Il 25 marzo 2026, nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, cuore silenzioso e simbolico del Senato della Repubblica, si è consumato uno di quei momenti che, nel breve termine, sembrano l’ennesimo convegno istituzionale e, nel lungo periodo, rischiano di diventare snodi strategici per l’intero sistema sanitario europeo. La seconda edizione del Data Summit, promossa su iniziativa del senatore Francesco Zaffini, ha riunito una costellazione di attori che raramente siedono allo stesso tavolo con reale intenzione operativa: policy maker, tecnologi, clinici, regolatori e, inevitabilmente, una quota crescente di evangelisti dell’intelligenza artificiale, spesso più convinti della narrativa che dei numeri.

La regia dell’evento, affidata a Felicia Pelagalli, ha mantenuto una traiettoria chiara: riportare il dibattito sullo Spazio europeo dei dati sanitari fuori dal perimetro delle dichiarazioni di principio e dentro il territorio più scivoloso dell’implementazione.

L’EHDS, (European Health Data Space (EHDS) è un’iniziativa UE chiave che crea un mercato unico dei dati sanitari) vive una fase paradossale: è già normativamente avanzato, ma operativamente fragile. Una situazione tipicamente europea, dove il diritto anticipa la realtà e poi si trova costretto a rincorrerla con circolari, linee guida e tavoli tecnici che proliferano come startup durante un hype cycle.

Il punto centrale, tuttavia, non è stato il quadro europeo, ma l’intervento di Zaffini, che ha scelto deliberatamente di spostare la discussione dal piano tecnico a quello sistemico. Il dato sanitario, ha ricordato, non è un’entità astratta ma una risorsa strategica in un Paese che sta rapidamente diventando un laboratorio demografico globale. L’Italia, con la sua popolazione tra le più anziane al mondo, rappresenta una sorta di “beta test” della sostenibilità sanitaria occidentale. Non è una metafora: è un fatto economico. Il sistema sanitario nazionale, progettato in un’epoca di piramide demografica espansiva, si trova oggi a operare in un contesto invertito, dove la domanda cresce più rapidamente della capacità di risposta.In questo scenario, il dato non è solo un asset informativo; è una leva di sopravvivenza.

La transizione da una sanità reattiva a una sanità predittiva, spesso evocata come slogan, diventa un obbligo matematico. Senza dati longitudinali, interoperabili e accessibili, la prevenzione resta un’aspirazione retorica. Con i dati, diventa un modello operativo. Il problema, come sempre, è che tra aspirazione e implementazione si annida la burocrazia.Zaffini ha toccato un punto raramente affrontato con tale chiarezza in contesti istituzionali: i tempi di accesso ai dati previsti dal framework europeo rischiano di trasformarsi in un collo di bottiglia sistemico. Tre mesi per ottenere dati sanitari, in un contesto di ricerca avanzata o sviluppo farmacologico, equivalgono a una condanna all’irrilevanza competitiva. In un mondo dove le aziende AI iterano modelli in settimane, l’Europa rischia di rispondere con processi che ricordano più la pubblica amministrazione del secolo scorso che un ecosistema innovativo.

La critica non è ideologica, ma operativa. Il dato sanitario, per sua natura, vive una tensione intrinseca tra privacy e utilità. L’anonimizzazione totale, spesso proposta come soluzione definitiva, riduce drasticamente il valore informativo. La pseudo-anonimizzazione, invece, mantiene la ricchezza dei dati ma introduce complessità legali e tecniche che molti sistemi sanitari non sono ancora pronti a gestire. In questo equilibrio instabile, l’Europa ha scelto la prudenza. Il mercato globale ha scelto la velocità. La storia recente suggerisce quale delle due opzioni tenda a vincere.

Il riferimento alla cybersecurity, inserito nel discorso con una certa urgenza, non è stato un semplice inciso. La sanità è ormai classificata come infrastruttura critica, e non per ragioni teoriche. Gli attacchi ransomware agli ospedali, negli ultimi anni, hanno dimostrato che il dato sanitario non è solo sensibile, ma anche economicamente sfruttabile. La direttiva NIS2 rappresenta un tentativo di risposta, ma introduce ulteriori livelli di complessità che si sommano a quelli già esistenti. Il risultato è un sistema che rischia di essere contemporaneamente iper-regolato e sotto-protetto, una combinazione che, dal punto di vista strategico, è difficilmente sostenibile.Il passaggio sull’intelligenza artificiale ha inevitabilmente attirato l’attenzione, anche per il riferimento alla normativa italiana, definita pionieristica. L’Italia, in questo contesto, si trova in una posizione curiosa: normativa avanzata, capacità tecnologica disomogenea. Una combinazione che può generare leadership o frustrazione, a seconda della velocità con cui il sistema riesce a tradurre le regole in infrastrutture operative. L’AI in sanità non è un concetto futuristico; è già una realtà frammentata, distribuita tra progetti pilota, startup promettenti e grandi player internazionali che osservano il mercato europeo con un misto di interesse e cautela.

Il concetto di sovranità dei dati, evocato implicitamente più volte, rappresenta il vero campo di battaglia dei prossimi anni. Chi controlla i dati sanitari controlla, di fatto, la capacità di sviluppare nuovi farmaci, ottimizzare percorsi clinici e costruire modelli predittivi su larga scala. In un mondo dominato da piattaforme, l’idea che i dati sanitari siano un bene pubblico appare nobile, ma richiede una capacità di governance che raramente le istituzioni riescono a dimostrare. Il rischio, nemmeno troppo nascosto, è che la sovranità resti sulla carta mentre il valore economico migra altrove.

Le proposte avanzate da Zaffini, tra cui la creazione di un osservatorio permanente e una rete strutturata di stakeholder, vanno lette in questa chiave. Non si tratta di aggiungere nuovi livelli burocratici, ma di tentare una razionalizzazione di un ecosistema già complesso. Il problema, come spesso accade, non è la mancanza di idee, ma la capacità di esecuzione. L’Italia ha una lunga tradizione di eccellenza teorica e implementazione intermittente. Il rischio è che anche questa iniziativa segua lo stesso schema.

Il riferimento alla competenza, quasi un mantra ripetuto, tocca un nervo scoperto. La trasformazione digitale della sanità non è solo una questione tecnologica, ma culturale. Senza una diffusione reale delle competenze, dai livelli apicali fino ai cittadini, ogni infrastruttura rischia di restare sottoutilizzata. Il dato, per definizione, è inutile se non viene compreso. E la comprensione richiede formazione, tempo e, soprattutto, una volontà politica che spesso si dissolve al primo cambio di legislatura.

Il Data Summit 2026, nella sua apparente linearità istituzionale, ha messo in evidenza una verità che molti preferiscono ignorare: la competizione globale sulla sanità digitale è già iniziata, e l’Europa parte con un vantaggio normativo ma uno svantaggio operativo. L’Italia, con le sue peculiarità demografiche e istituzionali, potrebbe trasformare questo svantaggio in un laboratorio di innovazione o in un caso di studio su come perdere un’opportunità storica.

Una frase, tra le tante, resta sospesa come un promemoria più che come una dichiarazione: bene e in fretta. Nel mondo della tecnologia, la velocità non è un’opzione, è una condizione di esistenza. Nel mondo della sanità pubblica, la prudenza è un obbligo. La sfida, come sempre, è trovare un equilibrio che non sia una media aritmetica, ma una sintesi strategica. Chi riuscirà in questa impresa non solo migliorerà il proprio sistema sanitario, ma definirà gli standard globali del prossimo decennio. Gli altri, inevitabilmente, si limiteranno a seguirli.