Quando Steven Spielberg dichiara, con apparente semplicità, di non aver mai utilizzato l’intelligenza artificiale nei suoi film, il messaggio che attraversa Hollywood è meno nostalgico di quanto sembri e decisamente più strategico di quanto molti analisti vogliano ammettere. Non è il rifiuto di una tecnologia; è una dichiarazione di controllo. In un’industria che ha trasformato ogni innovazione in leva economica, dalla CGI alla motion capture, la scelta di tenere l’AI fuori dalla stanza degli scrittori non è una resistenza romantica ma una negoziazione di potere.

La frase “tutti i posti sono occupati” suona quasi come una battuta da conferenza, ma contiene un sottotesto che qualsiasi CEO riconoscerebbe immediatamente. L’AI non è esclusa perché immatura; è esclusa perché minaccia la struttura economica del talento creativo. Hollywood non vende film, vende scarsità di visione. Inserire un modello generativo nella writers’ room significherebbe, implicitamente, mettere in discussione il valore marginale dello sceneggiatore umano, e questo è un rischio che nessuna industria ad alta intensità di ego e capitale simbolico è pronta a correre senza combattere.

La posizione di Spielberg si colloca in una traiettoria coerente con la sua filmografia. Da A.I. Artificial Intelligence fino a Minority Report, passando per Ready Player One, il regista ha sempre trattato la tecnologia come un dispositivo narrativo ambivalente, mai come una soluzione. Le sue storie non celebrano l’innovazione; la interrogano. Ed è interessante notare come, nel caso di Minority Report, molte delle tecnologie immaginate, dagli scanner dell’iride alle interfacce spaziali, siano poi diventate realtà, quasi a suggerire che il vero potere non risieda nell’adozione della tecnologia ma nella sua anticipazione narrativa.

Hollywood oggi si trova esattamente in quel punto di tensione che Spielberg ha esplorato per decenni: il confine tra previsione e sostituzione. La differenza, tuttavia, è che questa volta la tecnologia non è un oggetto di scena ma un potenziale attore economico. Quando Netflix investe centinaia di milioni in startup come InterPositive, fondata da Ben Affleck, non sta semplicemente sperimentando nuovi strumenti creativi; sta ridefinendo la catena del valore della produzione audiovisiva. Alterare filmati esistenti con AI significa comprimere tempi, costi e, soprattutto, dipendenza dal lavoro umano altamente specializzato.

Il paradosso è evidente. Da un lato, i grandi studi denunciano le aziende di AI per violazione del copyright; dall’altro, integrano silenziosamente le stesse tecnologie nei loro processi. È una dinamica classica dell’innovazione industriale, già vista con la musica digitale e lo streaming. Prima si resiste, poi si monetizza. La differenza, questa volta, è che l’AI non si limita a distribuire contenuti; li genera.

La reazione degli artisti non è meno strategica. Figure come Natalie Portman, Cate Blanchett e Guillermo del Toro che sostengono la Creators Coalition on AI non stanno semplicemente difendendo la creatività; stanno negoziando i termini di un nuovo contratto sociale tra uomo e macchina. La richiesta di standard enforceable è, in sostanza, una richiesta di governance. In assenza di regole, il mercato farà ciò che ha sempre fatto: ottimizzare per costo e scala, non per qualità o integrità artistica.

Nel frattempo, segnali apparentemente marginali raccontano una resistenza culturale più profonda. La decisione di AMC Theatres di bloccare la proiezione di un cortometraggio interamente generato da AI non è solo una scelta commerciale; è un test sul pubblico. L’audience è pronta ad accettare contenuti privi di intervento umano? La risposta, per ora, sembra essere un cauto no. Ma la storia insegna che il pubblico raramente guida il cambiamento; lo segue, spesso con riluttanza.

In questo contesto, la posizione di Spielberg appare quasi conservatrice, ma in realtà è profondamente pragmatica. L’AI è già sufficientemente avanzata da generare sceneggiature mediocri in pochi secondi, ma non abbastanza sofisticata da produrre visioni realmente originali. Il rischio non è che sostituisca i grandi autori; è che saturi il mercato con contenuti medi, abbassando il livello medio e rendendo più difficile distinguere l’eccellenza. In altre parole, l’AI potrebbe non uccidere il cinema d’autore, ma potrebbe renderlo invisibile.

Un osservatore cinico potrebbe notare che questa dinamica è perfettamente allineata con le logiche della Silicon Valley, dove l’innovazione è spesso venduta come inevitabile e desiderabile, indipendentemente dalle sue conseguenze. L’hype sull’intelligenza artificiale generativa ha già raggiunto livelli che ricordano la bolla dot-com, con valutazioni astronomiche e promesse vaghe di trasformazione totale. Tuttavia, come spesso accade, la realtà si muove più lentamente e in modo più contraddittorio.

Il punto centrale, che Spielberg sembra aver colto con la sua consueta lucidità, è che la creatività non è un problema di efficienza. È un problema di intenzione. Un algoritmo può imitare uno stile, combinare tropi narrativi e persino sorprendere occasionalmente, ma non ha un punto di vista. E in un’industria che vive di prospettive uniche, questa è una limitazione non trascurabile.

Il dibattito sull’AI a Hollywood, quindi, non è una semplice questione tecnologica; è una battaglia per il controllo del significato. Chi decide cosa è una storia? Chi possiede l’immaginario collettivo? Sono domande che trascendono il cinema e toccano il cuore dell’economia digitale contemporanea. Le piattaforme vogliono contenuti scalabili; gli artisti vogliono autonomia; il pubblico, spesso inconsapevolmente, vuole autenticità.

Nel mezzo di questa tensione, la posizione di Spielberg funziona quasi come un punto di ancoraggio. Non è un rifiuto dell’innovazione, ma un invito a rallentare, a riflettere, a evitare l’adozione acritica. In un’epoca in cui ogni nuova tecnologia viene presentata come inevitabile, dire “non ancora” è, paradossalmente, un atto di leadership.

La storia dell’innovazione tecnologica è piena di esempi di adozione prematura seguita da disillusione. Dalla realtà virtuale degli anni Novanta ai primi esperimenti di cinema digitale, molte promesse si sono rivelate esagerate nel breve termine e sottovalutate nel lungo. L’intelligenza artificiale probabilmente seguirà lo stesso percorso. La differenza è che, questa volta, la posta in gioco è più alta, perché l’AI non si limita a cambiare gli strumenti; cambia gli autori.

Alla fine, la domanda non è se l’AI entrerà nel processo creativo di Hollywood, ma come e a quali condizioni. Spielberg ha scelto, per ora, di tenere la porta chiusa. Non per paura, ma per negoziare da una posizione di forza. In un mercato ossessionato dalla velocità, la vera innovazione potrebbe essere la capacità di aspettare.

In questo senso, la sua dichiarazione assume un valore quasi simbolico. Non è il rifiuto di una tecnologia, ma la difesa di un principio: che la creatività umana, con tutte le sue imperfezioni, rimane il motore più potente dell’industria culturale. Almeno fino a quando qualcuno non dimostrerà il contrario, con qualcosa di più convincente di un algoritmo ben addestrato e di una presentazione in PowerPoint.

CNET: https://www.cnet.com/tech/services-and-software/steven-spielberg-isnt-against-ai/