Succede sempre così. Arriva una tecnologia nuova, rumorosa, sgraziata, con l’aria da elefante in cristalleria, e la sinistra reagisce come reagisce da almeno un secolo. Prima la ignora, poi la ridicolizza, infine la demonizza. Solo che stavolta l’elefante non è una fabbrica fordista o una rete televisiva privata, ma un sistema cognitivo sintetico che riscrive il rapporto tra lavoro, conoscenza e potere. E mentre ci si esercita in raffinate battute sul fatto che “non capisce nulla”, qualcun altro prende le chiavi della macchina.

L’epitaffio l’ha scritto Joshua Achiam con una frase che suona come una sentenza storica più che come un tweet. L’energia interessante sul futuro dell’umanità si è spostata a destra. La sinistra ha abdicato. Tra dieci anni se ne renderà conto. Traduzione non autorizzata ma accurata: quando capiranno cosa hanno perso, sarà troppo tardi per negoziare le condizioni.

L’elemento tragicomico è che l’intelligenza artificiale è esattamente il tipo di oggetto che la sinistra dovrebbe amare o almeno temere seriamente. Ristruttura il lavoro, comprime il valore della conoscenza, sposta potere verso chi controlla infrastrutture e modelli. Insomma, manuale marxiano aggiornato al silicio. Invece no. La reazione prevalente è stata un misto di fastidio intellettuale e snobismo morale. L’IA come moda, come truffa, come bolla. Meglio occuparsi d’altro, magari di qualcosa che non richieda di studiare transformer, scaling laws o economie computazionali.

Così nasce il nuovo dogma. L’IA non pensa. Non capisce. Non potrà mai capire. È solo completamento automatico con steroidi. Un’idea rassicurante, elegante, soprattutto comoda. Permette di chiudere il discorso senza sporcarsi le mani. Se non è intelligenza, allora non è politica. Se non è politica, allora non è un problema nostro.

Il paradosso è che questo consenso nasce da ambienti colti, raffinati, colmi di citazioni giuste e di riferimenti corretti. The Nation, The New Republic, The New York Review of Books, N+1 convergono su una narrazione identica. Il modello predice token. Fine della storia. Come se spiegare il meccanismo interno fosse sufficiente a esaurire le conseguenze esterne.

È una vecchia illusione positivista rovesciata. Se so come funziona, allora so cosa può fare. Come se sapere che il cervello usa neuroni e sinapsi esaurisse la questione della coscienza. Come se spiegare la grammatica rendesse inutile la letteratura. Ridurre non è capire. È solo una forma più elegante di rimozione.

L’eroe involontario di questa rimozione è Cory Doctorow, intellettuale brillante, penna affilata, coscienza critica del capitalismo digitale. La sua “macchina di completamento automatico piccante” è una metafora riuscita, memorabile, perfetta per i social. Ed è proprio questo il problema. Funziona troppo bene come slogan. Sostituisce l’analisi con l’ironia. Trasforma una questione sistemica in una battuta condivisibile.

Nel frattempo l’IA smette di essere un giocattolo. Entra nei flussi decisionali, nei processi aziendali, nella produzione normativa. Viene usata per scrivere codice, allocare risorse, filtrare curriculum, ottimizzare supply chain. Non perché “capisca”, ma perché funziona. E nel capitalismo che conosciamo, ciò che funziona vince sempre sul dibattito filosofico.

Qui la sinistra compie l’errore fatale. Confondere la questione ontologica con quella politica. Si discute ossessivamente se un modello “capisca” il linguaggio, come se fosse un esame di filosofia della mente. Ma il potere non aspetta che si risolva il problema del significato. Il potere usa strumenti che producono risultati. Anche stupidi. Anche ciechi. Anche pericolosi.

La teoria dei pappagalli stocastici, resa popolare da Emily Bender, è un contributo accademico serio, utile, necessario. Serve a ricordare che l’illusione cognitiva non equivale a coscienza. Ma trasformarla in un’arma retorica definitiva è un’altra cosa. È come dire che siccome un martello non capisce il chiodo, allora non può distruggere una casa.

Il dettaglio che sfugge, o viene volontariamente ignorato, è che l’intelligenza artificiale non deve capire per essere politicamente rilevante. Deve solo essere sufficientemente buona da spostare equilibri. Automatizzare decisioni. Centralizzare competenze. Ridurre il valore marginale del lavoro umano qualificato. Qui non siamo nel campo della semantica. Siamo nel cuore dell’economia politica.

Qualcuno a sinistra lo ha intuito. Bernie Sanders parla di rischi, di lavoro, di concentrazione del potere. Ma resta una voce isolata, trattata come un nonno saggio che mette in guardia dai pericoli senza capire davvero la tecnologia. Peccato che il problema non sia capire ogni dettaglio tecnico, ma capire dove va il controllo.

La destra, nel frattempo, non si fa domande metafisiche. Parla di supremazia, di corsa tecnologica, di vantaggio strategico. Usa l’IA come simbolo di potenza e come strumento di governo. Non importa se capisce o no. Importa chi la possiede, chi la scala, chi la integra nei sistemi di potere esistenti.

Il risultato è una strana asimmetria. La sinistra difende l’umano negando la macchina. La destra difende il dominio abbracciandola. Nel mezzo restano lavoratori, cittadini, istituzioni che subiscono decisioni automatizzate senza un vero dibattito democratico. Un capolavoro di autogol ideologico.

Tra dieci anni, quando l’IA sarà infrastruttura invisibile come l’elettricità o la finanza algoritmica, qualcuno riscoprirà questi articoli, queste battute, questi thread ironici. Diranno che i segnali c’erano. Che si poteva fare di più. Che il problema non era se l’IA capiva, ma se noi capivamo cosa stava succedendo.

La tecnologia non chiede il permesso. Non aspetta il consenso culturale. Avanza seguendo incentivi, capitali, potere computazionale. Ignorarla non è una forma di resistenza. È una delega in bianco. E la storia insegna che quando la sinistra delega il futuro, qualcun altro lo governa. Di solito con risultati molto efficienti. E molto poco umani.