Il campo di battaglia del XXI secolo non è fatto soltanto di carri armati, portaerei o caccia di ultima generazione. È fatto anche di dati, potenza di calcolo, infrastrutture digitali e modelli predittivi. Quando il ministro della Difesa Guido Crosetto afferma che l’intelligenza artificiale sta ridefinendo il concetto stesso di potere, non sta cedendo alla retorica tecnologica, ma fotografa un cambio di paradigma che investe sicurezza, geopolitica e industria.

Nel suo intervento al Forum nazionale dell’Intelligenza Artificiale per l’Industria alle Ogr di Torino, Crosetto ha messo a fuoco un punto che spesso sfugge nel dibattito pubblico: l’AI non è solo un’innovazione produttiva, ma un’infrastruttura strategica. La competizione tra Stati Uniti e Cina sull’intelligenza artificiale, ha spiegato, non riguarda soltanto chi svilupperà il modello più potente o l’algoritmo più efficiente. In gioco ci sono il controllo delle infrastrutture critiche, delle catene del valore, degli standard tecnologici e delle capacità di calcolo. In altre parole, la sovranità.

Il riferimento alla rivalità tra Washington e Pechino non è casuale. Da un lato ci sono gli Stati Uniti, con un ecosistema dominato da grandi aziende private e una forte integrazione tra ricerca civile e difesa; dall’altro la Cina, con un modello più centralizzato e un coordinamento stretto tra Stato e industria. In mezzo, l’Europa, che rischia di oscillare tra regolamentazione e dipendenza tecnologica se non riuscirà a costruire una propria traiettoria.

Da questo punto di vista Crosetto è stato esplicito: la dipendenza tecnologica è una vulnerabilità strategica. In ambito militare, questo significa che affidarsi a tecnologie sviluppate altrove può esporre a rischi sistemici, che vanno ben oltre la semplice fornitura di hardware o software. L’intelligenza artificiale entra nei sistemi autonomi, nella cyber difesa, nell’intelligence, nei modelli predittivi di minaccia e nella deterrenza. Non si tratta più soltanto di avere mezzi più veloci o armi più precise, ma di anticipare scenari, analizzare enormi volumi di dati in tempo reale e prendere decisioni informate in contesti ad altissima complessità.

In questo scenario, il ministero della Difesa italiano intende dotarsi di una propria strategia di intelligenza artificiale, con un pilastro centrale: la creazione di un laboratorio dedicato. L’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare la prontezza tecnologica, ridurre le dipendenze critiche, sviluppare sinergie con università, centri di ricerca e sistema industriale, sostenere l’innovazione dual use e garantire il controllo umano sull’AI. Una formula che, tradotta dal linguaggio istituzionale, significa due cose molto concrete: non restare indietro nella corsa agli algoritmi militari e non delegare ad altri il controllo delle tecnologie chiave.

Il tema del controllo umano non è secondario. L’AI applicata alla difesa solleva interrogativi etici e giuridici rilevanti, soprattutto quando si parla di sistemi d’arma autonomi o di decisioni automatizzate in contesti operativi. Crosetto ha sottolineato che modelli diversi di sviluppo stanno emergendo nel mondo, alcuni orientati alla velocità più che ai diritti, altri all’economia di scala più che alla responsabilità. L’Europa, secondo il ministro, dovrebbe saper tracciare una strada propria, credibile e sostenibile, capace di coniugare competitività industriale, eccellenza tecnologica e solidità dei riferimenti democratici.

Il punto è che la difesa non può più essere considerata un settore separato dall’ecosistema dell’intelligenza artificiale. Le stesse tecnologie che alimentano la manifattura avanzata, la logistica intelligente o la sanità digitale possono avere applicazioni militari. Il concetto di dual use, evocato dal Ministro, è destinato a diventare la regola più che l’eccezione. Un algoritmo di visione artificiale può servire per l’ispezione industriale o per il riconoscimento di obiettivi; un modello predittivo può ottimizzare una catena di fornitura o anticipare una minaccia.

Per l’Italia, la sfida è duplice. Da un lato occorre investire in capacità autonome, evitando che la difesa diventi un semplice utilizzatore di soluzioni sviluppate altrove. Dall’altro è necessario inserirsi in una strategia europea più ampia, capace di competere con le superpotenze senza replicarne necessariamente i modelli. Parlare di laboratorio dell’AI nella Difesa significa quindi parlare di politica industriale, di ricerca pubblica, di partenariati con grandi gruppi e startup, di formazione di competenze altamente specializzate.

L’intelligenza artificiale, insomma, non è soltanto un acceleratore tecnologico ma un moltiplicatore di potere. E se nel Novecento la deterrenza si misurava in testate e tonnellaggio, nel XXI secolo si misura anche in dataset, chip avanzati e capacità di addestrare modelli complessi. L’Italia, attraverso le parole del suo ministro della Difesa, sembra aver preso atto che la sicurezza nazionale passa anche da qui. Resta ora da capire con quale velocità e con quali risorse questa consapevolezza si tradurrà in infrastrutture, competenze e, soprattutto, in una vera sovranità algoritmica.