Le Due Sessioni della Repubblica Popolare Cinese, il momento politico ed economico più rilevante dell’anno per Pechino, stanno offrendo una fotografia piuttosto chiara delle priorità strategiche del Paese. Al centro della scena non si trova soltanto la crescita economica. L’elemento dominante è un concetto molto più ambizioso: l’autonomia tecnologica. La Cina punta sull’AI come leva principale per vincere la sfida tecnologica con gli Stati Uniti.

Il nuovo quindicesimo piano quinquennale conferma senza ambiguità questa direzione. L’iniziativa AI Plus, lanciata nel 2024, diventa una priorità nazionale e definisce un obiettivo che suona quasi come un manifesto industriale: integrare l’intelligenza artificiale nel 90% dell’economia cinese entro il 2030. In altre parole, l’AI non viene più considerata solo un settore tecnologico, ma l’infrastruttura invisibile su cui costruire l’intero sistema produttivo del Paese.

Il segnale più evidente della centralità di questa tecnologia emerge da un dettaglio che, nella burocrazia pianificata cinese, ha un significato preciso. Nel documento programmatico l’espressione “intelligenza artificiale” compare 52 volte, contro le 11 citazioni presenti nel piano quinquennale del 2021. Una differenza che racconta più di molti discorsi ufficiali.

Crescita economica e AI: la nuova infrastruttura della competitività

L’approccio di Pechino alla trasformazione digitale non è quello tipico della Silicon Valley, dominato da startup e venture capital. Il modello cinese rimane profondamente strategico e pianificato, con l’intelligenza artificiale trattata come una vera infrastruttura nazionale, al pari delle ferrovie ad alta velocità o delle reti energetiche.

Il rapporto di lavoro presentato dal premier Li Qiang alle Due Sessioni sottolinea la necessità di costruire enormi cluster di calcolo capaci di sostenere lo sviluppo dei modelli di intelligenza artificiale. Non si tratta solo di data center, ma di veri poli industriali pensati per alimentare l’ecosistema dell’AI domestica.

La posta in gioco è evidente. Gli Stati Uniti mantengono un vantaggio importante nei chip avanzati e nei modelli di frontiera, mentre la Cina sta accelerando per ridurre la dipendenza tecnologica, soprattutto dopo le restrizioni occidentali sulle esportazioni di semiconduttori. In questo contesto, l’AI diventa lo strumento attraverso cui Pechino tenta di ricostruire una catena tecnologica completa, dai chip ai modelli fondamentali fino alle applicazioni industriali.

Innovazione sì, ma con ordine

Se nella Silicon Valley domina spesso la filosofia del “move fast and break things”, la linea cinese potrebbe essere riassunta in modo leggermente diverso: innovare velocemente, ma senza rompere nulla di troppo importante.

Il nuovo piano quinquennale insiste infatti su uno sviluppo “ordinato e sicuro” dell’intelligenza artificiale, una formula che riflette la volontà del governo di controllare gli effetti di una tecnologia potenzialmente destabilizzante.

La Cina è già uno dei regolatori più attivi al mondo nel settore. Negli ultimi anni Pechino ha introdotto normative su deepfake, etichettatura dei contenuti generati dall’AI e gestione dei dati, oltre a un sistema di registrazione degli algoritmi che obbliga i fornitori di servizi di intelligenza artificiale a ottenere l’approvazione delle autorità prima di rendere pubbliche le proprie piattaforme.

Il nuovo piano rafforza ulteriormente questa impostazione. Tra gli obiettivi figurano la definizione più chiara dei diritti e delle responsabilità di sviluppatori, operatori e utenti, oltre alla creazione di un sistema di gestione del rischio lungo l’intero ciclo di vita dell’AI, dalla progettazione fino alla gestione delle emergenze.

Un approccio che può apparire molto regolatorio, ma che riflette anche una convinzione precisa: controllare l’evoluzione dell’AI prima che l’AI inizi a controllare troppe cose. Anche in questo caso non viene meno l’approccio dirigista e programmatico della politica cinese verso lo sviluppo economico.

AI e sicurezza nazionale

Un’altra dimensione chiave emersa dalle Due Sessioni riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale nella governance e nella sicurezza nazionale. Il documento strategico prevede un ampliamento dell’AI nelle attività di monitoraggio, allerta precoce, gestione delle crisi e supporto alle decisioni pubbliche. La tecnologia viene quindi vista anche come strumento per rafforzare la capacità dello Stato di gestire sistemi complessi, dal cyberspazio alla sicurezza interna.

Open source e cooperazione globale

Accanto alla competizione con Washington, Pechino continua a promuovere una narrativa multilaterale. Il piano quinquennale ribadisce l’intenzione di creare un’organizzazione internazionale per la cooperazione sull’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di definire standard globali e linee guida etiche.

Un ruolo centrale, secondo il governo cinese, dovrebbe essere svolto dall’AI open source, considerata uno strumento per ampliare l’accesso alla tecnologia e ridurre il predominio delle grandi piattaforme occidentali.

La strategia ha anche una dimensione diplomatica evidente. In un contesto geopolitico sempre più polarizzato, l’AI diventa uno dei campi su cui Pechino prova a costruire nuove alleanze tecnologiche.

Hong Kong laboratorio finanziario dell’AI

Anche Hong Kong, per la prima volta, sta cercando di allineare la propria strategia tecnologica al piano quinquennale di Pechino. Le autorità finanziarie della città hanno lanciato una sandbox basata sull’intelligenza artificiale generativa, che coinvolge la Hong Kong Monetary Authority, la Securities and Futures Commission, l’Insurance Authority e la Mandatory Provident Fund Schemes Authority. Il progetto permetterà di sperimentare applicazioni di AI nella sottoscrizione assicurativa, nella gestione dei sinistri e nel rilevamento delle frodi, segnando un passo concreto verso l’integrazione dell’intelligenza artificiale nel sistema finanziario.

La partita globale dell’AI

Le Due Sessioni confermano una realtà sempre più evidente: la corsa all’intelligenza artificiale è ormai una questione di geopolitica industriale.

Gli Stati Uniti restano il centro dell’innovazione tecnologica globale, ma la Cina sta costruendo un modello alternativo basato su pianificazione strategica, scala industriale e forte integrazione tra Stato e industria.

Il risultato è una competizione che non riguarda solo il dominio tecnologico, ma anche la definizione delle regole, degli standard e dell’architettura dell’economia digitale globale.

In altre parole, dietro le 52 citazioni della parola “intelligenza artificiale” nel nuovo piano quinquennale si nasconde una strategia molto più ampia. Non è solo un piano industriale. È il tentativo di riscrivere gli equilibri tecnologici del XXI secolo. E se la corsa globale all’AI somiglia sempre più a una nuova gara spaziale, Pechino ha appena confermato di voler partecipare come uno dei protagonisti principali.