Una scena quasi cinematografica si è materializzata a Shenzhen pochi giorni fa. Migliaia di persone in fila davanti al quartier generale di Tencent per installare un software open source. Non un nuovo videogame, non l’ultimo smartphone pieghevole, ma un agente autonomo di intelligenza artificiale chiamato OpenClaw. Quasi mille individui hanno atteso pazientemente il proprio turno per far configurare gratuitamente il programma dagli ingegneri dell’azienda. La fotografia è interessante perché racconta più di qualsiasi report strategico sull’economia digitale. Quando un software genera una fila fisica nel mondo reale, significa che il mercato ha fiutato qualcosa di potenzialmente dirompente.
Shenzhen non è un luogo qualsiasi. La città simbolo dell’hardware globale, laboratorio urbano della modernizzazione cinese, è abituata a mode tecnologiche rapide e talvolta isteriche. Tuttavia l’entusiasmo intorno agli agenti AI segna una fase nuova. Per anni l’intelligenza artificiale è stata percepita come un motore invisibile dietro algoritmi di raccomandazione, pubblicità e modelli predittivi. Gli agenti autonomi rappresentano invece un cambio di paradigma narrativo. Non più software che suggerisce o risponde, ma software che agisce. Il passaggio psicologico è enorme. La promessa implicita è semplice e irresistibile: un assistente digitale che lavora per voi.
OpenClaw incarna perfettamente questa narrativa. Il progetto, sviluppato dal programmatore austriaco Peter Steinberger e successivamente acquisito da OpenAI, nasce con un’idea quasi banale nella sua radicalità. Dare a un modello linguistico accesso diretto al computer dell’utente e permettergli di eseguire azioni reali. Scrivere email, generare report, programmare codice, manipolare file, interagire con servizi online. Una sorta di sistema operativo parallelo che vive sopra il computer tradizionale e lo utilizza come piattaforma esecutiva.
La differenza rispetto ai chatbot tradizionali è più profonda di quanto sembri. I chatbot conversano. Gli agenti operano. Il salto semantico ricorda la differenza tra un consulente e un dipendente. Il primo suggerisce cosa fare, il secondo lo fa davvero. Non sorprende quindi che molti utenti descrivano OpenClaw come uno staff virtuale personale. Un designer di Shanghai ha raccontato di percepire il sistema come una squadra di collaboratori invisibili che riducono il carico di lavoro quotidiano. L’immagine è affascinante e vagamente inquietante. Il sogno della produttività infinita incontra il fantasma della delega totale.
La Cina ha reagito a questa promessa con l’entusiasmo tipico delle economie in rapida trasformazione tecnologica. Gli utenti hanno persino coniato un’espressione curiosa per descrivere l’adozione del software: allevare l’aragosta. Il riferimento è al nome del progetto e alla metafora di una creatura digitale che cresce e lavora per il proprio proprietario. Le metafore biologiche applicate alla tecnologia non sono nuove. Negli anni Novanta si parlava di virus informatici e ecosistemi digitali. Oggi si allevano agenti AI.
La corsa all’adozione ha generato un micro mercato parallelo sorprendente. Sui social media cinesi sono comparsi centinaia di annunci di tecnici disposti a installare OpenClaw per cifre variabili tra poche decine e alcune centinaia di yuan. L’ironia della situazione è evidente. Un software che promette automazione totale richiede ancora esseri umani per essere configurato. La tecnologia più futuristica del momento dipende ancora da un vecchio mestiere del capitalismo informatico: il consulente che arriva a casa e fa funzionare il computer.
Questa difficoltà tecnica rivela un punto cruciale spesso ignorato nei discorsi sull’intelligenza artificiale. Le tecnologie rivoluzionarie non si diffondono semplicemente perché esistono. Si diffondono quando diventano banali da usare. Il personal computer esplose negli anni Ottanta non quando IBM lo lanciò, ma quando l’interfaccia grafica rese il sistema comprensibile a chi non sapeva programmare. Internet divenne mainstream non con il protocollo TCP/IP ma con il browser. Gli agenti AI vivono oggi una fase simile. Il potenziale è enorme ma la frizione tecnica resta significativa.
Nel frattempo l’entusiasmo mediatico cresce con la consueta velocità della Silicon Valley e dei suoi ecosistemi globali. Durante una conferenza tecnologica organizzata da Morgan Stanley a San Francisco, il CEO di Nvidia, Jensen Huang, ha definito OpenClaw probabilmente il software più importante mai rilasciato. Dichiarazioni di questo tipo appartengono alla retorica dell’industria tecnologica, dove ogni nuova piattaforma è destinata a cambiare il mondo. Tuttavia non è completamente marketing. Gli agenti AI potrebbero davvero rappresentare la prossima interfaccia dominante tra esseri umani e computer.
Il contesto geopolitico rende il fenomeno ancora più interessante. La leadership cinese ha recentemente inserito gli agenti AI tra le priorità strategiche del paese. Durante l’apertura del Congresso Nazionale del Popolo a Pechino, il premier Li Qiang ha sottolineato l’importanza di accelerare l’adozione di terminali intelligenti e agenti autonomi per favorire nuovi modelli di business nativi dell’intelligenza artificiale. Il linguaggio è tipico della pianificazione economica cinese. Identificare una tecnologia emergente e trasformarla rapidamente in industria.
Le grandi aziende del paese si stanno già muovendo. Produttori di smartphone come Xiaomi e Nubia stanno integrando funzionalità simili agli agenti AI nei propri dispositivi. I giganti del cloud come Alibaba Group e ByteDance offrono ambienti di esecuzione che permettono di utilizzare questi sistemi direttamente nei data center. L’idea è semplice: se l’utente non si fida di dare accesso completo al proprio computer, può delegare l’esecuzione a un’infrastruttura cloud controllata.
Il tema della privacy rimane infatti il grande elefante nella stanza. Un agente AI efficace richiede accesso profondo al sistema operativo dell’utente. File personali, cronologia del browser, credenziali di accesso, comunicazioni digitali. In pratica l’intero archivio della vita digitale moderna. La promessa di efficienza convive con il rischio di una sorveglianza potenzialmente totale. Non sorprende che alcune aziende cerchino di spostare il carico computazionale sul cloud per mitigare la percezione del rischio.
Nel frattempo la comunità degli sviluppatori indipendenti osserva con interesse quasi antropologico l’evoluzione del fenomeno. Eventi dedicati agli agenti AI stanno comparendo in città come Hangzhou e Pechino. Alcuni incontri hanno registrato centinaia di partecipanti, segno che l’ecosistema open source percepisce la nascita di una nuova categoria di software. Gli agenti rappresentano infatti un livello di astrazione completamente diverso rispetto alle applicazioni tradizionali. Non programmi statici ma sistemi che pianificano, decidono e agiscono.
Un caso emblematico arriva dall’imprenditore tecnologico cinese Fu Sheng. Durante una convalescenza dopo un incidente sugli sci, Fu ha sviluppato un agente personale chiamato Sanwan basato su OpenClaw. In due settimane il sistema è stato trasformato in un assistente operativo continuo. Il risultato raccontato dall’imprenditore sembra quasi fantascienza aziendale. L’agente ha inviato auguri di capodanno a oltre seicento contatti in pochi minuti, pubblicato post sui social media generando più di un milione di visualizzazioni e gestito una serie di attività digitali mentre il suo creatore dormiva.
La storia è affascinante e leggermente inquietante. Un imprenditore che delega parte della propria presenza digitale a un software autonomo. L’identità professionale diventa un processo automatizzato. La reputazione online, la comunicazione, persino le interazioni sociali possono essere generate da un algoritmo. La linea tra persona e macchina si fa più sfumata.
Gli economisti potrebbero definire questa evoluzione come l’inizio dell’economia agentica. Invece di software passivi che eseguono comandi, esistono entità digitali che gestiscono processi complessi in modo autonomo. Ogni individuo potrebbe teoricamente disporre di una piccola flotta di agenti specializzati. Uno per la finanza personale, uno per la gestione delle comunicazioni, uno per la ricerca e analisi dati. Una sorta di micro azienda digitale personale.
La visione ricorda inevitabilmente Jarvis, l’assistente artificiale di Tony Stark nell’universo Marvel. L’analogia viene spesso citata nei discorsi sull’intelligenza artificiale, ma in questo caso appare sorprendentemente pertinente. La differenza fondamentale è che Jarvis esisteva in un universo narrativo controllato. Gli agenti reali operano nel caos dell’internet contemporaneo.
Il punto cruciale rimane economico. Se gli agenti AI diventano realmente efficienti, potrebbero ridurre drasticamente il costo marginale di molte attività cognitive. Scrivere report, analizzare dati, generare codice, gestire comunicazioni. Una parte significativa del lavoro d’ufficio globale potrebbe essere automatizzata. Non necessariamente eliminata, ma trasformata.
Il capitalismo tecnologico ha già visto fenomeni simili. I fogli di calcolo non hanno eliminato i contabili, ma hanno cambiato radicalmente il modo in cui lavorano. I motori di ricerca non hanno eliminato i ricercatori, ma hanno ridefinito il processo di accesso alle informazioni. Gli agenti AI potrebbero fare lo stesso con il lavoro digitale quotidiano.
Rimane però una variabile imprevedibile: l’affidabilità. Gli agenti autonomi prendono decisioni basate su modelli probabilistici. Un errore di interpretazione può tradursi in azioni reali eseguite su sistemi reali. Un file cancellato, un pagamento effettuato, un messaggio inviato alla persona sbagliata. La distanza tra suggerimento e azione è sottile ma decisiva.
La febbre degli agenti AI in Cina mostra quanto il mercato sia disposto a sperimentare nonostante questi rischi. La storia dell’innovazione tecnologica insegna che l’entusiasmo precede sempre la maturità. Gli utenti provano, falliscono, imparano, migliorano. Il caos iniziale è parte del processo.
Una frase sintetizza bene la logica dell’intero fenomeno. Quando un software promette di lavorare per te ventiquattro ore al giorno, qualcuno sarà sempre disposto a provarlo. Anche se per installarlo bisogna fare la fila davanti a un grattacielo tecnologico a Shenzhen. Anche se il prezzo da pagare potrebbe essere l’accesso completo alla propria vita digitale. Anche se, come spesso accade nel mondo dell’intelligenza artificiale, la promessa di automazione totale è probabilmente un po’ esagerata. Ma nel capitalismo tecnologico le esagerazioni sono semplicemente la prima fase dell’innovazione.