A leggere i numeri che chiudono il 2025 dell’economia americana si nota un paradosso. Mentre le conferenze sull’intelligenza artificiale celebrano aumenti di produttività, automazione intelligente e una nuova età dell’oro digitale, il Pil degli Stati Uniti rallenta bruscamente all’1,4% nel quarto trimestre, con un’inflazione che risale al 2,9% secondo l’indice Pce, quello preferito dalla Federal Reserve. In altre parole, l’economia più tecnologicamente avanzata del pianeta corre sull’AI ma inciampa sulla crescita.

Il dato annualizzato dell’1,4% significa, tradotto in termini più concreti, uno 0,35% reale nel trimestre. Una dinamica che avvicina sorprendentemente Washington alla debolezza dell’area euro e che segna una netta frenata rispetto al 4,4% del trimestre precedente. Il bilancio complessivo del 2025 si ferma al 2,2% contro il 2,8% dell’anno prima, abbastanza per far scattare un campanello d’allarme in un’economia che fino a pochi mesi fa veniva descritta come in piena espansione strutturale grazie alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

Il contesto politico pesa.

Il 2025 è stato l’anno dei dazi rilanciati dall’amministrazione Trump nel nome di un nuovo protezionismo industriale, culminato nel cosiddetto Liberation Day. La promessa era quella di rafforzare la manifattura americana e riequilibrare le catene globali del valore. Il risultato, almeno per ora, sembra più vicino a una compressione della crescita e a un aumento dei costi per le imprese, soprattutto per le piccole e medie aziende alle prese con supply chain meno fluide e input più cari.

La Corte Suprema, che ha appena bocciato l’impianto giuridico dei dazi fondato sull’emergenza nazionale, ha offerto un inatteso assist ai mercati finanziari. Le Borse hanno festeggiato la sentenza, con Wall Street che ha chiuso in rialzo e le piazze europee in netto progresso. È il classico cortocircuito dei mercati: l’economia reale rallenta, ma la prospettiva di un allentamento del protezionismo riaccende l’ottimismo degli investitori. In questo scenario, il Nasdaq, sostenuto dai titoli tecnologici e dalle big tech protagoniste del boom dell’AI, continua a mostrare una resilienza quasi ostentata.

Ed è proprio qui che si apre la questione più interessante per chi osserva il rapporto tra macroeconomia e intelligenza artificiale. Se l’AI sta davvero generando un salto di produttività, perché non si vede ancora nei numeri aggregati del Pil? La risposta, come spesso accade, è meno epica di quanto suggeriscano i keynote delle Big Tech. I guadagni di efficienza legati all’AI sono ancora concentrati in grandi gruppi tecnologici, finanza, servizi avanzati e settori ad alta intensità di dati. L’economia americana, però, resta composta in larga parte da comparti tradizionali, dove l’adozione dell’AI è più lenta, più costosa e meno immediatamente trasformativa.

Nel frattempo l’inflazione resta ostinatamente sopra il target del 2%. Il Pce core al 3% complica la vita alla Federal Reserve. Le pressioni politiche per un taglio dei tassi si scontrano con il rischio di alimentare ulteriormente le tensioni sui prezzi. Alcuni membri del FOMC (Federal Open Market Committee, ovvero l’organismo della Fed responsabile delle decisioni in termini di politica monetaria), hanno già ventilato l’ipotesi, fino a poco tempo fa impensabile, di un possibile rialzo qualora l’inflazione non rientrasse. Una combinazione di crescita debole e prezzi persistenti evoca uno spettro che molti economisti, tra cui Paul Krugman, hanno evocato da mesi: la stagflazione.

La stagflazione nell’era dell’intelligenza artificiale suona come un ossimoro. Siamo abituati a pensare all’AI come a un acceleratore di produttività capace di abbattere costi, ottimizzare processi, migliorare l’allocazione delle risorse. E in parte lo è. Ma nel breve periodo l’adozione massiccia di nuove tecnologie può produrre frizioni, investimenti iniziali elevati, riallocazioni di capitale e lavoro che non si traducono immediatamente in crescita diffusa. Inoltre, se il contesto commerciale internazionale si irrigidisce, l’effetto positivo dell’innovazione rischia di essere compensato dall’aumento dei costi e dall’incertezza regolatoria.

C’è poi un elemento strutturale che merita attenzione. L’intelligenza artificiale tende a rafforzare le economie di scala e le posizioni dominanti. Le big tech registrano bilanci da capogiro, trainate dalla domanda di infrastrutture cloud, chip avanzati e modelli generativi. Ma la diffusione dei benefici lungo la filiera richiede tempo, investimenti in formazione e infrastrutture, politiche industriali coerenti. In assenza di questo passaggio, il rischio è una crescita a due velocità, con una Silicon Valley iper-performante e un tessuto produttivo più tradizionale sotto pressione.

Sul piano politico, la frenata del Pil e l’inflazione resistente rappresentano una sfida non banale in vista delle elezioni di Mid Term. La narrativa dell’America che torna grande grazie al reshoring industriale e all’AI come motore della nuova rivoluzione produttiva deve fare i conti con dati macro meno brillanti del previsto. Se la Federal Reserve dovesse mantenere i tassi elevati più a lungo, o addirittura alzarli, il costo del credito per imprese e famiglie aumenterebbe ulteriormente, raffreddando la domanda interna.

Questo 2026 si apre quindi con un interrogativo aperto: l’intelligenza artificiale sarà in grado di rappresentare il motore di una nuova fase espansiva o resterà, almeno per il momento, un fenomeno finanziario e settoriale incapace di compensare shock commerciali e rigidità strutturali? La risposta non è immediata. La storia economica insegna che le grandi rivoluzioni tecnologiche impiegano anni prima di tradursi in piena crescita aggregata. L’elettricità e Internet non hanno trasformato il Pil nel giro di pochi trimestri.

Nel frattempo, l’economia americana offre un’immagine quasi cinematografica. I server ronzano nei data center, gli algoritmi apprendono, le valutazioni di Borsa salgono. Ma nelle statistiche ufficiali la crescita rallenta e l’inflazione resiste. È il promemoria, forse salutare, che l’AI non è una bacchetta magica macroeconomica. È uno strumento potente, che può amplificare opportunità o squilibri a seconda del contesto politico, commerciale e monetario in cui opera. E al momento, quel contesto è tutto fuorché neutrale.