Il futuro dell’economia mondiale potrebbe dipendere da una variabile che fino a pochi anni fa sembrava appartenere più ai laboratori di ricerca che alle sale dei consigli delle banche centrali: l’intelligenza artificiale. Nel suo intervento alla conferenza annuale sui rischi globali organizzata dalla Johns Hopkins University a Bologna, la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde ha disegnato uno scenario che oscilla tra una nuova età dell’oro della produttività e una frenata economica globale causata dalla frammentazione geopolitica.

Il titolo della lezione, “Tecnologia, frammentazione e la nuova incertezza”, suona quasi come un riassunto perfetto dell’epoca attuale. Da un lato l’AI promette un salto di efficienza paragonabile a quello delle grandi rivoluzioni industriali del passato. Dall’altro lato, la crescente competizione geopolitica rischia di trasformare quella promessa in un’occasione mancata.

Secondo le stime citate dalla presidente della Banca Centrale Europea, l’intelligenza artificiale potrebbe aumentare la crescita annuale della produttività globale fino a 1,5 punti percentuali. Un’accelerazione che non si osservava dall’inizio del Novecento, quando l’elettrificazione e la produzione industriale su larga scala cambiarono il ritmo dell’economia mondiale. La cifra, presa da sola, racconta una storia ottimista: algoritmi che ottimizzano processi produttivi, modelli che accelerano la ricerca scientifica e sistemi intelligenti che trasformano interi settori economici.

Il problema è che questa storia non si svolge in un laboratorio isolato ma dentro una realtà geopolitica sempre più complessa. Lagarde ha ricordato che una grave frammentazione dei mercati internazionali potrebbe ridurre la produzione globale fino al 7% del PIL in un decennio. Per avere un termine di paragone, significa cancellare un valore economico equivalente alle economie combinate di Germania e Giappone.

Il punto centrale del discorso riguarda proprio il rapporto tra intelligenza artificiale e globalizzazione. L’AI non è una tecnologia che può prosperare facilmente dentro confini economici rigidi. Dipende da catene di approvvigionamento globali, da infrastrutture digitali condivise, da enormi flussi di dati e da ecosistemi di ricerca distribuiti tra più Paesi. In altre parole, l’AI vive di integrazione internazionale.

La presidente della Bce ha usato un riferimento storico particolarmente efficace. Negli anni Venti del Novecento, l’innovazione tecnologica avanzava mentre il protezionismo cresceva. Il risultato fu un sistema economico sempre più fragile che culminò nel crollo del 1929. Lagarde ha suggerito che la storia potrebbe ripetersi in forma diversa se l’intelligenza artificiale dovesse svilupparsi in un contesto di barriere commerciali, standard tecnologici incompatibili e restrizioni sui dati.

Il nodo riguarda anche il ruolo dell’Europa nell’economia dell’AI. L’Unione Europea rappresenta circa un quinto del mercato globale dell’intelligenza artificiale, mentre le principali aziende tecnologiche statunitensi generano circa un quarto dei loro ricavi proprio dal mercato europeo. Numeri che ricordano una verità spesso dimenticata nel dibattito pubblico: l’ecosistema tecnologico globale è molto più interconnesso di quanto suggerisca la retorica della competizione tra blocchi.

Secondo Lagarde, la frammentazione normativa o tecnologica potrebbe far crollare la logica degli investimenti nel settore. Un campione nazionale dell’intelligenza artificiale, per quanto potente, difficilmente potrebbe sopravvivere contando solo sulla domanda interna. La scala globale è parte integrante del modello economico dell’AI.

Questo produce un paradosso che la presidente della BCE ha definito difficile da ignorare. Nel momento in cui i benefici della cooperazione internazionale sono potenzialmente più grandi che mai, la volontà politica di collaborare sembra indebolirsi. L’AI amplifica il valore dell’integrazione economica proprio mentre la geopolitica spinge verso la divisione.

Lagarde non ha nascosto il messaggio politico implicito, rivolto soprattutto alle tensioni commerciali tra Stati Uniti, Europa e Cina. La competizione tecnologica può essere inevitabile, ma trasformarla in una frammentazione strutturale dei mercati rischia di diventare un caso di autolesionismo economico su scala globale.

In un mondo che invecchia demograficamente, con margini fiscali sempre più limitati e con enormi bisogni di investimento nelle tecnologie emergenti, il destino dell’economia mondiale potrebbe dipendere proprio da questo equilibrio delicato tra innovazione e cooperazione.

L’intelligenza artificiale promette di diventare uno dei principali motori della crescita globale del XXI secolo. Il punto, come suggerisce Lagarde con un certo realismo europeo, è capire se il mondo sarà capace di usarla come ponte tra economie o se preferirà trasformarla nell’ennesimo campo di battaglia della geopolitica tecnologica. In quel caso, la rivoluzione dell’AI rischierebbe di rallentare non per limiti tecnologici ma per un problema molto più umano: la difficoltà di cooperare quando la posta in gioco diventa troppo alta.