Il futuro del cloud potrebbe avere meno a che fare con le nuvole e molto di più con la meccanica quantistica. Ed è proprio su questo passaggio, tanto silenzioso quanto strategico, che l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha deciso di intervenire aprendo un’indagine conoscitiva destinata a far discutere il settore tecnologico nei prossimi mesi.

Sotto osservazione finiscono i cosiddetti hyperscaler, ovvero quei grandi fornitori globali di servizi cloud che gestiscono infrastrutture di data center su scala industriale e che, nel frattempo, stanno iniziando a integrare nelle proprie offerte anche servizi di quantum computing. Il sospetto dell’Antitrust italiana, guidata da Roberto Rustichelli, è che questa evoluzione non sia soltanto un naturale progresso tecnologico, ma possa tradursi in una nuova forma di concentrazione del potere digitale.

L’idea è semplice quanto delicata: se il cloud è già oggi il punto di accesso privilegiato per imprese e pubbliche amministrazioni, cosa succede quando anche il quantum computing diventa un servizio disponibile “a pacchetto” all’interno delle stesse piattaforme? La risposta, almeno secondo il Garante, potrebbe non essere neutrale. Da un lato, l’integrazione tra cloud e quantum abbassa le barriere d’ingresso e rende queste tecnologie accessibili a una platea più ampia. Dall’altro, rischia di consolidare una posizione dominante difficilmente scalfibile.

Il nodo centrale è quello del cosiddetto lock-in, una dinamica ben nota nel mondo digitale ma che, applicata al quantum computing, assume contorni ancora più rilevanti. Le imprese che sviluppano applicazioni o algoritmi su piattaforme proprietarie potrebbero trovarsi vincolate a un ecosistema specifico, con costi e complessità elevati in caso di migrazione verso altri fornitori. In altre parole, scegliere oggi un cloud provider potrebbe significare scegliere anche il proprio futuro quantistico.

Nel frattempo, il mercato si muove a velocità sostenuta. Secondo le stime citate dall’Antitrust, il settore del quantum computing ha già superato il miliardo di dollari di fatturato globale, con proiezioni che lo portano oltre i 100 miliardi entro il 2040. Numeri che spiegano perché i grandi player tecnologici stiano accelerando, investendo e acquisendo startup con una certa disinvoltura. Una strategia che l’Autorità definisce, non senza una punta di preoccupazione, come “tech preemption”, ovvero la capacità di occupare in anticipo spazi tecnologici e di mercato, rendendo la competizione futura più complessa.

Il quadro italiano, in questo scenario, appare ancora frammentato. Le imprese attive nel quantum sono poco più di una dozzina, a fronte di ecosistemi ben più strutturati negli Stati Uniti, in Canada e in Germania. Anche sul fronte degli investimenti pubblici il divario è evidente, con risorse significativamente inferiori rispetto ad altri grandi Paesi europei. Qualche aspettativa ruota attorno al miliardo di euro previsto da Cdp Venture Capital per le tecnologie emergenti, ma la distribuzione effettiva di questi fondi resta ancora da definire.

L’indagine dell’Antitrust, che prevede una consultazione pubblica aperta fino al 30 aprile e una conclusione entro la fine del 2026, si inserisce quindi in un momento cruciale. Non si tratta solo di vigilare su eventuali comportamenti anticoncorrenziali, ma di comprendere in anticipo le dinamiche di un mercato che potrebbe diventare centrale per l’economia digitale dei prossimi decenni.

Sul fondo resta una domanda che accompagna ogni grande trasformazione tecnologica: l’innovazione corre più veloce della regolazione o, questa volta, il regolatore riuscirà a tenere il passo? Nel frattempo, gli hyperscaler continuano a costruire il futuro, un data center alla volta. E forse anche qualche qubit.