Diciamoci la verità: nel nostro Paese amiamo parlare di intelligenza artificiale. La evochiamo nei convegni, la celebriamo nei piani industriali, la inseriamo nei documenti strategici e la citiamo, spesso con una certa disinvoltura, nei discorsi di politici e pubblici amministratori. Poi però, quando si passa dalle slide ai bilanci aziendali, l’AI sembra ancora una promessa più che una leva strutturale di competitività. A dirlo, questa volta, non sono gli osservatori stranieri o le classifiche internazionali, ma i dati dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, che fotografano una realtà meno scintillante di quanto suggerisca la narrativa.

Secondo l’Istituto Italiano per l’AI, tra le grandi imprese l’adozione dell’intelligenza artificiale raggiunge il 53%. Un dato che, preso da solo, potrebbe persino sembrare incoraggiante. Il problema emerge quando si guarda al resto del tessuto produttivo: tra le imprese con almeno dieci addetti, quindi una fascia ben più rappresentativa del sistema industriale italiano, la quota scende al 16%. In altre parole, l’AI in Italia è ancora una tecnologia da “prima fila”, adottata soprattutto dai big, mentre la platea delle Pmi resta in larga parte spettatrice. E questo, per un Paese che si regge strutturalmente proprio sulle piccole e medie imprese, che costituiscono la spina dorsale del tessuto produttivo, è un problema.

Il punto è emerso con chiarezza alle Ogr di Torino, durante Officine d’Intelligenze, primo Forum nazionale sull’AI per l’Industria, dove il presidente dell’Istituto Italiano per l’AI, Fabio Pammolli, ha presentato il piano strategico pluriennale 2026-2030. Il messaggio, tradotto dal linguaggio istituzionale, è semplice: basta parlare di potenziale, è tempo di trasformarlo in risultati concreti. “A un anno dalla nascita dobbiamo trasformare il potenziale in risultati concreti. La sfida è tenere insieme sviluppo e adozione, ricerca e applicazione industriale, per fare dell’intelligenza artificiale una leva strutturale di competitività per il Paese”, ha spiegato Pammolli.

Ed è proprio qui che si gioca la partita dell’AI in Italia. Non tanto sulla qualità della ricerca, che pure non manca, né sulla vivacità del dibattito, ma sulla capacità di integrare davvero l’intelligenza artificiale nei processi produttivi quotidiani. Il piano dell’Istituto Italiano per l’AI punta esplicitamente a questo: trasformare l’AI da ambito sperimentale a infrastruttura operativa, quasi invisibile ma indispensabile, come l’elettricità o il cloud. L’obiettivo è consolidare una base tecnologica autonoma, sviluppare competenze e soluzioni proprietarie e rafforzare così la competitività del Paese in un contesto globale dove la sovranità tecnologica è sempre meno uno slogan e sempre più una necessità strategica.

Sul piano operativo, l’Istituto Italiano per l’AI ha già attivato dieci laboratori focalizzati su automazione, robotica avanzata, sistemi autonomi, ottimizzazione di prodotti e processi, software e cybersecurity. Nel 2026 le prime unità entreranno a regime, con una crescita progressiva fino a circa trenta laboratori di ricerca e sviluppo. Anche gli obiettivi economici sono dichiarati: raggiungere una prima soglia di 4 milioni di euro di ricavi esterni e superare i 10 milioni nel medio periodo. Numeri che, nel panorama delle big tech globali, possono sembrare modesti, ma che nel contesto italiano rappresentano un test cruciale di sostenibilità e credibilità industriale.

Il sostegno politico, almeno nelle dichiarazioni di intenti, sembrerebbe non mancare. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha assicurato che il governo farà la sua parte con risorse e semplificazioni. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha ricordato l’inserimento dell’intelligenza artificiale tra le tecnologie incentivate dal nuovo iperammortamento, sottolineando che per attrarre talenti non bastano incentivi fiscali, ma servono progetti scientifici solidi. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha ampliato il perimetro del discorso, osservando come l’AI riguardi anche il controllo di infrastrutture, dati e capacità di calcolo, trasformando il concetto stesso di potere. E il sottosegretario all’Innovazione, Alessio Butti, ha richiamato il fondo governativo da un miliardo di euro a sostegno delle imprese innovative.

Il quadro, insomma, è quello di un Paese che sembrerebbe aver compreso la centralità dell’intelligenza artificiale, almeno a livello strategico. Ma i numeri dell’Istituto Italiano per l’AI suggeriscono che la vera sfida è culturale e organizzativa prima ancora che tecnologica. Perché, se solo il 16% delle imprese con almeno dieci addetti utilizza l’AI, significa che la maggioranza delle aziende italiane non percepisce ancora l’intelligenza artificiale come uno strumento quotidiano di efficienza, ma come un investimento complesso, costoso o distante dal proprio core business.

In un’economia che, come abbiamo già detto, è composta in larga parte da piccole e medie imprese, la diffusione dell’AI non può limitarsi ai grandi gruppi. Deve tradursi in soluzioni scalabili, accessibili e integrate nei processi produttivi tradizionali. Altrimenti il rischio è una doppia velocità tecnologica: poche imprese altamente digitalizzate e un vasto tessuto produttivo che resta ancorato a modelli organizzativi del passato.

L’Italia non è in ritardo irreversibile, piuttosto è in una fase che potremmo definire di “beta permanente”: molta sperimentazione, molte analisi, molti piani strategici, molte dichiarazioni, ma ancora pochi effetti sistemici. Il piano 2026-2030 dell’Istituto Italiano per l’AI rappresenta un tentativo concreto di uscire da questa fase e di fare dell’intelligenza artificiale non un tema da convegno, ma un’infrastruttura competitiva. La vera misura del successo però non sarà il numero di laboratori attivati o di protocolli firmati, ma l’aumento di quel 16%. Quando l’AI smetterà di essere una parola chiave nei documenti strategici e diventerà una routine nelle fabbriche e negli uffici, allora si potrà dire che, finalmente, abbiamo superato la fase beta.