Mentre il resto del mondo corre per conquistare la prossima rivoluzione tecnologica, l’Italia rischia di osservare il panorama dal finestrino. Il treno, nel frattempo, passa veloce. Sopra quel treno viaggiano modelli di intelligenza artificiale, chip per il calcolo avanzato, startup e miliardi di investimenti. A sollevare il tema è Pierfrancesco Angeleri, presidente di AssoSoftware, l’associazione che rappresenta molte delle aziende italiane impegnate nello sviluppo di software e soluzioni digitali. In un’intervista rilasciata a La Repubblica, Angeleri ha espresso una critica piuttosto chiara: l’Italia non ha ancora una strategia organica sull’intelligenza artificiale.
Il problema, secondo il presidente dell’associazione, non riguarda solo la tecnologia in senso stretto. Riguarda soprattutto la visione industriale.
L’Italia e il treno dell’intelligenza artificiale
Il mondo dell’AI sta vivendo una fase di espansione senza precedenti. Stati Uniti e Cina stanno investendo miliardi nello sviluppo di modelli sempre più sofisticati e nelle infrastrutture di calcolo necessarie per farli funzionare. L’Europa prova a ritagliarsi un ruolo tra regolazione e innovazione.
Nel mezzo di questo scenario globale, l’Italia appare ancora alla ricerca di una direzione chiara.
La digitalizzazione del Paese, osserva il presdiente di AssoSoftware, così come lo sviluppo dell’intelligenza artificiale richiederebbero una strategia nazionale strutturata. Un piano capace di coordinare investimenti pubblici, politiche industriali e sviluppo tecnologico.
L’impressione, invece, è quella di un mosaico di iniziative sparse. Alcuni incentivi, qualche programma di finanziamento e diverse dichiarazioni di intenti. Tutti elementi utili, ma difficilmente sufficienti per costruire una leadership tecnologica.
Il paradosso del software italiano
Il quadro diventa ancora più interessante se si guarda alla realtà industriale del Paese. L’Italia possiede un ecosistema di aziende software composto da migliaia di realtà, spesso piccole o medie, ma altamente specializzate.
Secondo Angeleri, proprio questo tessuto imprenditoriale potrebbe rappresentare uno dei punti di forza nella corsa all’intelligenza artificiale. Le imprese italiane non devono necessariamente competere con i colossi globali nella costruzione dei grandi modelli linguistici. La sfida potrebbe essere diversa.
L’idea consiste nell’integrare l’intelligenza artificiale dentro i processi industriali e nei software che supportano le imprese manifatturiere.
In fondo l’economia italiana ha una caratteristica ben nota. La manifattura pesa circa il 20% del prodotto interno lordo, mentre i servizi rappresentano una quota molto più ampia. L’AI potrebbe diventare uno strumento per aumentare la produttività di questo sistema industriale.
In altre parole, meno corsa ai modelli generativi giganti e più applicazioni concrete nelle fabbriche, nella logistica e nei servizi.
Il nodo della strategia nazionale
Il vero punto critico espresso durante l’intervista riguarda proprio l’assenza di una visione coordinata. In passato Paesi come l’India hanno dimostrato come una strategia chiara possa accelerare l’adozione tecnologica. Il primo ministro Narendra Modi ha coinvolto l’intero ecosistema tecnologico nazionale per sviluppare piattaforme digitali e servizi pubblici innovativi.
Un approccio che ha trasformato rapidamente il Paese in uno dei principali hub globali per il software e i servizi digitali.
L’Europa, e in particolare l’Italia, ha invece privilegiato un approccio più normativo. Regolamentare prima e innovare dopo. Una scelta comprensibile in termini di tutela dei cittadini, ma che rischia di rallentare lo sviluppo industriale se non viene accompagnata da politiche di investimento e incentivi mirati.
Il problema delle infrastrutture dell’AI
Un altro tema cruciale riguarda le infrastrutture di calcolo. L’intelligenza artificiale moderna richiede enormi quantità di potenza computazionale. Data center avanzati, GPU specializzate e reti ad alta velocità rappresentano la base fisica su cui girano gli algoritmi.
Secondo Angeleri, l’Italia dovrebbe partecipare alla costruzione di grandi centri di calcolo dedicati all’AI. Il rischio, altrimenti, è quello di ospitare infrastrutture che poi vengono utilizzate soprattutto da aziende straniere.
Una metafora piuttosto efficace chiarisce il concetto. Costruire le strade non basta. Servono anche i camion che le percorrono.
Se l’Europa realizza i data center ma le applicazioni più avanzate restano nelle mani delle grandi aziende tecnologiche americane o asiatiche, il valore economico rischia di essere generato altrove.
Incentivi e politiche industriali
Nel dibattito sull’innovazione italiana torna spesso il tema degli incentivi. Programmi come Transizione 5.0 cercano di sostenere la digitalizzazione delle imprese, ma l’approccio, secondo il presidente di AssoSoftware, resta ancora troppo orientato alla manifattura tradizionale.
Il settore del software e dei servizi digitali, che rappresenta una componente fondamentale dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, riceve spesso meno attenzione nelle politiche industriali.
Una possibile soluzione potrebbe essere l’introduzione di strumenti specifici per sostenere lo sviluppo software, come voucher digitali o programmi di incentivo dedicati alle aziende tecnologiche.
Misure di questo tipo sono già state adottate in altri Paesi europei con risultati significativi nella diffusione della digitalizzazione tra le piccole e medie imprese.
L’intelligenza artificiale come politica industriale
La discussione aperta dalle dichiarazioni di Angeleri tocca un punto più ampio. L’intelligenza artificiale non è soltanto una tecnologia. È sempre più una politica industriale.
Chi sviluppa modelli, infrastrutture e applicazioni AI controlla una parte importante dell’economia digitale del futuro. Per questo motivo molti governi stanno elaborando strategie nazionali dedicate.
L’Italia possiede alcuni elementi importanti per partecipare a questa trasformazione. Università di alto livello, centri di ricerca competitivi e un tessuto imprenditoriale dinamico.
Quello che secondo molti osservatori manca ancora è una regia complessiva capace di coordinare queste risorse.
Il futuro dell’AI italiana
Il dibattito sulla strategia nazionale per l’intelligenza artificiale è destinato a intensificarsi nei prossimi anni. L’AI sta entrando in ogni settore economico, dalla sanità alla manifattura, dalla finanza alla pubblica amministrazione.
Ignorare questa trasformazione non è un’opzione.
L’Italia non parte da zero, ma la competizione internazionale è sempre più veloce. E nel mondo dell’innovazione tecnologica il tempo è una variabile decisiva.
Il treno dell’intelligenza artificiale continuerà a correre. La vera domanda è se il Paese riuscirà a salirci con un biglietto da protagonista o se preferirà restare sul binario a discutere dell’orario di partenza.