Quando la Casa Bianca convoca i suoi consiglieri scientifici, la storia americana suggerisce prudenza e visione strategica; quando invece li sceglie direttamente tra i miliardari della tecnologia, la prudenza lascia spazio a qualcosa di più interessante, e forse più inquietante, una forma di convergenza tra potere politico e potere computazionale che ricorda più una board di venture capital che un organo consultivo pubblico. La nomina di figure come Mark Zuckerberg, Jensen Huang, Larry Ellison e Sergey Brin al President’s Council of Advisors on Science and Technology non è solo una scelta di competenze, è una dichiarazione di intenti, un messaggio implicito che l’innovazione non sarà regolata, ma orchestrata da chi la possiede.
La narrativa ufficiale parla di “Golden Age of Innovation”, una formula elegante che, tradotta in termini operativi, significa una cosa molto semplice: accelerare. Accelerare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, accelerare l’adozione industriale, accelerare la competizione geopolitica con la Cina. La velocità è diventata la nuova ideologia della politica tecnologica americana, e come ogni ideologia, tende a semplificare ciò che è complesso e a ignorare ciò che è scomodo. Il fatto che il consiglio includa alcuni dei principali beneficiari economici di questa accelerazione non è una coincidenza, è il modello.
Esiste un precedente storico evocato con eleganza, quello del Science Advisory Board di Franklin D. Roosevelt nel 1933, ma il paragone regge solo in superficie. All’epoca, gli scienziati erano chiamati a risolvere problemi concreti di un’economia in crisi; oggi, i protagonisti sono imprenditori che hanno costruito imperi su piattaforme globali e modelli di business basati sull’estrazione di dati. Non si tratta più di consigliare il governo, ma di co-progettare il futuro insieme ad esso, con un inevitabile conflitto di interessi che viene trattato come un dettaglio marginale.
La presenza di Jensen Huang, per esempio, racconta più di quanto sembri. Nvidia è diventata il vero cuore pulsante dell’economia dell’AI, il produttore di “pale e picconi” nella nuova corsa all’oro digitale. Ogni modello, ogni startup, ogni promessa di intelligenza artificiale generativa passa, in ultima analisi, attraverso i suoi chip. Avere il CEO di Nvidia nel consiglio significa portare direttamente al tavolo il punto di vista dell’infrastruttura, ma anche consolidare una posizione dominante che già oggi sfiora il monopolio tecnologico. In altre parole, il regolatore siede accanto al regolato, e i due condividono lo stesso orizzonte di crescita.
Mark Zuckerberg rappresenta invece un’altra dimensione, quella della piattaforma sociale trasformata in laboratorio di AI. Dopo anni di crisi reputazionale, Meta ha trovato nell’intelligenza artificiale una nuova narrativa di redenzione, e la sua presenza nel PCAST segnala un ritorno al centro del gioco politico. La sua visione è chiara, un metaverso potenziato dall’AI, dove l’interazione umana diventa sempre più mediata da algoritmi proprietari. Il rischio, naturalmente, è che la definizione stessa di “interesse pubblico” venga progressivamente riscritta da chi controlla le interfacce della realtà digitale.
Sergey Brin, figura quasi mitologica della Silicon Valley, aggiunge una componente interessante, quella del fondatore che torna in campo in un momento di trasformazione epocale. Google, con la sua leadership storica nella ricerca e nell’AI, è contemporaneamente un attore dominante e un sistema sotto pressione, stretto tra regolatori, competitor e la necessità di reinventarsi. La sua presenza nel consiglio non è solo simbolica, è il segnale che la partita sull’AI si gioca anche sul terreno della conoscenza organizzata, non solo su quello della potenza computazionale.
Poi c’è Larry Ellison, il cui approccio all’innovazione è sempre stato meno idealista e più pragmatico, per usare un eufemismo. Oracle rappresenta la continuità con un modello enterprise basato su controllo, sicurezza e monetizzazione aggressiva dei dati. Inserire Ellison nel PCAST significa ricordare che l’AI non è solo una questione di ricerca avanzata, ma anche di infrastrutture legacy, contratti governativi e sistemi critici. È la parte meno glamour, ma spesso quella più determinante.
Lisa Su e Michael Dell completano il quadro industriale, portando nel consiglio la prospettiva dell’hardware e della supply chain, due elementi spesso trascurati nelle narrazioni più futuristiche. Senza chip, server e infrastrutture, l’AI resta un esercizio teorico. La loro presenza suggerisce che la strategia americana non è solo tecnologica, ma anche manifatturiera, con un occhio attento alla resilienza delle catene di approvvigionamento e alla competizione globale.
Il coinvolgimento di figure come Marc Andreessen e Fred Ehrsam introduce invece la dimensione finanziaria e speculativa, quella del capitale di rischio che alimenta l’ecosistema startup. Andreessen, in particolare, è diventato uno dei principali evangelisti di un approccio deregolamentato all’AI, sostenendo apertamente che l’innovazione non deve essere rallentata da preoccupazioni etiche o regolatorie. La sua presenza nel consiglio è quasi una provocazione, o forse una dichiarazione ideologica, che riflette una visione molto precisa del rapporto tra tecnologia e società.
Il ruolo di David Sacks come co-chair aggiunge un ulteriore livello di complessità. Ex imprenditore e già figura chiave nella politica tecnologica della Casa Bianca, Sacks rappresenta quella nuova generazione di operatori che si muovono con disinvoltura tra startup, finanza e politica. La sua nomina segnala un cambiamento nel modo in cui il governo americano gestisce l’innovazione, meno burocratico, più agile, ma anche più esposto alle logiche del mercato.
Il quadro complessivo è quello di un ecosistema chiuso, altamente interconnesso, in cui le stesse persone che sviluppano, finanziano e distribuiscono le tecnologie sono chiamate a definirne le regole. È un modello efficiente, senza dubbio, ma anche fragile, perché riduce la diversità di prospettive e aumenta il rischio di decisioni sistemiche sbilanciate. La promessa è quella di una crescita accelerata e inclusiva, ma la storia insegna che l’innovazione tende a concentrare valore prima di distribuirlo.
La recente proposta della Casa Bianca di regolamentare l’AI attraverso agenzie esistenti, evitando la creazione di un nuovo ente dedicato, si inserisce perfettamente in questa logica. È una scelta pragmatica, che evita la complessità istituzionale, ma anche una scommessa rischiosa, perché presuppone che le strutture attuali siano in grado di comprendere e gestire tecnologie che evolvono a velocità esponenziale. In altre parole, si affida il futuro a istituzioni progettate per il passato, con la speranza che l’esperienza compensi la mancanza di adattamento.
Qualcuno potrebbe leggere questa configurazione come un segno di maturità, un riconoscimento del fatto che l’innovazione nasce nel settore privato e che il governo deve collaborare con esso per rimanere competitivo. Altri, più cinici, potrebbero vederla come una forma di cattura regolatoria, in cui le grandi aziende non solo influenzano le regole, ma contribuiscono a scriverle. La verità, come spesso accade, sta probabilmente nel mezzo, ma con una leggera inclinazione verso il secondo scenario.
Un dettaglio interessante, spesso trascurato, riguarda la dimensione simbolica di queste nomine. In un’epoca in cui la fiducia nelle istituzioni è in declino, associare il governo a figure di successo della tecnologia può essere visto come un tentativo di trasferire credibilità e competenza. È una strategia comunicativa efficace, ma anche pericolosa, perché rischia di confondere il successo economico con la capacità di prendere decisioni nell’interesse pubblico.
La Silicon Valley ha sempre avuto una relazione ambivalente con il potere politico, oscillando tra libertarianismo e pragmatismo opportunistico. Oggi, quella ambivalenza sembra essersi risolta in una forma di collaborazione strutturata, in cui le differenze ideologiche vengono messe da parte in nome di un obiettivo comune, la leadership globale nell’intelligenza artificiale. È un matrimonio di convenienza, ma come tutti i matrimoni di questo tipo, potrebbe rivelarsi instabile nel lungo periodo.
Alla fine, ciò che emerge è una domanda semplice ma fondamentale, chi controlla il futuro quando il futuro è scritto in codice proprietario. Il PCAST nella sua nuova configurazione offre una risposta implicita, lo controllano coloro che possiedono le infrastrutture, i dati e il capitale. Non è necessariamente una cattiva notizia, ma è una realtà che merita di essere osservata con attenzione, perché, come spesso accade nella tecnologia, le conseguenze più significative non sono quelle dichiarate, ma quelle emergenti.
WH: https://www.whitehouse.gov/releases/2026/03/president-trump-announces-appointments-to-presidents-council-of-advisors-on-science-and-technology/