A Nuova Delhi l’intelligenza artificiale non è più soltanto un tema da laboratorio o da boardroom californiana. All’AI Impact Summit 2026, ospitato al Bharat Mandapam, l’AI è diventata linguaggio politico, leva geopolitica e soprattutto progetto nazionale. Sul palco, accanto ai leader internazionali, c’era il padrone di casa, Narendra Modi, deciso a raccontare al mondo perché l’India non vuole essere solo mercato di consumo tecnologico ma architetto del futuro digitale.

Il vertice ha riunito delegazioni da oltre cento Paesi, startup, big tech, ricercatori e decisori pubblici. Non un semplice evento di settore, ma una piattaforma diplomatica in cui l’intelligenza artificiale diventa terreno di confronto globale. Il messaggio è chiaro: l’AI non è più un affare esclusivo tra Stati Uniti e Cina. L’India vuole sedersi al tavolo dei grandi e possibilmente dire la sua anche sul menù.

Modi ha insistito su un concetto che ricorre come un filo rosso nel suo intervento: l’intelligenza artificiale deve essere uno strumento di progresso inclusivo. Non una corsa muscolare tra potenze, ma una tecnologia capace di migliorare la vita di milioni di persone. In un Paese che rappresenta una delle popolazioni più giovani e numerose al mondo, con un bacino di talenti tecnologici in costante crescita, l’AI viene presentata come acceleratore di opportunità. Non come sostituto dell’uomo, ma come amplificatore delle sue capacità.

Nuova Delhi ha ospitato un evento faraonico con 250mila partecipanti e i protagonisti della rivoluzione tecnologica. L’obiettivo dell’AI Impact Summit 2026 che si è tenuto in India è di riuscire a giocare da protagonista la partita sull’AI

La strategia indiana si articola su più livelli, e qui il discorso si fa tecnico ma non meno politico. Il governo sta lavorando su cinque strati fondamentali: applicazioni, modelli, capacità di calcolo, infrastrutture e energia. Nella dimensione applicativa l’obiettivo è portare benefici concreti a sanità, agricoltura ed educazione. Nella dimensione dei modelli emerge un tema sensibile, quello della sovranità tecnologica. L’India punta su modelli più piccoli e specializzati, meno costosi e più aderenti ai bisogni locali. Non è solo una scelta economica, è una dichiarazione di autonomia.

Sul fronte del calcolo, Nuova Delhi vuole democratizzare l’accesso alle risorse computazionali, offrendo potenza di elaborazione a startup e ricercatori che altrimenti resterebbero fuori dalla partita. In parallelo, l’infrastruttura dati deve restare radicata sul territorio nazionale, con attenzione alla residenza e al trattamento dei dati. E poi c’è l’energia, perché i data center non funzionano a slogan. L’India rivendica che oltre il 50 per cento della propria capacità di generazione elettrica proviene da fonti rinnovabili. L’AI, nella visione del governo, deve crescere insieme alla sostenibilità.

Nel suo intervento Modi ha evocato la lunga tradizione indiana di conoscenza e innovazione, dai sistemi antichi di sapere fino all’era digitale. Il parallelo storico non è casuale. L’AI viene inserita in una narrazione di continuità culturale, quasi a dire che l’India non sta inseguendo il futuro, lo sta reinterpretando alla luce della propria identità.

Uno dei passaggi più interessanti riguarda la democratizzazione dell’AI. Il tema del summit, “Welfare for All, Happiness for All”, non è solo una formula retorica. Modi ha sottolineato che l’intelligenza artificiale non deve diventare uno strumento per pochi privilegiati o per un ristretto club di economie avanzate. In particolare, ha richiamato l’attenzione sul Global South, indicando l’India come ponte tra innovazione tecnologica e bisogni dei Paesi emergenti. È una posizione che combina etica e strategia geopolitica, perché chi guida l’inclusione tecnologica guadagna anche influenza internazionale.

Naturalmente, accanto all’entusiasmo c’è la consapevolezza dei rischi. Modi ha parlato della necessità di linee guida etiche, di governance trasparente e di responsabilità. Ha introdotto l’idea di una “Human Vision” per l’AI, un quadro in cui innovazione e tutela dei diritti procedono insieme. La sfida è costruire fiducia in un’epoca in cui l’AI può generare valore ma anche disinformazione, manipolazione e nuove forme di disuguaglianza.

Il summit ha dedicato ampio spazio alla cooperazione internazionale. L’idea di standard globali per l’intelligenza artificiale è tornata più volte, così come la necessità di proteggere i minori e garantire autenticità nell’ecosistema digitale. In altre parole, l’AI non può essere governata solo da codici e algoritmi, ma richiede un’architettura normativa condivisa. E in questo contesto l’India ambisce a giocare un ruolo da mediatore tra approcci regolatori diversi.

A confermare il peso globale del summit non c’erano solo le delegazioni governative, ma anche alcuni dei protagonisti assoluti della rivoluzione algoritmica, da Sundar Pichai di Google a Dario Amodei di Anthropic, fino a Sam Altman di OpenAI e Alexander Wang, oggi chief AI officer di Meta, segno che la partita dell’intelligenza artificiale si gioca ormai in un’arena dove politica e big tech siedono allo stesso tavolo.

All’India AI Impact Summit tenutosi a Nuova Delhi il 19 febbraio 2026, Sam Altman e Dario Amodei hanno visibilmente rifiutato di tenersi per mano durante la foto di gruppo cerimoniale, mentre altri leader tecnologici si sono presi sottobraccio. Il momento arriva in un clima di tensione tra i due giganti dell’intelligenza artificiale. Meno di due settimane fa, Anthropic ha mandato in onda alcuni controversi spot pubblicitari durante il Super Bowl che mettevano in evidenza “Inganno” e “Tradimento”, ampiamente interpretati come una frecciatina ai piani pubblicitari di ChatGPT di OpenAI. Amodei, d’altra parte, ha co-fondato Anthropic nel 2021 dopo aver lasciato OpenAI, citando disaccordi sulle priorità di sicurezza dell’IA e sullo stile di leadership e il divario tra le due aziende è cresciuto con la rapida espansione di entrambe in termini di valutazione e influenza nel settore dell’AI.

La presenza di tanti giovani innovatori all’evento è stata sottolineata con orgoglio. Per Modi, l’entusiasmo delle nuove generazioni è la prova che l’AI non è percepita come minaccia, ma come opportunità. Il futuro del lavoro cambierà, ha ammesso, ma l’obiettivo è fare in modo che l’intelligenza artificiale potenzi le competenze umane invece di renderle superflue. È una promessa ambiziosa, soprattutto in un mercato del lavoro vasto e complesso come quello indiano.

L’AI Impact Summit 2026 si chiude così con un messaggio chiaro: l’India non vuole essere spettatrice nella rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Vuole definire regole, costruire infrastrutture, formare talenti e soprattutto imprimere una direzione etica e inclusiva allo sviluppo tecnologico. In un mondo in cui l’AI è sempre più anche uno strumento di potere, Nuova Delhi prova a raccontarla come uno strumento di benessere collettivo. Resta da vedere se l’equilibrio tra ambizione nazionale e governance globale reggerà alla velocità con cui l’intelligenza artificiale continua a correre.