Iliad archivia il 2025 come l’anno della definitiva consacrazione europea. Il gruppo francese ha chiuso i conti con ricavi a 10,34 miliardi di euro, in crescita del 3,2 per cento, un EBITDAaL salito a 4,042 miliardi (+5 per cento) e un flusso di cassa operativo a 2,25 miliardi, ben sopra il target di 2 miliardi e in rialzo del 23,2 per cento. Il risultato netto è raddoppiato a 752 milioni, con un balzo del 104,7 per cento. A trainare è stata ancora una volta la capacità di acquisire clienti: 1,5 milioni di nuovi abbonati netti in tutta Europa, quarto anno consecutivo di leadership nella crescita del settore.

In Italia, dove Iliad è sbarcata nel 2018 come quarto operatore, i numeri raccontano una storia di progressi concreti anche se non ancora di profittabilità piena.

I ricavi hanno toccato 1,249 miliardi, in aumento del 9 per cento. L’EBITDA è balzato del 26,8 per cento a 390 milioni. La perdita netta si è dimezzata a 147 milioni e il free cash flow operativo ha più che triplicato, arrivando a 120 milioni. Superati i 13 milioni di clienti tra mobile e fisso, con 900 mila nuove SIM nette nell’anno (ottavo anno di fila in cui Iliad si conferma il primo operatore per acquisizione netta nella telefonia mobile) e 146 mila nuovi abbonati fibra, di cui 42 mila solo nell’ultimo trimestre.

Benedetto Levi, amministratore delegato di Iliad Italia, sintetizza così il momento: “Il 2025 si conferma un anno di importanti risultati. Abbiamo più che triplicato il free cash flow operativo”. Il contesto di mercato, però, rende ogni passo più complicato. L’Italia rimane uno dei pochi grandi Paesi europei con quattro operatori infrastrutturati: TIM, Vodafone (ora integrata con Fastweb), WindTre e Iliad. La fusione Vodafone-Fastweb e l’OPAS di Poste Italiane su TIM hanno praticamente esaurito lo spazio per ulteriori operazioni di consolidamento. Proprio Iliad, che nei mesi scorsi aveva corteggiato TIM, ha chiuso la pratica in modo irreversibile già nell’estate del 2025. “Abbiamo avuto discussioni con Telecom Italia e poi abbiamo deciso di chiudere definitivamente”, ha dichiarato l’amministratore delegato del gruppo Thomas Reynaud in conference call con gli analisti. “Il nostro scenario principale è di crescita organica. L’obiettivo di Iliad in Italia è di continuare a crescere. Non torniamo sui nostri passi”.

La riflessione sul numero di operatori è inevitabile. Mentre Germania, Regno Unito e Spagna hanno progressivamente ridotto il mercato a tre grandi infrastrutture (con MVNO forti ma senza reti proprie), l’Italia mantiene quattro giocatori con reti parallele. Questo assetto genera una competizione feroce sui prezzi che ha compresso gli ARPU e i margini di tutti. In un mercato a quattro la guerra commerciale è strutturale: promozioni aggressive, bundle low-cost e continue contromosse commerciali erodono la redditività. Iliad stessa, pur crescendo più velocemente dei rivali, ha impiegato sette anni per dimezzare le perdite. Gli altri operatori, con basi clienti più grandi ma costi fissi elevati, vedono i margini contrarsi ulteriormente.

Il risultato è un settore TLC italiano che, nonostante gli investimenti in fibra e 5G, fatica a generare la remuneratività necessaria per finanziare la transizione verso cloud, data center e intelligenza artificiale senza ricorrere a indebitamento eccessivo.

Reynaud, tuttavia, guarda oltre. “La solidità della nostra performance economica e il basso livello di indebitamento ci consentono ora di continuare a crescere in Europa e di accelerare nei nostri nuovi settori: cloud, data center e potenza di calcolo dedicata all’intelligenza artificiale”. Il messaggio è chiaro: Iliad non ha bisogno del consolidamento per diventare un campione europeo. Lo sta già facendo con la strategia che ha sempre seguito, innovazione tariffaria, investimenti pesanti sulle reti e disciplina finanziaria, e con l’ambizione dichiarata di costruire un gruppo indipendente nel digitale.

Nel 2026 lo slancio dovrebbe accelerare ulteriormente. Il mercato italiano resterà a quattro, almeno nell’immediato. Per Iliad questo significa continuare a sottrarre quote con l’unico strumento davvero efficace in un’arena così affollata: offrire di più a prezzi più bassi senza compromettere la qualità della rete. Per i concorrenti, invece, significa convivere con un quarto operatore che non ha intenzione di fermarsi e che, numeri alla mano, ha già dimostrato di poter convivere e crescere anche in un contesto di margini compressi. La partita italiana delle telecomunicazioni resta quindi aperta, ma con un equilibrio che, per ora, premia chi sa correre più veloce degli altri senza bisogno di fusioni.