Se c’è una persona che può permettersi di guardare la Silicon Valley negli occhi e dirle che il re è nudo, quella è Kara Swisher. Non perché ami provocare, ma perché c’era quando il re si stava ancora vestendo. Dai modem gracchianti degli anni Novanta fino ai data center che oggi divorano energia per addestrare modelli di intelligenza artificiale, Swisher ha visto tutto. E soprattutto ha preso appunti.
L’intervista rilasciata qualche settimana fa a Bloomberg Weekly arriva in un momento perfetto, quasi cinematografico. Le Big Tech dominano i mercati finanziari, trascinano gli indici di borsa e promettono che l’AI sarà la risposta a ogni domanda, anche a quelle che nessuno ha ancora fatto. Ma il 2026 incombe come una verifica di matematica dopo mesi di storytelling. La domanda è semplice, brutale e molto poco da keynote: questa intelligenza artificiale produrrà davvero valore o siamo davanti all’ennesima bolla ben confezionata?
Swisher non gira intorno al problema. Anzi, ci cammina dritta dentro con l’aria di chi ha già visto questo film e ricorda benissimo il finale. Le valutazioni stellari, il ruolo quasi mitologico di Nvidia che ricorda fin troppo da vicino quello di Cisco ai tempi della dot-com bubble, i data center che spuntano come funghi e gli accordi incrociati tra aziende che si comprano e si finanziano a vicenda. Tutto molto elegante, tutto molto fragile. Ignorare l’ipotesi di una bolla, dice Swisher, potrebbe essere pericoloso.
Beninteso, il punto non è negare l’importanza dell’AI. L’intelligenza artificiale, secondo Swisher, è davvero una sorta di nuova esplosione cambriana. Cambierà tutto, come con l’elettricità, come con Internet. Ma non necessariamente subito e, soprattutto, non secondo i tempi imposti dagli investitori impazienti. Anche Internet, ricorda, non ha prodotto Google, Uber o Airbnb dall’oggi al domani. All’inizio sembrava poco più che un giocattolo per universitari curiosi e giornalisti troppo entusiasti.
In questo scenario sospeso tra promessa e déjà-vu, tornano protagonisti i grandi ego della tecnologia. Elon Musk, su tutti, descritto senza troppi giri di parole come un genio che ha smesso di parlare di sostanza per dedicarsi al trolling permanente. SpaceX resta un colosso destinato a “possedere lo spazio”, ma il peso di Twitter, Tesla, Grok e di una personalità sempre più erratica rischia di trasformare la visione in farsa. Il paragone con Howard Hughes non è lusinghiero e non è casuale.
Ma l’intervista non è solo una resa dei conti personale. È soprattutto una critica strutturale a una cultura che ha confuso l’assenza di regole con la libertà e la crescita con il progresso. Swisher racconta la Silicon Valley come una religione laica nata promettendo comunità, orizzontalità e bene comune, e finita tra jet privati, chef personali e una sensibilità pari a zero sui temi della sicurezza e dell’impatto sociale. Le bugie non erano solo marketing, erano autoinganni collettivi, ripetuti fino a diventare verità operative.
Il passaggio sulla politica è forse il più inquietante, anche se raccontato con un’ironia che taglia più di un editoriale indignato. La virata della Big Tech verso Donald Trump non è solo opportunismo per Swisher, è una vera e propria transazione emotiva e normativa. In cambio di meno regole e più spazio di manovra, molti leader tecnologici sono disposti a presentarsi a eventi, finanziare campagne e, metaforicamente, portare statue d’oro. Steve Jobs, nota Swisher, non lo avrebbe mai fatto. Non per moralismo, ma per statura.
E poi c’è l’AI, di nuovo, che torna sempre come un ritornello. Qui Swisher è chiara: il futuro non sarà una guerra tra chatbot generalisti tutti uguali, ma una proliferazione di modelli specializzati, verticali, profondamente integrati nei contesti reali come la sanità, la ricerca scientifica, l’industria. L’AI utile, quella che non allucina e che sa di cosa sta parlando perché lavora su dati verificati e pertinenti, sarà più simile a un Google sotto steroidi che a un assistente universale onnisciente.
Il vero rischio, semmai, è che la conversazione venga monopolizzata da chi urla più forte, non da chi costruisce meglio. Che si parli di robot umanoidi che corrono invece di sistemi intelligenti che migliorano silenziosamente la logistica, la cura, il lavoro quotidiano. Swisher lo dice senza mezzi termini: non abbiamo bisogno di robot che sembrano usciti da “Lost in Space“, ma di soluzioni creative che risolvano problemi reali, anche se hanno la forma di una scatola su ruote.
In controluce, questa intervista è anche una lezione di media e di tecnologia insieme. Swisher stessa è un esempio di adattamento continuo, dall’essere una delle prime giornaliste a usare l’email fino a costruire imperi editoriali nel podcasting. Il suo consiglio finale suona come una sfida diretta all’era dell’AI generativa: creare qualcosa che sia davvero utile, interessante e non replicabile. Qualcosa che non possa essere sputato fuori da un modello linguistico in tre secondi.
Forse è questo il vero punto cieco verso cui rischiano di correre le Big Tech. Non l’avidità, non l’arroganza, ma l’idea di essere inevitabili. Kara Swisher, con la calma di chi ha visto crollare imperi digitali da sei trilioni di dollari, ci ricorda che la tecnologia non è una religione e che le bolle, prima o poi, scoppiano. La differenza la fa chi, quando succede, ha ancora qualcosa di solido da dire. E possibilmente da costruire.