Qualcuno la chiama alleanza tecnologica, qualcun altro la vede come un’operazione di de-risking elegante e altri, più semplicemente, la considerano l’ennesimo capitolo della lunga partita globale tra Stati Uniti e Cina. Sta di fatto che il 20 febbraio 2026, durante l’AI Impact Summit di Nuova Delhi, l’India ha formalmente aderito alla Pax Silica, l’iniziativa guidata da Washington per costruire filiere più sicure e resilienti in ambiti chiave come intelligenza artificiale, semiconduttori e minerali critici. E non è una mossa da poco.

Il nome è già un programma: pace e silicio. L’iniziativa, lanciata dal Dipartimento di Stato americano nel dicembre 2025 a Washington, punta a creare una “coalizione di capacità” lungo l’intera catena del valore, dall’estrazione delle terre rare alla manifattura avanzata, fino al deployment delle tecnologie AI. Tra i firmatari figurano Australia, Giappone, Corea del Sud, Singapore, Regno Unito, Emirati Arabi Uniti e altri attori strategici, con il supporto di partner come l’Unione Europea e Taiwan. Un club che non nasce come trattato commerciale tradizionale ma come piattaforma operativa pubblico-privata, con il coinvolgimento di giganti industriali e tecnologici.

L’adesione dell’India arriva in un momento simbolico e strategico, sottolineando come l’ingresso in Pax Silica possa ridurre la dipendenza globale dalla Cina nel settore delle terre rare, dove Pechino mantiene quote dominanti nella lavorazione e nella raffinazione. Il dibattito sui social è stato meno trionfalistico di quanto ci si potesse aspettare. Accanto all’entusiasmo per una presunta “coalizione dei poteri del chip”, non sono mancate voci più caute che invitano a non trasformare l’operazione in una narrativa apertamente anti-cinese. Del resto, le interdipendenze tra India, Stati Uniti e Cina restano profonde e difficilmente liquidabili con uno slogan.

Al di là della retorica, per Nuova Delhi l’ingresso in Pax Silica rappresenta un cambio di postura. L’India non vuole più essere solo il grande mercato emergente che consuma tecnologia progettata altrove: vuole diventare architetto delle catene del valore (lo ha detto chiaramente anche il premier Modi in un’intervista all’ANI). Con dieci impianti per semiconduttori in fase di sviluppo e con l’India Semiconductor Mission già operativa, l’accesso prioritario a proprietà intellettuale avanzata, strumenti di produzione e minerali critici potrebbe accelerare in modo significativo la costruzione di un ecosistema nazionale competitivo.

Il ministro Ashwini Vaishnaw ha sottolineato come la credibilità dell’India in materia di tutela della proprietà intellettuale, la vastità del bacino di talenti e una politica estera considerata affidabile siano fattori decisivi per attrarre investimenti. Non è difficile immaginare che l’adesione a Pax Silica apra la strada a nuovi flussi di capitale americano in data center AI, produzione di chip e infrastrutture digitali. In un contesto in cui molte aziende occidentali cercano alternative alla produzione concentrata in Cina, l’India si propone come hub di diversificazione.

La portata dell’operazione, tuttavia, non si limita ai bilanci industriali. Pax Silica si inserisce in una più ampia strategia statunitense di riduzione delle dipendenze critiche e di costruzione di alleanze tecnologiche selettive. In questo senso, l’India diventa un tassello fondamentale nel tentativo di definire un nuovo ordine economico e tecnologico del XXI secolo, meno esposto a pressioni coercitive e più fondato su standard condivisi. L’ambasciatore americano Sergio Gor ha parlato apertamente di una ridefinizione dell’ordine economico e tecnologico globale. Una dichiarazione che dice molto sul peso geopolitico dell’iniziativa.

Per l’India la sfida è doppia. Da un lato deve sfruttare l’occasione per consolidare la propria sovranità tecnologica, sviluppando capacità produttive, ricerca e innovazione domestica. Dall’altro deve mantenere un equilibrio diplomatico in un contesto multipolare, evitando di trasformare la competizione tecnologica in una contrapposizione rigida. La sua tradizionale abilità nel navigare tra blocchi contrapposti potrebbe rivelarsi un vantaggio competitivo anche nell’era dell’AI.

Le implicazioni per il cosiddetto Global South sono altrettanto rilevanti. Se Pax Silica riuscirà davvero a garantire accesso più equo a infrastrutture AI, capacità computazionale e filiere sicure, potrebbe contribuire a ridurre il divario tecnologico tra economie avanzate e Paesi emergenti. I critici, però, avvertono che una frammentazione eccessiva delle catene globali rischia di aumentare i costi e complicare la cooperazione internazionale su temi come clima e sostenibilità.

In ogni caso, l’ingresso dell’India in Pax Silica non è una nota a margine di un summit, ma un segnale chiaro di ambizione strategica. Nuova Delhi vuole sedersi al tavolo dove si decide chi controlla l’AI e le infrastrutture del futuro. E in un mondo in cui il potere passa sempre più dai server alle fabbriche di chip, non è un dettaglio. Se la corsa all’intelligenza artificiale è la nuova corsa allo spazio, l’India ha appena acceso i motori, con un occhio al mercato globale e l’altro alla propria autonomia tecnologica forte di un mercato domestico di oltre 1,4 miliardi di persone.