OpenAI ha appena chiuso il round di finanziamento privato più grande nella storia della tecnologia moderna: 122 miliardi di dollari raccolti da investitori di tutto il mondo, che proiettano la valutazione della società sviluppatrice di ChatGPT a 852 miliardi di dollari. Una cifra che farebbe impallidire il Pil di molti stati e che, diciamolo, comincia a rendere difficile anche solo trovare un paragone sensato.

Il finanziamento, in gestazione da mesi con la discrezione tipica di chi sta per fare qualcosa di clamoroso, consolida la posizione di OpenAI come protagonista assoluta della corsa globale all’intelligenza artificiale, con risorse economiche sufficienti a comprare chip, data center e talenti a ritmi industriali.

A guidare la lista dei generosi è Amazon, che ha messo sul tavolo 50 miliardi di dollari. Un impegno notevole, sebbene con una clausola degna di un contratto kafkiano: 35 miliardi di quei dollari arriveranno solo se OpenAI andrà in borsa oppure raggiungerà quella nebulosa pietra miliare che tutti citano e nessuno sa definire con precisione, ossia l’intelligenza artificiale generale. Nel frattempo, Nvidia e SoftBank hanno partecipato ciascuna con 30 miliardi di dollari, confermando che nel grande gioco dell’AI chi non scommette rischia di rimanere fuori dalla partita.

Accanto ai grandi nomi, per la prima volta nella sua storia, OpenAI ha aperto i canali bancari agli investitori individuali, raccogliendo oltre 3 miliardi di dollari da persone fisiche. Una democratizzazione dell’accesso che si completa con l’annuncio dell’inclusione nei fondi ETF di Ark Invest, la società guidata da Cathie Wood, permettendo a chiunque abbia un conto titoli di puntare sull’AI come se acquistasse quote di un indice azionario.

Questo finanziamento supera di gran lunga anche la più grande IPO mai realizzata — Sarah Friar, CFO di OpenAI

Sarah Friar, direttore finanziario di OpenAI, ha spiegato che l’operazione è progettata per garantire all’azienda ampia flessibilità operativa, in un momento in cui i mercati pubblici mostrano segnali di nervosismo anche a causa del contesto geopolitico segnato dal conflitto in Iran. La liquidità disponibile servirà a finanziare un piano di investimenti in infrastrutture fisiche che OpenAI ha già quantificato in oltre 1,4 trilioni di dollari nei prossimi anni, una cifra che fa capire perché il settore necessiti di questo genere di round straordinari per sperare di stare al passo con le proprie ambizioni.

In questo contesto, la competizione con Anthropic resta serrata. Le due società condividono non solo l’ambizione di ridisegnare il futuro dell’AI, ma anche una parte consistente del loro libro paga di investitori e fornitori: Amazon e Nvidia, ad esempio, compaiono nei cap table di entrambe. Questa sovrapposizione ha già sollevato qualche sopracciglio tra gli analisti, preoccupati per le potenziali conseguenze sistemiche se la tecnologia non dovesse mantenere le promesse elevatissime che giustificano queste valutazioni.

Friar ha parlato di quotazione in borsa con quella sobrietà calibrata di chi vuole mantenere le opzioni aperte senza scatenare movimenti di mercato prematuri. OpenAI, ha detto, deve essere “idonea a diventare una società quotata“, una formulazione che nel gergo finanziario si traduce come: stiamo lavorando a un’IPO ma non confermiamo nulla ancora. L’obiettivo dichiarato è che la quotazione possa fungere da momento di rafforzamento della fiducia nei confronti dell’azienda e del mercato AI in generale. Anthropic, nel frattempo, starebbe percorrendo la stessa strada, con entrambe le startup che potrebbero sbarcare sui mercati pubblici già nel corso del 2026.

Wall Street guarda con curiosità mista ad appetito. L’interesse per aziende in rapida crescita ma ancora non profittevoli non è mai stato così alto, anche se il ricordo delle bolle tech del passato suggerisce una certa cautela. Per ora, però, il segnale che arriva dal mercato privato è inequivocabile: 122 miliardi di dollari raccolti in un solo round è un voto di fiducia difficile da ignorare, qualunque cosa dica il conto economico di fine anno.