Il mercato delle rinnovabili italiane non sta più facendo prove generali, ha iniziato a recitare a soggetto. E con una discreta sicurezza. Tra gli 8 e i 10 miliardi di euro di investimenti potenziali nel 2026, secondo gli operatori riuniti all’Italian EnergyTech Conference, il settore sembra aver imboccato una traiettoria che non è più solo promessa da slide, ma numeri che iniziano a pesare nei portafogli e nelle reti elettriche.

Il dato colpisce soprattutto se confrontato con il passato recente. Nel 2021 l’Italia installava circa 1 GW di nuova capacità rinnovabile, una velocità più da monopattino che da transizione energetica. Nel 2025 si è arrivati a 7,2 GW, con un leggero rallentamento rispetto al 2024 ma un salto strutturale evidente. A questo si aggiungono 1,7 GW di sistemi di accumulo, il vero elefante nella stanza quando si parla di rinnovabili mature. Perché produrre energia pulita è importante, ma riuscire a usarla quando serve è ciò che fa la differenza tra entusiasmo e blackout.

Secondo Alfonso Ortal Sevilla, ceo di Verdian, il 2026 potrebbe persino fare meglio. L’obiettivo dei 131 GW di capacità rinnovabile al 2030 resta ambizioso, ma oggi non appare più come un esercizio di fantasia. Strumenti come Fer X, Macse, Ppa ed Energy Release stanno finalmente creando un contesto in cui i progetti riescono a uscire dai cassetti e arrivare a terra, che nel settore energetico è sempre il passaggio più complicato.

L’Italia, paradossalmente, beneficia di una delle sue storiche debolezze. Il peso ancora dominante del gas nel mix energetico mantiene alto il prezzo dell’elettricità, rendendo le rinnovabili economicamente più appetibili rispetto ad altri Paesi europei. A questo si somma la prospettiva di una riforma delle connessioni alla rete, indispensabile per risolvere la saturazione che oggi rischia di trasformare il successo del fotovoltaico in un problema operativo.

Il confronto europeo aiuta a capire perché molti investitori guardino a Roma più che a Berlino o Parigi. Gli Stati Uniti stanno rallentando, la Francia soffre di instabilità politica, i Paesi nordici offrono rendimenti contenuti, la Grecia è troppo piccola e la Spagna ha corso molto senza costruire abbastanza accumuli, ritrovandosi con curtailment, prezzi negativi e un blackout che nessuno aveva in agenda. L’Italia, nel mezzo, appare improvvisamente come il compromesso ragionevole. Non perfetta, ma interessante.

Questo scenario si inserisce in un contesto europeo che nel 2025 ha segnato un passaggio storico. Per la prima volta eolico e solare hanno generato più elettricità delle fonti fossili nell’Unione Europea. Il 30% contro il 29%, secondo l’European Electricity Review del think tank Ember. Non una rivoluzione romantica, ma un sorpasso numerico che racconta una direzione ormai chiara. A trainare è stato il solare, cresciuto di oltre il 20% per il quarto anno consecutivo e arrivato al 13% della produzione elettrica europea, superando carbone e idroelettrico.

In Italia il fotovoltaico ha fatto ancora meglio, con una crescita del 24% in un solo anno e una quota del 17% sulla produzione elettrica nazionale. L’eolico segue a ruota, mentre il carbone continua la sua lenta uscita di scena. Eppure il gas resta centrale, soprattutto per compensare un idroelettrico penalizzato da condizioni meteo poco generose. Il risultato è un conto salato: 32 miliardi di euro spesi dall’Ue per importare gas destinato alla generazione elettrica nel 2025, con Italia e Germania tra i Paesi più esposti.

È qui che entrano in scena le batterie, sempre meno comprimarie e sempre più protagoniste. L’Italia concentra circa il 20% della capacità operativa di grandi sistemi di accumulo dell’intera Ue, con 1,9 GW già installati. Tra gennaio e ottobre 2025 la capacità è cresciuta del 40% e la pipeline è ancora più impressionante, con circa 10 GW di nuovi progetti in costruzione, autorizzati o annunciati.

Il modello di riferimento è la California, dove le batterie hanno iniziato a coprire una quota significativa della domanda serale, riducendo il ricorso alle centrali a gas. In Italia gli accumuli hanno già contribuito a coprire i picchi di consumo, e secondo Ember la capacità potrebbe crescere di quasi sei volte nei prossimi anni. Tradotto in termini meno tecnici, significa prezzi dell’elettricità più stabili e minore dipendenza da importazioni geopoliticamente sensibili.

In questo nuovo paradigma, la rinnovabile smette di essere solo un tema di generazione e diventa una questione di gestione intelligente dell’energia. I produttori si trasformano in energy manager, i portafogli diventano multi tecnologici e i dati iniziano a contare quanto i megawatt. Qui l’intelligenza artificiale trova spazio naturale, ottimizzando previsioni, flussi e strategie di accumulo in un sistema sempre più complesso.

Il mercato delle rinnovabili italiane, insomma, sta entrando in una fase adulta. Meno slogan, più batterie. Meno ideologia, più ingegneria finanziaria e digitale. Se la domanda elettrica crescerà davvero, spinta da elettrificazione, mobilità e data center, l’Italia potrebbe giocare un ruolo da protagonista nei prossimi cinque o sei anni. Non come campione morale della transizione, ma come laboratorio pragmatico di un’energia pulita che finalmente funziona anche quando il sole tramonta.