Durante l’apertura delle Due Sessioni, il momento politico più importante dell’anno per la leadership cinese, il premier Li Qiang ha presentato davanti all’Assemblea Nazionale del Popolo un obiettivo di crescita del Pil per il 2026 compreso tra il 4,5% e il 5%. Si tratta del livello più basso fissato ufficialmente dalla Cina dal 1991, escludendo l’anomalia del 2020 durante la pandemia. Il dato fotografa un cambio di fase per la seconda economia mondiale guidata dal presidente Xi Jinping. Dopo decenni di espansione a ritmi quasi vertiginosi, la crescita cinese rallenta e diventa più selettiva. Non è un crollo, ma una scelta strategica che riflette pressioni interne e un contesto internazionale decisamente più turbolento rispetto al passato.

Un rallentamento che per l’Europa sarebbe un sogno

Dal punto di vista dell’Europa, numeri simili sembrano quasi irreali. L’Ue negli ultimi anni fatica spesso a superare l’1% di crescita annua. Un 5% stabile rappresenterebbe una stagione di grande prosperità economica.

In Cina il parametro è diverso. Il modello di sviluppo costruito negli ultimi quarant’anni ha abituato governo e opinione pubblica a tassi di crescita molto più elevati, spesso superiori al 7 o all’8%.

Il nuovo target segnala quindi una fase di normalizzazione dell’economia cinese, ma anche un cambio di priorità politiche. La leadership di Pechino sembra sempre meno interessata a stimolare artificialmente la crescita con massicci investimenti pubblici o espansione del credito, strategie utilizzate in passato per sostenere il Pil.

Le difficoltà interne: immobili, consumi e fiducia

Le ragioni del rallentamento sono innanzitutto domestiche. L’economia cinese continua a fare i conti con la crisi del settore immobiliare, per anni uno dei principali motori della crescita nazionale. Il real estate è arrivato a rappresentare quasi un quarto dell’economia e il suo ridimensionamento ha avuto effetti a catena su investimenti, entrate fiscali locali e fiducia delle famiglie.

Alla fragilità del mercato immobiliare si aggiunge una domanda interna ancora debole. I consumi faticano a ripartire e il clima di incertezza economica spinge molte famiglie a risparmiare più del previsto. Anche il mercato del lavoro presenta segnali contrastanti, con una disoccupazione giovanile che negli ultimi anni ha superato il 16% e ha raggiunto livelli molto più alti prima della revisione metodologica dei dati ufficiali.

Il governo cinese punta comunque a creare oltre 12 milioni di nuovi posti di lavoro urbani e a mantenere la disoccupazione complessiva intorno al 5,5%. Obiettivi ambiziosi in un’economia che sta attraversando una transizione strutturale.

Pressioni geopolitiche e rivalità tecnologica

Le difficoltà, in ogni caso, non arrivano soltanto dall’interno. Le tensioni commerciali con gli Stati Uniti continuano a influenzare il quadro economico globale. Tariffe, restrizioni tecnologiche e politiche industriali competitive stanno ridefinendo gli equilibri tra le grandi potenze economiche.

Nel rapporto presentato da Li Qiang durante le Due Sessioni, il riferimento agli Stati Uniti è stato insolitamente esplicito. L’economia cinese deve muoversi in un contesto caratterizzato da protezionismo crescente, volatilità dei mercati e nuove pressioni sul commercio internazionale. In questo scenario, Pechino cerca di rafforzare la propria resilienza puntando su un mercato interno enorme, su una filiera industriale completa e su una strategia tecnologica sempre più aggressiva.

Meno stimoli, più tecnologia

La scelta più significativa riguarda il modello di sviluppo futuro. La leadership cinese sembra accettare una crescita più moderata pur di evitare nuovi cicli di stimolo basati sul debito. Al centro della strategia economica emerge invece un concetto caro a Xi Jinping: quello delle “nuove forze produttive di qualità”.

Tradotto in termini concreti significa investimenti massicci in innovazione scientifica e tecnologica. Il quindicesimo piano quinquennale, che coprirà il periodo 2026-2030, punta su settori come intelligenza artificiale, semiconduttori, robotica, aerospazio e tecnologie quantistiche. La spesa in ricerca e sviluppo dovrebbe crescere di oltre il 7% annuo, mentre il governo intende integrare sempre di più innovazione e produzione industriale avanzata.

Taiwan e sicurezza economica

Il contesto geopolitico resta un elemento centrale della strategia cinese. Nel discorso del premier è tornato anche il riferimento a Taiwan, definita una questione interna su cui Pechino non accetterà interferenze esterne. Il linguaggio utilizzato appare più deciso rispetto al passato, segnale di tensioni crescenti nello scenario dell’Indo-Pacifico.

Parallelamente la Cina continua ad aumentare la spesa per la difesa, che crescerà del 7% nel 2026, confermando la priorità attribuita alla sicurezza nazionale in un contesto globale sempre più competitivo.

Una crescita più lenta ma anche più strategica

Il target tra il 4,5% e il 5% rappresenta quindi molto più di una semplice previsione economica. Segna il passaggio da un modello di crescita quantitativa a uno qualitativo. La Cina accetta di rallentare per trasformare la propria economia in una potenza tecnologica autosufficiente e meno dipendente dalle esportazioni tradizionali.

Dal punto di vista europeo la situazione merita attenzione. Anche con una crescita più moderata, la Cina resta una delle principali locomotive dell’economia mondiale. E se la strategia tecnologica di Pechino dovesse funzionare, il rallentamento attuale potrebbe trasformarsi semplicemente nella pausa di una macchina economica che si prepara alla prossima accelerazione.