In partenza, bambini e bambine percorrono gli stessi banchi di scuola, affrontano gli stessi libri, imparano a leggere, scrivere e far di conto come se il mondo fosse neutro e imparziale, ma l’equilibrio dura poco; lentamente, inesorabilmente, si delineano traiettorie differenti che il tempo trasforma in disuguaglianze profonde. Felicia Pelagalli, nel suo recente articolo sul Sole 24 Ore, affronta questo tema con una lucidità che non ammette comodità retoriche, mostrando come il genere plasmi percorsi di vita apparentemente simili ma sostanzialmente divergenti. L’analisi prende spunto dallo studio coordinato da Agar Brugiavini, Ordinario di Economia politica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, realizzato nell’ambito del Partenariato Age-It, basato su SHARELIFE e sui dati di oltre 5.000 italiani over 50: un campione equilibrato per genere e rappresentativo della fascia d’età, capace di restituire una fotografia nitida della vita adulta italiana.
Tra i venti e i sessant’anni, la distribuzione del tempo rivela una separazione netta: gli uomini trascorrono quasi tutta la loro vita attiva nel lavoro retribuito, mentre le donne oscillano tra occupazioni remunerate e attività di cura non retribuite, uno spazio invisibile ma economicamente rilevante che si traduce in carriere discontinue, salari più bassi e contributi pensionistici ridotti. Il paradosso emerge con forza: più istruite in media, con una laurea conquistata dal 38,5% delle giovani donne contro il 25% degli uomini, le donne italiane pagano il prezzo di una struttura sociale che non riconosce pienamente il valore delle cure e del lavoro di prossimità. L’impatto cumulativo di queste discontinuità lavorative si manifesta con chiarezza dopo i 65 anni, quando le pensioni femminili risultano inferiori del 44,4% rispetto a quelle maschili, riflettendo un gap che non è solo economico ma anche di salute e qualità della vita.
Il dato più sorprendente, sebbene tristemente coerente, riguarda la speranza di vita in buona salute: le donne vivono mediamente quattro anni più degli uomini, 85,5 contro 81,4, ma trascorrono quasi 29 anni con limitazioni funzionali, malattie croniche o disabilità, mentre gli uomini ne affrontano appena 21,6. Questo fenomeno non è solo una conseguenza della biologia, ma una diretta manifestazione delle disuguaglianze economiche e sociali: reddito, condizioni lavorative, istruzione e accesso ai servizi modellano la salute più di quanto non facciano genetica o ospedali. La fragilità economica si traduce in rinunce alle cure, isolamento sociale e peggioramento della salute mentale e fisica, confermando che la vita non distribuisce opportunità in modo equo, né l’invecchiamento segue percorsi uniformi.
Pelagalli non si limita a una diagnosi pessimistica; il suo articolo si inserisce in un discorso più ampio sul valore del dato come bene comune e strumento di innovazione. La partecipazione al DATA SUMMIT del 25 marzo, presso la Sala Zuccari del Senato della Repubblica, porta questa prospettiva a un livello internazionale: la presenza di esperti come Luciano Floridi, filosofi dell’informazione e pionieri dell’etica dei dati, sottolinea l’importanza di bilanciare la tutela individuale con l’interesse collettivo. Il dato sanitario, in particolare, diventa un testimone privilegiato della vita umana, custodendo fragilità, resilienza e speranza, e offrendo alle istituzioni e alla ricerca strumenti per intervenire in modo mirato e consapevole.
L’attenzione all’esperienza internazionale emerge con forza nell’annuncio della partecipazione di Siltanen Mervi, Acting Director di Findata – Finnish Social and Health Data Permit Authority, e di Katleen Janssens, Director della Belgian Health Data Agency. La Finlandia e il Belgio rappresentano casi emblematici di come la regolamentazione e l’accesso sicuro ai dati possano alimentare ricerca scientifica, innovazione medica e policy sanitarie efficaci, fornendo un modello da cui l’Europa può trarre insegnamenti mentre si prepara all’implementazione dell’European Health Data Space (EHDS). La riflessione di Pelagalli e il programma del Data Summit evidenziano che l’uso dei dati non è neutro: richiede governance attenta, etica rigorosa e una visione strategica che sappia coniugare tecnologia, diritto e benessere sociale, in un contesto in cui l’informazione corre più veloce della regolamentazione e dell’adattamento culturale.
L’articolo e l’impegno di Pelagalli suggeriscono un filo conduttore chiaro: la disuguaglianza non è inevitabile, ma è il prodotto di scelte sociali, economiche e politiche che si sedimentano nel tempo. I dati, se trattati con competenza e responsabilità, diventano strumenti di visibilità e intervento, capaci di restituire alle donne e agli uomini la possibilità di un percorso di vita più equo, o almeno di evidenziare le ingiustizie prima che diventino irreversibili. Il confronto tra i numeri italiani e le esperienze nord-europee conferma che i divari possono essere mitigati, e che la tecnologia non è una panacea ma un amplificatore di scelte consapevoli o di errori strutturali.
Il valore di questa prospettiva risiede anche nella sua capacità di combinare empatia e rigore tecnico. Non si tratta di statistiche fredde: ogni punto percentuale, ogni anno di vita in buona salute perduto, racconta storie personali, lotte quotidiane e decisioni inevitabilmente condizionate dal contesto sociale. Il lavoro non retribuito, la cura di familiari, la gestione delle malattie croniche diventano componenti di un’equazione che, se ignorata, perpetua il ciclo di disuguaglianze. La riflessione di Pelagalli invita a leggere questi dati non come fatalità, ma come strumenti per progettare interventi mirati, politiche di welfare innovative e approcci di gestione dei dati che coniughino etica e ricerca scientifica.
La partecipazione al Data Summit assume così una dimensione simbolica e pratica: Roma diventa luogo di dialogo tra scienziati, policy maker e innovatori digitali, tra chi studia il ciclo di vita italiano e chi implementa pratiche di gestione sicura dei dati in contesti europei avanzati. La conferenza è un terreno in cui la tecnologia, l’economia e l’etica si intrecciano, mostrando che l’analisi dei dati non è solo un esercizio accademico, ma una leva concreta per ridurre disuguaglianze, migliorare la qualità della vita e costruire sistemi sanitari più equi e sostenibili.
L’articolo di Felicia Pelagalli e la sua attività al Data Summit sottolineano che le statistiche non sono meri numeri: sono storie che aspettano di essere interpretate, strumenti di policy che possono guidare decisioni più giuste, specchi dei fallimenti sociali e chiavi per progettare il futuro. Il dato sanitario diventa così un filo invisibile che lega ricerca, innovazione e diritti, un promemoria che la tecnologia senza governance etica rischia di amplificare le disuguaglianze, ma che un uso consapevole e regolato dei dati può trasformarsi in uno strumento di empowerment collettivo, in grado di restituire alle donne italiane almeno una parte del futuro che la società continua a negare.