Palazzo Taverna, domenica pomeriggio, Roma. Una location aristocratica a due passi da Piazza Navona che sembra uscita da un romanzo storico e che invece, nel marzo del 2026, diventa il teatro di un curioso esperimento culturale: un seminario quasi esoterico in cui il miliardario tecnologico Peter Thiel discute di religione, geopolitica, tecnologia e Anticristo davanti a 170 invitati accuratamente selezionati, molti dagli USA, incluse figure ecclesiastiche. Un evento che a prima vista potrebbe sembrare un episodio marginale della mondanità romana ma che, a guardarlo meglio, appare come un frammento significativo di una trasformazione più profonda. Silicon Valley non esporta più soltanto software, venture capital e startup. Esporta una visione del mondo, e’ una guerra sull’egemonia culturale.
Thiel non è un imprenditore qualunque. Nato in Germania nel 1967, cresciuto negli Stati Uniti, formatosi a Stanford University, è stato uno dei fondatori di PayPal e il primo investitore istituzionale di Facebook. Nel tempo ha costruito un impero di venture capital con Founders Fund e ha creato Palantir Technologies, una delle società più controverse della tecnologia contemporanea, specializzata in analisi dei dati per governi e agenzie di intelligence. Un uomo che finanzia startup ma anche campagne politiche; che scrive saggi filosofici ma vende software militare; che parla di immortalità biologica mentre finanzia programmi di difesa. Silicon Valley, nella sua forma più ideologica.
La sua presenza a Roma non è quindi una semplice conferenza accademica. È una manifestazione culturale della nuova destra tecnologica americana, un ecosistema in cui convivono venture capitalist, intellettuali libertari e politici emergenti come J. D. Vance, che Thiel ha sostenuto fin dagli esordi. La scena è quasi cinematografica: luci soffuse, leggio portatile, un po scamuffo, citazioni bibliche. L’argomento dichiarato è la relazione tra cristianesimo, modernità e democrazia. Quello implicito è il futuro del potere nell’era dell’intelligenza artificiale.
Chi conosce Thiel non è sorpreso dal tono apocalittico. Fin dal 1996 il miliardario coltiva una visione piuttosto cupa del progresso occidentale. La sua frase più famosa è diventata una specie di proverbio tra gli imprenditori tecnologici: volevamo le auto volanti, ci hanno dato i 140 caratteri. Una critica alla stagnazione dell’innovazione che, nella sua narrativa, sarebbe stata causata da un eccesso di regolamentazione, dalla politica democratica e da una cultura progressista incapace di assumersi rischi.
Questa diagnosi non nasce dal nulla. Thiel appartiene a una tradizione intellettuale libertaria americana che affonda le radici negli anni Settanta, quando economisti e filosofi come Milton Friedman e Friedrich Hayek criticavano l’espansione dello Stato. Tuttavia, nel caso di Thiel la critica assume un tono quasi metafisico. Non si limita a dire che i governi sono inefficienti; suggerisce che la democrazia stessa potrebbe essere incompatibile con la libertà individuale
Democrazia e libertà non sono più compatibili.
Una provocazione che Thiel aveva già formulato in forma scritta nel 2009, quando pubblicò un saggio destinato a diventare una specie di manifesto per una generazione di imprenditori tecnologici scettici verso la politica tradizionale (leggete articolo precedente).
In quell’epoca la Silicon Valley era ancora percepita come un bastione progressista. Il sostegno di Thiel a Donald Trump nel 2016 rappresentò quindi una rottura simbolica. Non fu soltanto una scelta politica; fu l’inizio di una nuova alleanza tra tecnologia e populismo conservatore. Un asse che negli anni successivi avrebbe coinvolto figure come Elon Musk, creando una sorta di corrente ideologica oggi spesso definita “tecno-libertarismo”.
La conferenza romana riflette esattamente questo clima culturale. Thiel parla di una nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina, una competizione globale in cui l’intelligenza artificiale diventa la tecnologia decisiva. Non è una previsione particolarmente originale; è ormai il consenso strategico di Washington. Tuttavia la retorica di Thiel aggiunge un elemento quasi teologico: il progresso tecnologico come missione civilizzatrice.
«Attualmente nel mondo molti nostri fratelli e sorelle soffrono a causa di conflitti violenti, provocati dall’assurda pretesa di risolvere i problemi e le divergenze con la guerra, mentre bisogna dialogare senza tregua per la pace».
«Qualcuno, poi, pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre».
Papa Leone XIV ieri a Ponte Mammolo
La figura dell’Anticristo, evocata durante la lezione, non va quindi interpretata soltanto in senso religioso. Nel discorso di Thiel rappresenta metaforicamente tutto ciò che rallenta il progresso tecnologico. L’eccesso di regolamentazione, i movimenti ambientalisti, la cultura della precauzione. Persino attivisti come Greta Thunberg diventano simboli di questa forza frenante.
Il Papa ha più volte messo in guardia dai rischi dell’intelligenza artificiale. Non per fermare l’innovazione, ma per governarla, una distinzione decisiva.
La cosa curiosa è che la narrativa di Thiel convive con una profonda dipendenza dallo Stato (come tutte le aziende della Difesa..). Aziende come Palantir e non solo, lo sanno bene Altman e Amodei, prosperano grazie a contratti governativi con eserciti e agenzie di sicurezza. La stessa conferenza romana si svolge mentre emerge la notizia di una collaborazione tra Palantir e il ministero della Difesa italiano per l’uso del software Gotham, Palantir onestamente non ha niente di eccezzionale come SW, ha solo connettori, Gateway per congeniati, per connettere svariate fonti di dati in maniera efficiente, una soluzione replicabile che eviterebbe cordoni ombelicali fuori la nostra sovranita’.
Il paradosso è evidente: il capitalismo tecnologico critica lo Stato ma vive delle sue commesse.Nel pubblico dell’evento romano si mescolano giornalisti, intellettuali e figure della politica italiana. Presenze che raccontano molto dell’interesse crescente verso la nuova ideologia della Silicon Valley. Non si tratta più soltanto di innovazione tecnologica; è una visione del mondo che promette di risolvere i problemi politici attraverso la tecnologia.In questo senso Thiel rappresenta una figura quasi profetica della trasformazione del potere nel XXI secolo.
Nel Novecento le grandi ideologie erano prodotte da filosofi, economisti e leader politici. Oggi sempre più spesso nascono negli uffici dei venture capitalist. La cosa interessante è che questo fenomeno non riguarda solo gli Stati Uniti. L’Europa osserva con una certa ambivalenza questa evoluzione. Da un lato teme l’influenza politica delle piattaforme digitali; dall’altro dipende dalle tecnologie sviluppate proprio da queste aziende. Roma diventa così una tappa simbolica di una conversazione globale. In una città che per secoli è stata il centro del potere religioso e politico europeo, un miliardario della tecnologia discute di Anticristo e democrazia davanti a un pubblico selezionato. Il contrasto è quasi teatrale. Non sorprende che Thiel citi spesso pensatori religiosi come Benedetto XVI o lo scrittore russo Vladimir Solovyov. La sua visione del mondo è intrisa di filosofia cristiana e pessimismo storico. L’idea di fondo è che la modernità stia attraversando una fase di stagnazione spirituale e tecnologica.La diagnosi è discutibile ma affascinante. Dal punto di vista dei dati economici, il progresso tecnologico non è affatto fermo.
L’intelligenza artificiale, la biotecnologia e la robotica stanno trasformando interi settori industriali. Tuttavia la percezione di stagnazione nasce da un altro fattore: la crescita della produttività nelle economie avanzate è rallentata negli ultimi vent’anni.
Economisti come Robert Gordon (ascoltate i suoi podcast ore e ore) hanno sostenuto che le grandi innovazioni del passato, dall’elettricità all’automobile, abbiano avuto un impatto economico molto maggiore rispetto alle tecnologie digitali. Thiel ha trasformato questa teoria economica in una narrativa ideologica.
Il risultato è una visione quasi messianica dell’imprenditore tecnologico. Se la politica non riesce a produrre progresso, allora toccherà agli innovatori. Il venture capital diventa così una forma di ingegneria sociale.
Silicon Valley ha sempre avuto una dimensione utopica. Negli anni Sessanta sognava comunità libertarie e reti informatiche decentralizzate. Negli anni Novanta immaginava Internet come un nuovo spazio di libertà globale. Nel 2026 questa utopia si è trasformata in qualcosa di diverso: una miscela di capitalismo tecnologico, geopolitica e filosofia politica.
La conferenza romana di Thiel è solo un piccolo episodio di questa trasformazione. Tuttavia rivela una tendenza più ampia. Gli imprenditori tecnologici non vogliono più limitarsi a costruire aziende; vogliono ridefinire le regole del potere.Qualcuno potrebbe trovare tutto questo vagamente inquietante. Altri lo considerano inevitabile. Quando una tecnologia diventa centrale per l’economia globale, chi la controlla acquisisce inevitabilmente influenza politica.Nel frattempo la scena finale resta sospesa come in un romanzo.
Thiel promette di rivelare l’identità dell’Anticristo nell’ultima lezione. Una trovata retorica perfetta per mantenere l’attenzione del pubblico.Silicon Valley ha sempre saputo raccontare storie. Questa volta però la storia non riguarda una startup o un algoritmo. Riguarda il futuro della democrazia. Ecome spesso accade nella tecnologia, la realtà potrebbe rivelarsi molto più complessa della narrativa.
Woody Allen ha detto Per te sono un ateo, ma per Dio sono una leale opposizione. Per Thiel meglio girare il mondo che pagare un terapista.