L’Europa ha avuto un talento raro negli ultimi trent’anni. Trasformare una dipendenza strutturale in una convinzione ideologica. L’idea che l’energia fosse una commodity neutrale, acquistabile sul mercato globale come se fosse grano o rame, ha dominato Bruxelles, Berlino e Parigi con una sicurezza quasi teologica. Poi la realtà ha bussato alla porta. Forte. Nel 2022. Con la violenza tipica della geopolitica quando si ricorda di esistere. L’interruzione del gas russo non è stata solo una crisi energetica, è stata una radiografia impietosa dello stato dell’autonomia strategica europea. O meglio della sua assenza.
L’Unione Europea, entità che ama definirsi potenza normativa, scopre improvvisamente di essere una potenza energivora e dipendente. Oltre il 58 percento del fabbisogno energetico europeo è importato. Nel 1990 era il 50 percento, quando il mondo era più semplice, la globalizzazione sembrava un pranzo gratis e la parola rischio era relegata ai manuali di compliance. Oggi la situazione è rovesciata. Economie come quelle di Cina e India importano molto meno, rispettivamente circa un quarto e poco più di un terzo del loro fabbisogno. Non per virtù morale o ambientalismo illuminato, ma per puro istinto di sopravvivenza strategica.
Il problema europeo non nasce nel 2022. Nasce prima, quando la produzione interna comincia a calare senza un piano credibile di sostituzione. Il Mare del Nord declina. Il carbone viene dismesso più velocemente della capacità di rimpiazzarlo. Il nucleare diventa un tabù politico in alcuni Paesi e una reliquia costosa in altri. Le politiche climatiche accelerano la transizione, giustamente, ma lo fanno spesso dando per scontato che l’energia mancante sarebbe arrivata da qualche parte. Quel qualche parte aveva un nome preciso: Russia.
Quando Mosca chiude i rubinetti dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Europa scopre il prezzo reale della dipendenza. Nel solo 2022, il costo delle importazioni energetiche arriva a sfiorare il 3,8 percento del PIL europeo. Una tassa occulta che colpisce famiglie, imprese, bilanci pubblici. Un trasferimento di ricchezza verso l’esterno che nessun ministro delle finanze avrebbe mai approvato in modo esplicito. Ma che è avvenuto comunque, silenziosamente, attraverso i mercati dell’energia.
La risposta europea è stata rapida, tecnicamente impressionante, politicamente rivelatrice. In pochi mesi l’Europa riorienta la propria dipendenza. Non la elimina, la sposta. Dal gas russo al gas naturale liquefatto americano. Gli Stati Uniti diventano il principale fornitore, arrivando a coprire circa il 60 percento delle importazioni di GNL europeo, contro meno del 30 percento nel 2021. Terminali, rigassificatori, contratti spot. Una dimostrazione di capacità logistica notevole. Ma anche un’ammissione implicita. L’Europa non ha risolto il problema, lo ha solo reso più presentabile.
Dipendere da Stati Uniti è più confortevole che dipendere dalla Russia, senza dubbio. Ma è pur sempre una dipendenza. E Washington, negli ultimi anni, ha dimostrato una volatilità politica che rende pericoloso affidarle un asset così critico. L’energia non è solo una questione di mercato. È una leva di potere. Lo si è visto quando la dipendenza europea è entrata, neppure troppo velatamente, nei negoziati commerciali e tariffari. La retorica dell’alleanza non cancella la logica degli interessi nazionali.
Nel frattempo l’Europa accelera sulle rinnovabili. Qui arriva la parte che nei comunicati ufficiali suona come una favola a lieto fine. E in parte lo è. Per la prima volta, vento e sole generano più elettricità dei combustibili fossili. Un traguardo storico. Un segnale che la transizione energetica non è più un powerpoint per conferenze, ma un’infrastruttura reale. Offshore wind nel Mare del Nord, progetti che promettono fino a 100 gigawatt di capacità. Solare diffuso. Reti più intelligenti. Accumulo.
Ma anche qui, sotto la superficie, si nasconde una nuova asimmetria. Gran parte delle tecnologie chiave, dai pannelli fotovoltaici alle batterie, fino a componenti critici delle turbine eoliche, arriva da un solo Paese. La Cina. Ancora una volta, l’Europa ha scelto l’efficienza di costo rispetto alla resilienza strategica. Ancora una volta ha dato per scontato che le catene di fornitura globali sarebbero rimaste apolitiche. Una scommessa audace, considerando che Pechino considera esplicitamente l’energia e la tecnologia strumenti di potere geopolitico.
Il rischio non è teorico. Basta guardare alle restrizioni sulle terre rare, ai controlli sulle esportazioni, alle tensioni commerciali crescenti. Affidare la transizione verde a un unico hub industriale esterno significa creare una nuova dipendenza strutturale, questa volta mascherata da sostenibilità. Cambiano le molecole, non la logica. Dal gas ai wafer di silicio. Dalle pipeline alle supply chain.
Nel frattempo le imprese europee pagano il conto. L’elettricità costa in media il doppio rispetto agli Stati Uniti. L’industria energivora perde competitività. Acciaio, chimica, fertilizzanti, semiconduttori. Settori strategici che iniziano a guardare altrove per investire. Non per ideologia, ma per aritmetica. L’energia cara è una tassa sulla produzione. E le tasse sulla produzione, nel lungo periodo, distruggono basi industriali.
Qui emerge il vero nodo strategico. L’autonomia energetica non è un capriccio sovranista né una nostalgia autarchica. È una condizione necessaria per mantenere una base industriale avanzata, per finanziare il welfare, per sostenere la transizione digitale e l’intelligenza artificiale. Senza energia stabile, abbondante e prevedibile, tutto il resto è retorica.
Negli ultimi mesi qualcosa si muove. Produzione domestica di componenti eolici. Investimenti in gigafactory per batterie. Discussioni meno ideologiche sul nucleare di nuova generazione. Una timida ma significativa convergenza tra politica climatica e politica industriale. Non perché l’Europa sia diventata improvvisamente pragmatica, ma perché la realtà ha reso l’ideologia troppo costosa.
L’energia è tornata a essere quello che è sempre stata nella storia. Potere. Chi controlla le fonti energetiche controlla i margini di manovra economica, la politica estera, la stabilità sociale. L’Europa lo aveva dimenticato. Ora lo sta ricordando, a caro prezzo.
La lezione è brutale ma semplice. Non esiste sovranità senza controllo sull’energia. Non esiste transizione verde sostenibile se poggia su dipendenze strategiche esterne. Non esiste competitività industriale con bollette strutturalmente più alte dei concorrenti. L’autonomia energetica non è un obiettivo ideologico. È una condizione di sopravvivenza geopolitica nel XXI secolo.
Il resto sono comunicati stampa.