Nel momento in cui si pronuncia il nome di Dario Guarascio, si entra in una zona grigia della riflessione economica contemporanea dove le categorie classiche sembrano improvvisamente obsolete, quasi folkloristiche. Il suo lavoro sull’imperialismo digitale non è soltanto un esercizio accademico ma una radiografia chirurgica del capitalismo contemporaneo, una di quelle analisi che disturbano perché funzionano. L’idea è semplice, quasi brutale nella sua linearità: il potere non si limita più a controllare territori o risorse fisiche, ma si insinua nei flussi di dati, nei protocolli software, nelle infrastrutture invisibili che regolano la nostra quotidianità. Non è un caso che le nuove rotte imperiali non passino più per il Canale di Suez ma per i data center distribuiti tra California, Virginia e qualche enclave strategica nel Nord Europa.
Il concetto di imperialismo, se riportato alla sua radice storica, evoca immediatamente immagini di cannoniere e colonie, di compagnie delle Indie e trattati commerciali imposti con la forza. Oggi, invece, si presenta con l’interfaccia elegante di Google, Facebook, X e Amazon, piattaforme che non conquistano territori ma abitudini, che non impongono tasse ma modelli cognitivi. La vera infrastruttura critica non è più il porto, ma l’algoritmo. La vera moneta non è il dollaro, ma il dato. Frase breve, quasi lapidaria: chi controlla i dati controlla il comportamento; chi controlla il comportamento controlla il mercato; chi controlla il mercato controlla la politica.
La relazione tra Stato e Big Tech, descritta con lucidità da Guarascio, non è una semplice collaborazione ma una forma evoluta di simbiosi strategica. Negli Stati Uniti questa dinamica affonda le radici nel cosiddetto complesso militar-industriale, concetto reso celebre da Dwight D. Eisenhower, che oggi si è trasformato in qualcosa di più sofisticato e meno visibile: un complesso militar-digitale. Non si tratta più solo di produrre armamenti, ma di sviluppare sistemi autonomi, piattaforme di sorveglianza e modelli predittivi capaci di anticipare comportamenti individuali e collettivi. La guerra, se vogliamo essere cinici, è diventata un problema di machine learning.
Le piattaforme digitali non sono quindi semplici attori economici, ma infrastrutture geopolitiche. Quando Google sviluppa modelli di intelligenza artificiale o quando Amazon Web Services fornisce infrastruttura cloud a enti governativi, non siamo più nel campo della concorrenza di mercato ma in quello della strategia nazionale. Il confine tra pubblico e privato si dissolve, sostituito da un continuum di interessi convergenti. Le cosiddette “porte girevoli” non sono una deviazione del sistema; sono il sistema.
Basta osservare i percorsi professionali di molti dirigenti per rendersi conto che il passaggio tra Silicon Valley e apparato statale non è un’eccezione ma una prassi. Figure chiave transitano da incarichi in Pentagon a ruoli esecutivi nelle Big Tech e viceversa, creando una rete di influenza che rende difficile distinguere dove finisca l’interesse pubblico e dove inizi quello aziendale. Una coincidenza? Solo per chi crede ancora che il mercato sia un’entità neutrale.
Nel frattempo, l’Europa osserva, regola, spesso rincorre. Il tentativo di costruire un’alternativa attraverso normative come il Digital Markets Act o il più recente AI Act appare, in questo contesto, come una risposta necessaria ma tardiva. La regolazione è per definizione reattiva, mentre il potere tecnologico è proattivo. Il risultato è un disallineamento strutturale che rischia di trasformare il continente in un consumatore sofisticato ma dipendente, una sorta di colonia digitale ad alto reddito.
La Cina, dall’altra parte, non rappresenta un’alternativa ideologica ma una variazione sul tema. Il rapporto tra Stato e Big Tech in Cina è ancora più esplicito, quasi dichiarato. Aziende come Alibaba e Tencent operano in un contesto in cui il Partito Comunista mantiene un controllo diretto sulle infrastrutture digitali e sui flussi di dati. Il risultato è un modello di imperialismo digitale che non si nasconde dietro il linguaggio del mercato ma si presenta per quello che è: una strategia di potere.
Il confronto tra Stati Uniti e Cina non è quindi uno scontro tra modelli opposti, ma tra varianti dello stesso paradigma. Entrambi utilizzano le piattaforme digitali come strumenti di proiezione geopolitica, entrambi vedono nei dati una risorsa strategica, entrambi integrano tecnologia e sicurezza in un’unica architettura operativa. Cambiano le narrazioni, non le logiche sottostanti.
Nel mezzo, il cittadino-consumatore diventa produttore involontario di valore. Ogni ricerca su Google, ogni interazione su Facebook, ogni acquisto su Amazon alimenta un ecosistema che trasforma comportamento in dato e dato in potere. Una forma di estrazione che ricorda, con una certa ironia storica, le dinamiche coloniali del passato. Solo che questa volta la materia prima non è il cotone o il petrolio, ma l’attenzione umana.
Si potrebbe obiettare che tutto questo ha portato benefici enormi in termini di efficienza, innovazione e accesso all’informazione. Ed è vero. Il punto, tuttavia, non è negare i benefici ma interrogarsi sulla distribuzione del potere che ne deriva. La tecnologia, come ricordava Langdon Winner, ha sempre una dimensione politica. Ignorarla è una scelta, non una necessità.
L’imperialismo digitale, nella sua forma attuale, non ha bisogno di eserciti permanenti o occupazioni territoriali. Funziona attraverso standard tecnologici, ecosistemi chiusi, lock-in cognitivi. Una volta entrati in un determinato ambiente digitale, uscirne diventa costoso, se non impossibile. La dipendenza non è imposta, è progettata.
Il vero paradosso è che questo sistema si presenta come inevitabile, quasi naturale. La narrativa dominante suggerisce che l’evoluzione tecnologica segua una traiettoria autonoma, indipendente da scelte politiche o interessi economici. Nulla di più comodo per chi detiene il potere. Nulla di più pericoloso per chi lo subisce senza rendersene conto.
Una frase che merita di essere scolpita, anche a costo di sembrare provocatoria: il capitalismo digitale non ha abolito l’imperialismo, lo ha semplicemente reso più efficiente, più invisibile, più difficile da contestare. Non si tratta più di conquistare territori, ma di definire le regole del gioco globale.
Il lavoro di Guarascio si inserisce in questa linea di pensiero con una chiarezza che raramente si incontra nel dibattito pubblico. Non offre soluzioni facili, e forse è proprio questo il suo valore. In un’epoca ossessionata dalle roadmap e dai framework, ricordare che alcune dinamiche sono strutturali e non contingenti è quasi un atto rivoluzionario.
Alla fine, la domanda non è se l’imperialismo digitale esista, ma quanto siamo disposti a tollerarlo. Oppure, in termini più pragmatici: quanto costa davvero la comodità di un ecosistema perfettamente integrato, dove tutto funziona, tutto è connesso, tutto è tracciabile. La risposta, come spesso accade, non è nel prezzo che paghiamo, ma nel potere che cediamo.