L’intervento di Larry Fink al Corriere della Sera, raccolto da Federico Fubini, è uno di quei casi in cui la finanza globale prova a raccontare il futuro senza usare troppi giri di parole. Il risultato è una visione lucida, a tratti ottimista, ma con un sottotesto chiaro: chi resta fermo, nel mondo che si sta delineando, rischia seriamente di essere tagliato fuori. E se c’è un filo rosso che attraversa tutta l’intervista, quello è l’intelligenza artificiale. Non come moda passeggera, ma come infrastruttura invisibile della nuova economia.
L’AI come forza macroeconomica (non solo tecnologica)
Nella lettura di Fink, l’AI non è semplicemente un settore su cui investire, ma una variabile capace di alterare equilibri macroeconomici consolidati. Mentre la de-globalizzazione e la rilocalizzazione produttiva spingono verso una nuova inflazione, l’intelligenza artificiale agisce in direzione opposta: automatizza, ottimizza, riduce costi. Una tensione quasi filosofica, oltre che economica.
Secondo Fink, questa forza deflazionistica potrebbe attenuare gli effetti inflattivi della nuova geopolitica industriale. Non è poco, considerando che la frammentazione delle catene di approvvigionamento è oggi uno dei principali driver dell’aumento dei prezzi. E mentre i governi spendono per produrre “in casa”, l’AI lavora per rendere tutto più efficiente. Una partita aperta tra politica industriale e progresso tecnologico.
Energia: il vero collo di bottiglia dell’intelligenza artificiale
Se c’è un passaggio dell’intervista che merita di essere incorniciato, è quello sull’energia. Fink lo sintetizza con brutalità elegante: il fondamento dell’AI sono gli elettroni. E gli elettroni, banalmente, vanno prodotti.
Qui emerge uno dei punti meno discussi nel dibattito pubblico ma più rilevanti per gli investitori: l’intelligenza artificiale è energivora. Molto più di quanto si immagini. Data center, modelli avanzati, infrastrutture di calcolo richiedono quantità crescenti di elettricità. Da qui la sua posizione pragmatica: servono tutte le fonti energetiche. Rinnovabili, gas, nucleare. Non per ideologia, ma per necessità sistemica.
L’Europa, secondo questa logica, rischia un doppio ritardo. Da un lato infrastrutture energetiche insufficienti, dall’altro una dipendenza industriale da paesi come la Cina per componenti chiave come batterie e pannelli solari. La soluzione proposta è quasi provocatoria: collaborare con i cinesi per produrre in casa oppure sviluppare una filiera autonoma.
Nel mondo dell’AI, insomma, l’autonomia energetica diventa sovranità tecnologica.
AI e produttività: il caso Giappone come anticipo del futuro europeo
Fink guarda al Giappone come a un laboratorio avanzato. Un Paese con popolazione in calo, forza lavoro ridotta e una necessità urgente di aumentare la produttività attraverso la robotica e l’AI.
Secondo il CEO di BlackRock, Italia ed Europa si troveranno presto nella stessa condizione. E qui emerge un messaggio chiave: l’intelligenza artificiale non è una minaccia al lavoro, ma una leva per sostenere salari e crescita in società che invecchiano. L’alternativa, suggerisce implicitamente, è stagnazione.
Dalla globalizzazione all’automazione distribuita
Un altro passaggio cruciale riguarda la trasformazione della globalizzazione. Non è morta, dice Fink, ma si sta evolvendo. E l’AI è il motore di questa evoluzione.
Grazie all’automazione avanzata, diventa economicamente sostenibile riportare produzioni vicino ai mercati di consumo. Non più quindi delocalizzazione estrema, ma una rete più resiliente e distribuita.
Questo cambia profondamente la geografia industriale globale. E apre una nuova stagione di investimenti in tecnologie produttive, infrastrutture e competenze digitali.
Polarizzazione economica e innovazione dal basso
Fink non nasconde poi un aspetto meno rassicurante. L’AI rischia di accentuare una dinamica già in atto: la polarizzazione economica, dove pochi vincono molto e molti restano indietro.
Le grandi aziende continueranno a crescere, grazie alla loro capacità di investire massicciamente in tecnologia. Ma, allo stesso tempo, l’innovazione potrebbe nascere sempre più spesso dal basso. Startup, piccoli team, perfino singoli sviluppatori.
Il vero rischio: la paura del cambiamento
Tra le righe dell’intervista emerge un timore più sociale che economico. Non è l’AI in sé a preoccupare, ma la reazione delle persone. Se cittadini e governi rallentano l’adozione per paura, il risultato è già scritto: altri Paesi, in primis la Cina, prenderanno il vantaggio.
Il messaggio è diretto, quasi brutale: non adottare l’AI non è una scelta neutrale. È una rinuncia competitiva.
Investire nel futuro (anche quando fa paura)
Il ragionamento di Fink alla fine torna sempre lì: il lungo periodo. Che si parli di mercati finanziari, energia o intelligenza artificiale, la logica è la stessa. L’incertezza crea volatilità, ma anche opportunità e restare fuori, per paura, ha un costo.
L’esempio sugli investimenti degli ultimi vent’anni è emblematico, ma il sottotesto è ancora più attuale: chi non investe oggi nelle trasformazioni guidate dall’AI rischia di non partecipare alla crescita di domani. Non è solo una questione finanziaria, è una questione di posizionamento storico.
L’AI come nuova infrastruttura del capitalismo
L’intervista di Fink non è una previsione tecnologica. È una lettura sistemica del capitalismo contemporaneo. L’intelligenza artificiale emerge come una nuova infrastruttura, al pari dell’elettricità o di Internet. Invisibile, pervasiva, inevitabile.
E come tutte le grandi infrastrutture, ridisegnerà vincitori e vinti. Con una differenza rispetto al passato: questa volta il cambiamento sarà più rapido. E probabilmente meno indulgente con chi rimane indietro.