanno messo sul tavolo una diagnosi severa e una proposta ambiziosa: se l’Europa non accelera ora su mercato unico, investimenti, energia e intelligenza artificiale, rischia di trasformarsi definitivamente in un campo di gioco per le strategie industriali di Stati Uniti e Cina.

Il messaggio politico è stato chiaro sin dall’inizio. Il panorama economico europeo si è deteriorato e l’urgenza di agire non è più rinviabile. Draghi ha insistito sulla necessità di ridurre le barriere interne al Mercato Unico, mobilitare il risparmio europeo, integrare i mercati dei capitali, intervenire sul costo dell’energia e rendere più efficace il processo decisionale anche attraverso cooperazioni rafforzate. Letta ha affiancato a questa analisi una proposta strutturata, quasi architettonica, per completare il mercato unico con un vero e proprio One Market Act, trasformando l’Unione da somma di 27 mercati nazionali a spazio economico realmente integrato.

Il punto di partenza è brutale nella sua semplicità. L’Europa è ancora una potenza economica ma non è un blocco politico e industriale coerente. Gli Stati Uniti agiscono con strumenti fiscali e industriali comuni come l’Inflation Reduction Act. La Cina pianifica su scala continentale con una regia centralizzata. L’Unione europea discute spesso all’unanimità, rallenta sulle decisioni chiave e si divide tra sensibilità nazionali, come dimostra il nuovo scontro sul debito comune europeo. Emmanuel Macron ha rilanciato l’idea di uno strumento finanziario comune di grande portata per sostenere difesa, innovazione, intelligenza artificiale e transizione verde. Berlino ha risposto con un no netto sugli eurobond, richiamando i vincoli costituzionali. La squadra franco tedesca, che per decenni ha costituito il motore dell’integrazione, oggi appare meno sincronizzata. E in questo spazio si inserisce un ruolo crescente dell’Italia, che insieme alla Germania spinge su semplificazioni decisionali e maggiore centralità del Consiglio europeo.

Ma al di là delle tensioni politiche, il cuore del problema è economico e tecnologico. Draghi ha richiamato la necessità di mobilitare il risparmio europeo, una massa imponente che oggi non si traduce in investimenti produttivi su scala adeguata. Senza una vera Unione dei mercati dei capitali, le imprese innovative europee continueranno a cercare finanziamenti negli Stati Uniti, mentre i capitali europei continueranno a fluire verso asset esterni. Letta è stato ancora più esplicito. Senza una forte integrazione dei mercati finanziari, l’Europa non potrà essere sufficientemente competitiva.

Il One Market Act proposto da Letta si fonda su tre integrazioni verticali e tre leve orizzontali. Sul piano settoriale, l’obiettivo è costruire un mercato energetico realmente europeo, capace di ridurre i prezzi e garantire sicurezza degli approvvigionamenti, un mercato unico delle telecomunicazioni e delle reti digitali per sostenere la scalabilità industriale e la sovranità tecnologica, e un’integrazione profonda dei servizi finanziari per convogliare il risparmio verso imprese, innovazione e crescita. In un contesto in cui l’intelligenza artificiale richiede investimenti massicci in infrastrutture digitali, data center, semiconduttori e ricerca avanzata, la frammentazione attuale è un lusso che l’Europa non può più permettersi.

A questi pilastri si aggiungono strumenti orizzontali pensati per rendere il sistema più fluido. La cosiddetta quinta libertà, che estende la libera circolazione a dati, ricerca, competenze e innovazione, è un passaggio chiave per l’economia digitale e per l’AI. Un regime giuridico europeo unico per le imprese innovative semplificherebbe l’espansione transfrontaliera, superando il mosaico normativo nazionale che oggi scoraggia la crescita su scala continentale. E un rafforzamento della dimensione sociale e territoriale del mercato unico renderebbe la mobilità una scelta e non una necessità, attenuando le asimmetrie interne.

Sul fronte geopolitico, il vertice ha confermato che la competitività è ormai parte integrante della sicurezza europea. La guerra in Ucraina, le tensioni nel Mar Rosso, la rivalità tecnologica tra Washington e Pechino, le politiche industriali aggressive delle grandi potenze hanno trasformato energia, semiconduttori, telecomunicazioni e intelligenza artificiale in asset strategici. Non è più solo una questione di PIL ma di autonomia strategica. In questo contesto, l’ipotesi di cooperazioni rafforzate tra gruppi di Paesi appare come una valvola di sfogo istituzionale. Se i 27 non riescono ad avanzare insieme, almeno nove Stati possono procedere su iniziative comuni lasciando la porta aperta agli altri. È già accaduto con l’euro e con Schengen. Potrebbe accadere con l’Unione dei capitali o con progetti industriali avanzati.

Resta il nodo della governance. Il voto all’unanimità blocca spesso il Consiglio e rallenta risposte che richiederebbero tempistiche da economia digitale, non da protocolli diplomatici ottocenteschi. Sempre più leader guardano al voto a maggioranza qualificata come a un passaggio inevitabile. Non è un dettaglio tecnico ma una scelta di natura politica. Decidere più velocemente significa accettare che non sempre tutti saranno pienamente soddisfatti. Ma significa anche uscire dall’immobilismo.

A questo punto, la vera domanda è se l’Europa saprà trasformare questa fase di consapevolezza in una strategia coerente. Accelerare sull’integrazione dei mercati finanziari, costruire un mercato energetico integrato, completare quello digitale, investire massicciamente in ricerca e intelligenza artificiale, superare la frammentazione normativa e semplificare il processo decisionale non sono obiettivi alternativi. Sono parti di un unico disegno. Senza scala, non c’è competitività. Senza competitività, non c’è sovranità.

Per anni l’Unione europea ha prosperato in un contesto globale relativamente stabile, protetta dall’ombrello di sicurezza americano e beneficiaria di un commercio internazionale regolato. Oggi quel contesto non esiste più. Se vuole essere un attore e non un oggetto delle dinamiche tra Cina e Stati Uniti, l’Europa deve pensarsi come blocco economico e politico unico. Non basta coordinarsi: occorre integrarsi.

Il vertice di Alden Biesen non ha prodotto decisioni operative ma ha lanciato un segnale. I leader riconoscono che il tempo è diventato una variabile strategica. Se l’Unione riuscirà a passare dalle diagnosi ai cantieri normativi e finanziari, il 2026 e il 2028 potrebbero segnare l’inizio di una nuova fase di integrazione. In caso contrario, il rischio è di restare una grande area di mercato con ambizioni globali e strumenti insufficienti.

Ma in un un mondo che corre su investimenti miliardari in intelligenza artificiale, difesa, energia e tecnologie critiche, l’Europa non può permettersi il lusso della nostalgia per il passato. Deve decidere se essere un regolatore raffinato ma marginale o un attore protagonista. Draghi e Letta hanno indicato la rotta. Ora tocca ai Ventisette dimostrare di voler davvero accettare la sfida.