Nel vasto spazio industriale della Berghain, uno dei luoghi più iconici della cultura elettronica europea, la sala espositiva chiamata Halle am Berghain è diventata il teatro di un esperimento artistico che sembra uscito più da un laboratorio di fisica teorica che da uno studio d’arte contemporanea. L’autore dell’esperimento è Pierre Huyghe, artista francese noto per opere immersive che mescolano cinema, biologia, tecnologia e filosofia. Il progetto installativo, che combina film, vibrazioni sonore e luce in un ambiente totalizzante, si presenta come un “mito moderno”, una narrazione simbolica che tenta di raccontare qualcosa che sfugge alla narrazione stessa: l’incertezza ontologica del mondo.
Il cuore dell’opera è un film in cui emerge progressivamente una figura umanoide priva di volto, un’entità che attraversa stati mutevoli di esistenza. Non si tratta di un personaggio nel senso tradizionale, ma piuttosto di una forma di coscienza incompleta, un organismo che sembra tentare di esistere mentre il contesto che lo circonda cambia continuamente. Il racconto è ambientato in uno spazio fuori dal tempo e dallo spazio stesso, dove le categorie abituali dell’esperienza umana smettono di funzionare. Non esistono un dentro e un fuori, né un inizio o una fine. Rimane solo una danza incessante della materia.
Questa struttura narrativa è deliberatamente instabile. L’artista non racconta una storia lineare ma mette in scena un sistema di possibilità. Ogni momento sembra poter generare un esito differente. L’entità che osserviamo tenta di comunicare, di definire se stessa, forse persino di fuggire da una singola forma di coscienza. Nel farlo, dissolve progressivamente i confini tra materia vivente e materia non vivente. Il risultato è un’esperienza quasi biologica dell’immagine.
La cosa interessante è che questa poetica dell’incertezza non nasce solo da un’intuizione artistica, ma da un dialogo reale con la fisica quantistica. Durante la progettazione dell’opera, Huyghe ha collaborato con il fisico Tommaso Calarco e con il filosofo Tobias Rees. Il loro scambio ha portato a una contaminazione piuttosto rara tra arte, filosofia e scienza dura.
Il concetto centrale è la sovrapposizione degli stati. In fisica quantistica, un sistema può esistere simultaneamente in più configurazioni possibili fino al momento della misura, quando tutte le possibilità collassano in una singola realtà osservabile. Questo fenomeno, noto come Quantum Superposition, viene qui tradotto in linguaggio visivo e sonoro.
L’opera di Huyghe funziona esattamente come un sistema quantistico metaforico. Lo spettatore non osserva una realtà definita ma una serie di stati sovrapposti che si trasformano continuamente. L’immagine non stabilizza mai completamente il significato. Ogni sequenza sembra contenere versioni alternative di sé stessa.
Il punto affascinante è che il riferimento alla fisica quantistica non è puramente concettuale. Alcuni elementi della colonna sonora sono stati generati attraverso un vero esperimento computazionale. Huyghe e il suo team hanno collaborato con i ricercatori del Forschungszentrum Jülich, uno dei principali centri europei di ricerca scientifica, per simulare l’oscillazione della materia rappresentata nel film.
La simulazione è stata eseguita su un computer quantistico sviluppato dalla società francese Pasqal. Il sistema utilizzato, basato su circa cento qubit, sfrutta array di atomi controllati da laser per rappresentare sistemi quantistici complessi. In termini tecnici si tratta di una piattaforma di computing quantistico analogico.
Il risultato della simulazione non è stato utilizzato per produrre grafica o modelli matematici, come avverrebbe normalmente in un contesto scientifico. Al contrario, i dati sono stati tradotti in suono. Le oscillazioni simulate della materia sono diventate eventi sonori, momenti specifici nella progettazione acustica dell’installazione.
Calarco ha descritto il processo con un’immagine sorprendentemente poetica. Secondo il fisico, l’esperimento equivale a “pizzicare l’array di atomi del computer quantistico e ascoltarne la risonanza”. L’analogia ricorda uno strumento musicale. Il computer quantistico diventa una specie di arpa atomica.
Il passaggio dalla simulazione fisica alla percezione sensoriale trasforma il concetto di computazione. Non si tratta più soltanto di calcolare risultati ma di produrre esperienze. In altre parole, il computer quantistico diventa un generatore estetico.
A questo punto entra in gioco un altro elemento decisivo: l’intelligenza artificiale. Alcune scene del film sono state generate attraverso un modello AI alimentato da rumore quantistico. Il rumore quantistico è una forma di casualità fondamentale presente nei sistemi quantistici, diversa dalla semplice casualità algoritmica dei computer classici.
Utilizzare questo tipo di rumore come input creativo significa introdurre una fonte di imprevedibilità radicale nel processo artistico. Il risultato è un tipo di immagine che non deriva solo da decisioni umane o da modelli statistici addestrati su dataset esistenti, ma da una forma di indeterminazione fisica.
Per il filosofo Tobias Rees questo aspetto ha implicazioni profonde. L’idea di quantistico viene interpretata come qualcosa di radicalmente esterno all’ontologia umana. Non è soltanto una teoria scientifica ma un modo di pensare il mondo in cui le categorie umane di identità, oggetto e confine smettono di funzionare.
Nel contesto dell’opera di Huyghe questa prospettiva diventa quasi narrativa. La figura senza volto che attraversa il film sembra incarnare proprio questo stato di indeterminazione ontologica. Non è completamente umana ma non è neppure completamente altro.
Osservando l’installazione si ha la sensazione che il personaggio stia emergendo da un universo ancora incompleto, come se la realtà stessa fosse in fase di compilazione. Una metafora sorprendentemente adatta alla nostra epoca tecnologica.
La Silicon Valley parla spesso di simulazioni, mondi virtuali e intelligenze artificiali generative. Tuttavia raramente queste tecnologie vengono usate per esplorare davvero la natura dell’esistenza. Nella maggior parte dei casi servono a generare immagini di gatti, presentazioni PowerPoint o assistenti virtuali leggermente più efficienti.
Huyghe prende una direzione completamente diversa. L’intelligenza artificiale e il computing quantistico non sono strumenti di produttività ma dispositivi filosofici. Il loro scopo non è risolvere problemi ma generare domande.
L’opera diventa quindi un laboratorio percettivo. Vibrazione, luce e suono creano un ambiente immersivo in cui lo spettatore non è semplicemente un osservatore ma una componente del sistema. Proprio come nella meccanica quantistica, la presenza dell’osservatore modifica l’esperimento.
Questa idea rimanda inevitabilmente alla famosa interpretazione di Niels Bohr secondo cui il confine tra osservatore e sistema osservato non è mai completamente definito. Nel contesto dell’installazione, la distinzione tra opera e pubblico diventa altrettanto ambigua.
Guardando la figura senza volto che tenta di esistere in un mondo instabile, lo spettatore finisce per riconoscere qualcosa di familiare. Non tanto un personaggio quanto una condizione. L’incertezza non è una proprietà della fisica quantistica. È una proprietà della vita contemporanea.
Economisti, tecnologi e filosofi ripetono spesso che viviamo in un’epoca di transizione. L’intelligenza artificiale promette trasformazioni radicali, la computazione quantistica viene presentata come la prossima rivoluzione industriale e ogni settimana nasce una nuova startup che sostiene di “reinventare la realtà”.
Nel mezzo di questo entusiasmo, un artista francese decide di costruire un mito moderno su un’entità che non riesce a stabilizzare la propria forma. Una scelta ironica e probabilmente molto più realistica di quanto l’industria tecnologica sia disposta ad ammettere.
Il mondo quantistico non offre certezze. Offre probabilità.
L’opera di Huyghe suggerisce che anche il futuro tecnologico potrebbe funzionare nello stesso modo. Non esiste una traiettoria inevitabile verso un mondo dominato dall’intelligenza artificiale o dalla computazione quantistica. Esistono solo molte possibilità sovrapposte.
Finché qualcuno non osserva.
E quando l’osservazione avviene, come insegna la fisica, tutte le altre possibilità scompaiono. O forse rimangono nascoste da qualche parte nel rumore di fondo dell’universo. In quel rumore, sorprendentemente, oggi possiamo persino generare arte.
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