Esiste una verità poco elegante sulla natura delle società umane che la modernità tecnologica, nonostante algoritmi, cloud e retorica progressista, non è riuscita a cancellare. Ogni comunità, anche la più sofisticata, tende a costruire la propria stabilità su un meccanismo antico quanto la tribù: individuare qualcuno da sacrificare simbolicamente o materialmente. Questa intuizione, sviluppata dal pensatore franco-americano René Girard, rimane una delle interpretazioni più radicali della cultura occidentale e oggi, curiosamente, sembra trovare una nuova vita nei corridoi della Silicon Valley.

Girard formulò una teoria tanto semplice quanto disturbante. Gli esseri umani non desiderano in modo autonomo; desiderano ciò che vedono desiderare agli altri. Il desiderio è imitativo. Il termine tecnico che utilizzò è “mimetico”, dal greco mimesis, imitazione. In questa prospettiva, due individui che osservano lo stesso oggetto del desiderio non diventano immediatamente rivali perché l’oggetto è raro; diventano rivali perché si imitano a vicenda. Il desiderio dell’altro diventa il motore del proprio desiderio. L’effetto è quasi virale. Una rivalità isolata si trasforma rapidamente in conflitto diffuso.

Girard sosteneva che, quando questa tensione mimetica contagia un’intera comunità, si genera un caos sociale potenzialmente distruttivo. La soluzione che le società arcaiche svilupparono, spesso inconsciamente, fu individuare un capro espiatorio. Una persona o un gruppo veniva accusato di essere la causa del disordine. Eliminare il colpevole ristabiliva la pace. La violenza collettiva produceva un effetto paradossale: ricomponeva la comunità.

Il meccanismo è brutale ma efficace. Dopo il sacrificio, la comunità interpreta il ritorno della pace come una conferma della colpa della vittima. Nascono miti, rituali, religioni. La violenza originaria viene reinterpretata come un atto sacro. Il sacrificio diventa istituzione.

Per Girard, gran parte delle religioni antiche nasce da questa dinamica. Il sacro non è l’opposto della violenza; è la sua sublimazione. La stabilità sociale è costruita sulla memoria distorta di un omicidio collettivo. Non sorprende che questa teoria abbia fatto storcere il naso a più di un antropologo. Tuttavia il fascino dell’idea rimane potente perché spiega un numero sorprendente di fenomeni culturali, dai rituali arcaici alle guerre ideologiche.

Girard individuava una rottura storica in un punto preciso della tradizione occidentale: il racconto biblico. Nei miti antichi la vittima è quasi sempre colpevole. Nei testi biblici, invece, la prospettiva cambia. La narrazione si sposta verso la vittima.

Il paradigma culmina nella storia di Gesù Cristo. Nella lettura girardiana, la crocifissione non è semplicemente un sacrificio religioso. È la rivelazione del meccanismo del capro espiatorio. La folla accusa, il potere politico condanna, la violenza esplode. Ma la narrazione evangelica insiste sull’innocenza della vittima. Una volta rivelata questa innocenza, il meccanismo perde la sua giustificazione morale.

Girard arrivò a una conclusione provocatoria. Il cristianesimo non è un mito tra gli altri; è la smascheratura dei miti. Il Vangelo rende visibile il processo con cui le società scaricano la propria violenza su un innocente. Una volta che lo si vede chiaramente, diventa difficile continuare a crederci.

La modernità, secondo Girard, vive dopo questa rivelazione. Il sacrificio rituale è scomparso, ma il desiderio mimetico non è scomparso affatto. Le rivalità continuano a proliferare. Senza il vecchio meccanismo sacrificale, le tensioni sociali trovano nuove forme di sfogo.

Ed è qui che la teoria incontra il mondo digitale.

La rete globale, i social network e l’economia dell’attenzione hanno trasformato l’imitazione in una infrastruttura tecnologica. Ogni “like”, ogni condivisione, ogni trending topic è una piccola unità di imitazione sociale. L’algoritmo non crea il desiderio; lo amplifica. Se Girard avesse avuto accesso a Twitter o TikTok, probabilmente avrebbe sorriso con un certo cinismo: la mimetica è diventata software.

Non sorprende quindi che alcuni imprenditori della Silicon Valley abbiano trovato la teoria estremamente utile. Tra questi spicca il miliardario e venture capitalist Peter Thiel, cofondatore di PayPal e figura influente nell’ecosistema tecnologico americano.

Thiel studiò a Stanford negli anni Ottanta proprio sotto la guida di Girard. L’incontro tra i due è una di quelle curiosità storiche che sembrano scritte da un romanziere con il gusto per l’ironia. Un filosofo che analizza la violenza culturale e uno studente destinato a diventare uno dei capitalisti più influenti dell’era digitale.

La cosa interessante è che Thiel non ha mai nascosto l’influenza di Girard sul proprio pensiero. Tuttavia l’interpretazione che ne deriva è quasi speculare a quella del maestro.

Nel libro Zero to One, Thiel lancia una frase diventata proverbiale negli ambienti startup: “competition is for losers”. In superficie sembra una provocazione tipica della Silicon Valley. In realtà riflette una logica girardiana piuttosto precisa.

Se il desiderio è mimetico, la competizione è inevitabilmente distruttiva. Quando molte aziende inseguono lo stesso obiettivo, entrano in una spirale di imitazione reciproca. Margini ridotti, innovazione limitata, conflitto permanente.

La soluzione proposta da Thiel è creare un monopolio tecnologico. Non nel senso caricaturale del termine, ma nel senso di costruire qualcosa di così unico da non avere rivali diretti. Un’azienda che non compete sfugge alla rivalità mimetica.

Dal punto di vista economico l’argomento è seducente. Dal punto di vista filosofico introduce una svolta significativa. Girard vedeva nel riconoscimento del meccanismo mimetico una via per superarlo. Thiel lo interpreta come una mappa per posizionarsi al di sopra di esso.

La differenza è sottile ma radicale. Per Girard la rivelazione dovrebbe generare compassione verso le vittime del sistema. Per Thiel il sistema è inevitabile; l’obiettivo diventa sfruttarlo meglio degli altri.

Questa visione emerge anche nelle sue riflessioni politiche. In un saggio del 2009, Thiel dichiarò di non credere più nella compatibilità tra libertà e democrazia. L’argomento è coerente con la logica mimetica: la democrazia amplifica la rivalità delle masse. Il risultato è caos decisionale.

Da questa prospettiva, la vera innovazione nasce da individui eccezionali che sfuggono alla logica imitativa della folla. Il fondatore visionario diventa quasi una figura messianica del capitalismo tecnologico.

Un osservatore cinico potrebbe notare che la Silicon Valley ha sempre avuto una certa passione per le narrazioni salvifiche. Il fondatore geniale che cambia il mondo è un archetipo culturale potente, quasi religioso.

Girard avrebbe probabilmente osservato che ogni società ha bisogno di miti fondativi. La differenza è che nel mondo tecnologico il mito non è più quello del sacrificio rituale ma quello dell’innovazione redentrice.

Nel frattempo la struttura mimetica della cultura digitale continua a intensificarsi. Le piattaforme sociali non sono progettate per ridurre il conflitto; sono progettate per massimizzare l’engagement. L’indignazione funziona meglio della calma. L’invidia genera più interazioni della serenità.

Alcuni studiosi hanno descritto internet come il più grande laboratorio di desiderio mimetico mai costruito. L’osservazione non è esagerata. L’economia dell’attenzione monetizza precisamente quei meccanismi psicologici che Girard aveva identificato decenni prima.

La cultura della “cancel culture”, ad esempio, può essere interpretata come una versione digitale del capro espiatorio. Una persona viene identificata come simbolo di una colpa collettiva. L’indignazione si diffonde rapidamente. La punizione pubblica produce una momentanea sensazione di giustizia.

La pace che segue è quasi sempre temporanea. Nuovi conflitti emergono rapidamente. Nuove vittime vengono identificate.

Il ciclo continua.

Questa dinamica solleva una domanda strategica per il futuro delle società tecnologiche. Se la rivalità mimetica è inevitabile, la tecnologia dovrebbe cercare di ridurla o di sfruttarla?

La risposta implicita dell’industria digitale finora è stata piuttosto chiara. Le piattaforme prosperano proprio grazie alla competizione sociale e all’imitazione.

Il paradosso è che la Silicon Valley ama presentarsi come la forza più progressista della storia. Tuttavia l’architettura psicologica dei suoi prodotti si basa su meccanismi antropologici estremamente antichi.

Girard probabilmente avrebbe osservato che la modernità non ha eliminato il sacrificio. Lo ha semplicemente trasformato.

Il capro espiatorio non viene più lapidato nella piazza del villaggio. Viene demolito nel feed di un social network.

Nel frattempo gli algoritmi continuano a ottimizzare l’attenzione collettiva con una freddezza matematica che farebbe sorridere qualsiasi antropologo. Il risultato è una civiltà iperconnessa ma costantemente irritata, una cultura globale che oscilla tra imitazione frenetica e indignazione rituale.

La vera domanda, forse, non riguarda più la verità della teoria mimetica. Riguarda cosa fare con essa.

Si può tentare di costruire istituzioni e tecnologie che riducano il bisogno di capri espiatori. Oppure si può accettare il meccanismo come una costante antropologica e imparare a gestirlo.

Tra queste due opzioni si gioca probabilmente una delle grandi tensioni intellettuali del nostro secolo. Da una parte la speranza etica che l’umanità possa superare i propri cicli di rivalità. Dall’altra il realismo strategico di chi ritiene che quei cicli non scompariranno mai.

La Silicon Valley, con la sua miscela di idealismo tecnologico e pragmatismo capitalista, sembra oscillare continuamente tra queste due visioni.

Il risultato è un’epoca in cui filosofia medievale, venture capital e algoritmi di raccomandazione si incontrano nello stesso spazio concettuale. Una combinazione che, a ben vedere, è molto più coerente di quanto sembri.

Girard ci ha spiegato perché le società cercano sempre qualcuno da accusare. Thiel suggerisce come sfruttare quella dinamica per costruire imperi tecnologici.

La storia non ha ancora deciso quale delle due interpretazioni diventerà la più influente. Tuttavia un dettaglio appare sempre più evidente. Nel mondo digitale contemporaneo il desiderio umano non è solo un fenomeno psicologico. È diventato un modello di business.