La Commissione Europea ha appena acceso i riflettori su un’iniziativa che potrebbe cambiare per sempre il volto dell’ecosistema tech continentale. Si chiama EU Inc., il nuovo 28esimo regime societario presentato in questi giorni da Ursula von der Leyen, e rappresenta la risposta concreta a decenni di frammentazione legislativa che ha frenato la nascita e la crescita delle startup innovative in Europa.
Non si tratta di un ennesimo regolamento astratto: è una forma giuridica facoltativa, digitale per definizione, che permette a chiunque di costituire una società in tutta l’Unione in sole 48 ore, interamente online, per meno di 100 euro e senza alcun requisito di capitale minimo. Basta un unico punto di accesso digitale, un registro europeo centralizzato e il principio “once only”: i dati forniti una sola volta vengono condivisi automaticamente tra registri delle imprese, autorità fiscali e previdenziali di tutti i 27 Stati membri.
Addio notai, banche tradizionali e procedure cartacee diverse da Paese a Paese. Le assemblee degli azionisti, le riunioni del consiglio di amministrazione e persino le procedure di insolvenza diventano completamente digitali e armonizzate.
Per le startup di intelligenza artificiale, deep tech o software che fin dal giorno uno pensano al mercato unico come casa propria, questo significa scalare senza dover aprire filiali complesse o adattarsi a 27 codici societari differenti.
Il Sole 24 Ore ha titolato “Startup in due giorni” e non è un’esagerazione: la proposta, ispirata ai rapporti Letta e Draghi sulla competitività europea, introduce per la prima volta una vera Srl di matrice continentale con regole identiche ovunque. Nella tabella di confronto pubblicata dal quotidiano emergono chiaramente le semplificazioni: niente più disparità su costi di costituzione, requisiti patrimoniali o formalità burocratiche che in Italia, in Germania o in Francia hanno pesato come macigni.
L’obiettivo dichiarato è ambizioso: rendere l’Europa un unico ecosistema dove un founder di Roma può lanciare la sua AI startup e operare a Berlino o a Parigi con la stessa facilità con cui un imprenditore californiano opera da San Francisco a New York. La Commissione definisce anche per la prima volta una categoria specifica di “innovative start-up e scale-up” per convogliare su di loro misure di supporto mirate, dal funding alle agevolazioni fiscali.
Eppure, proprio qui entra in gioco la domanda più scomoda per chi segue da anni il mondo dell’innovazione e della finanza.
È davvero sufficiente lavorare solo sulla forma giuridica e sulla facilità di costituzione?
La risposta, per chi ha analizzato i numeri del venture capital, è no. Il vero nodo che continua a dividere l’Europa dagli Stati Uniti non è la burocrazia societaria, ma l’assenza di un mercato finanziario profondo e affamato di rischio.
Nel 2025 l’Europa ha raccolto complessivamente circa 48 miliardi di euro di investimenti VC, mentre gli Stati Uniti hanno superato i 185 miliardi di dollari. Il divario si allarga ulteriormente guardando agli unicorni: 134 in Europa contro 611 negli USA. Le startup europee, anche quando riuscissero a nascere velocemente grazie a EU Inc., continueranno a faticare per trovare il capitale necessario per le fasi di crescita. Molte scale-up di successo finiscono per cercare round Serie C o D oltreoceano o, peggio, per trasferire la sede negli Stati Uniti pur di accedere a fondi più grandi e a una cultura dell’exit più matura.
Il capitale di rischio americano è strutturalmente più abbondante perché i fondi pensione, le university endowment e i family office investono quote significative in venture, mentre in Europa prevale ancora una mentalità conservativa e regolamentata. EU Inc. risolve il problema della porta d’ingresso, ma non crea il capitale necessario per correre la maratona.
Questo divario finanziario spiega perché tante startup europee di AI, nonostante talenti straordinari e ricerca di alto livello, faticano a trasformarsi in campioni globali. La semplificazione giuridica è un passo indispensabile, ma senza un ecosistema di funding all’altezza rischia di rimanere una bella cornice senza il quadro.
In Italia la situazione riflette perfettamente questo doppio volto del continente. Nel 2025 il venture capital italiano ha toccato 1,735 miliardi di euro investiti, con un numero di round in crescita e un ecosistema che si sta facendo più selettivo e maturo. È il risultato migliore degli ultimi anni dopo il picco del 2022, con fondi nuovi e una generazione di founder sempre più preparati.
Eppure il confronto con i grandi player europei e soprattutto con gli USA resta impietoso: l’Italia rimane un ecosistema piccolo, con pochi mega-round e una dipendenza ancora forte dai fondi esteri per le fasi avanzate. Le startup italiane di AI e tecnologia profonda hanno dimostrato di saper innovare, ma spesso si trovano a scegliere tra rallentare la crescita o emigrare verso mercati con più risk capital.
EU Inc. potrebbe essere la molla giusta per trattenere talenti e idee in Italia, ma solo se accompagnata da misure concrete per far crescere il mercato domestico del venture: maggiore coinvolgimento dei fondi pensione, incentivi fiscali più aggressivi per gli investitori privati e un’azione coordinata a livello europeo per creare un vero “Scale-up Europe Fund”. Altrimenti rischiamo di avere società più facili da costituire ma altrettanto difficili da finanziare.
Intendiamoci, la proposta EU Inc. è un segnale forte e concreto di un’Europa che vuole finalmente competere. Rimuove uno dei freni più antichi e fastidiosi. Ma perché diventi davvero game-changing serve la seconda parte dell’equazione: un mercato del capitale di rischio all’altezza del talento che l’Europa già possiede. Solo così le startup di domani, soprattutto quelle di intelligenza artificiale, potranno nascere europee e rimanere europee, senza dover scegliere tra burocrazia e Silicon Valley. Il conto alla rovescia è partito. Ora tocca ai governi nazionali e agli investitori non sprecare questa opportunità storica.