Nel 2026 la fotografia dell’informatica quantistica in Italia e in Europa appare allo stesso tempo sorprendentemente più concreta e, sotto molti aspetti, enormemente distante dalle grandi ambizioni dichiarate oltreoceano, tanto che l’annuncio della Florida Atlantic University che installa un sistema quantistico onsite con oltre 4 400 qubit di D‑Wave, pensato per ottimizzazione reale, rappresenta un benchmark simbolico di maturità applicativa che difficilmente può essere ignorato in una riflessione comparativa seria.

La macchina annunciata in Florida non è un mero esercizio di laboratorio: con i suoi 4 400 qubit ottimizzati per quantum annealing, essa consente potenzialmente l’esplorazione di problemi di logistica, pianificazione, supply chain e simulazioni complesse in modi non accessibili ai sistemi classici, portando la ricerca verso un uso operativo reale. Questo salto verso infrastrutture onsite con accesso fisico diretto, che abbatte latenza e barriere di sicurezza, è emblematico di come alcune istituzioni statunitensi stiano accelerando verso applicazioni industriali e startup quantistiche.

Nel tessuto italiano, invece, l’evoluzione del panorama quantistico nel 2026 aggiunge finalmente numeri e piattaforme che meritano attenzione concreta, pur restando – numericamente – modesti rispetto a soglie come quella indicata con FAU. Al CINECA è stato recentemente consegnato e integrato un computer quantistico a 140 qubit basato sugli atomi neutri da parte di Pasqal, in stretta collaborazione con EuroHPC Joint Undertaking e il Ministero dell’Università e della Ricerca italiana, destinato a integrarsi con il sofisticato supercalcolatore Leonardo. Questo sistema, operativo nella prima metà del 2026, apre nuove prospettive per lavori ibridi che combinano HPC classico e quantum processing, mirando a casi d’uso scientifici e industriali avanzati quali simulazioni di materiali, machine learning evoluto e fisica quantistica applicata.

L’installazione di questo sistema non rappresenta soltanto un incremento numerico di qubit, ma soprattutto una crescita di capacità infrastrutturale integrata che rientra nella strategia europea di costruire una sovranità tecnologica nel quantum computing, dove le macchine non sono isolate esperimenti ma parti di ecosistemi HPC‑quantum condivisi e orientati alla ricerca applicata. Sempre in Europa, progetti paralleli come l’iniziativa di installare sistemi neutrali da oltre 100 qubit in varie sedi continentali – tra cui repubblica ceca e altri paesi – mostrano che la strategia di federare piattaforme eterogenee è centrale.

In Italia permangono anche sistemi più piccoli, ma non per questo irrilevanti: al Politecnico di Torino è stato acceso un computer quantistico IQM a 5 qubit, primo di questo tipo nel nostro paese, destinato a facilitare attività di ricerca e formazione accademica. Parallelamente alcuni centri di ricerca stanno sperimentando prototipi con circa 25‑64 qubit, frutto di progetti di sviluppo interni, segno che l’Italia non è ferma ma sta ampliando gradualmente le proprie capacità.

Se guardiamo il quadro europeo più in generale, oltre all’Italia esistono anche altri sistemi quantistici operativi: un esempio è quello installato a Ostrava in Repubblica Ceca da un consorzio europeo, che rappresenta una delle prime macchine quantistiche attive nel continente, anch’esso parte di una visione infrastrutturale condivisa. Tali sistemi non competono numericamente con i giganti americani ma sono rappresentativi di un progetto strategico diverso: creare un network di macchine eterogenee, accessibili e interoperabili, che supportano la ricerca fondamentale, sperimentazioni industriali, prototipazione e formazione di competenze.

Mentre negli Stati Uniti l’ufficio di una singola università può vantare migliaia di qubit operativi per applicazioni immediate, alle nostre latitudini la concretezza è più sfumata: si investe in macchine di medio livello, si integrano con supercalcolo classico e si punta a ecosistemi coesivi piuttosto che a singole installazioni da record. È una scelta che riflette il modello europeo di innovazione, fortemente collaborativo e pubblicamente infrastrutturato, ma che rischia di restare dietro rispetto alle accelerazioni industriali statunitensi se non accompagnata da investimenti strutturali più robusti e da una rete di competenze industriali private più profonda.

In termini numerici, quindi: nel 2026 l’Italia ha macchine attive che vanno da pochi qubit (5‑64) fino a 140 qubit integrati con HPC; l’Europa ospita sistemi simili o leggermente superiori distribuiti in più paesi, come quelli da oltre 100 qubit in repubblica ceca e collaborazioni federate; mentre la mossa di FAU con oltre 4 400 qubit rappresenta un salto di ordine di grandezza per una macchina focalizzata su casi d’uso ottimizzazione applicati. Questa disparità numerica non è solo un dato tecnico, ma la testimonianza delle diverse traiettorie strategiche: un approccio europeo più orizzontale di costruzione di capacità e un approccio statunitense più verticale e orientato al singolo grande risultato.

È difficile, infine, non guardare anche alle dinamiche di investimento, dove l’Italia ha mostrato una crescita, pur con sfide legate a costi, competenze e maturità degli algoritmi quantistici. Secondo una ricerca recente, gli investimenti italiani nel quantum computing crescono di oltre il 14 % anno su anno, mentre la media europea si attesta intorno al 20 %. Tuttavia permane un divario percepito con gli Stati Uniti, considerati leader nell’adozione e nell’implementazione pratica della tecnologia quantistica.

Nel complesso, quindi, il confronto 2026 tra Italia, Europa e l’annuncio FAU con oltre 4 400 qubit non è semplicemente una partita di numeri, ma una narrazione di strategie differenti: costruire capacità infrastrutturali robuste e condivise, fare della quantistica uno strumento di ricerca applicata e industriale, e sostenere investimenti e competenze, sono tutte sfide che l’Italia e l’Europa stanno affrontando con progressi reali, ma che richiedono ancora uno sforzo coordinato e lungimirante per competere davvero con i modelli statunitensi più audaci e verticali.

Investire in quantum computing nel 2026 significa affrontare costi che superano facilmente decine di milioni di dollari per sistemi da centinaia di qubit; un singolo qubit fisico può costare decine di migliaia di dollari tra sviluppo, infrastruttura e error correction. Scalare verso i 10 000 qubit non è solo un incremento numerico, ma una soglia critica in cui molte applicazioni pratiche – simulazioni avanzate, ottimizzazioni complesse, AI quantistica – diventano realmente utilizzabili e commercialmente rilevanti. Prima di quella soglia i ritorni restano limitati a ricerca e sperimentazione; superarla significa passare da laboratorio a casi d’uso concreti, giustificando finalmente gli investimenti massicci e aprendo opportunità industriali finora teoriche.