Dublino non è più soltanto la porta d’ingresso europea per le multinazionali della tecnologia, ma un laboratorio a cielo aperto dove si misura il costo reale dell’economia dei dati. Dietro cancelli blindati e sistemi di sicurezza degni di un film di spionaggio, i data center stanno ridisegnando il futuro digitale del continente, mentre sollevano una domanda scomoda: quanto siamo disposti a pagare, in termini energetici e ambientali, per diventare un hub del cloud?

Il racconto parte da un paradosso affascinante. L’area metropolitana di Dublino, poco più di un milione di abitanti, ospita una concentrazione di data center che rivaleggia con metropoli ben più grandi. Con oltre 1.150 megawatt installati, si posiziona tra i leader europei del settore, appena dietro Londra e ben davanti a molte altre capitali europee. Una crescita che ha il sapore della corsa all’oro, dove al posto dei cercatori ci sono ingegneri e al posto delle pepite scorrono petabyte di dati.

A evocare questa immagine è anche chi costruisce queste infrastrutture. Secondo Damien Gaynor di Echelon Data Centres, i dati rappresentano il nuovo oro. E come ogni corsa all’oro che si rispetti, gli investimenti sono colossali. Un singolo complesso alle porte di Dublino arriva a costare 1,5 miliardi di euro, senza contare l’hardware che verrà installato dai clienti, spesso colossi americani che preferiscono restare discretamente nell’ombra.

Il problema è che questa ricchezza digitale non è immateriale come potrebbe sembrare. I data center consumano energia, molta energia. Nel 2024 hanno assorbito il 22 per cento dell’elettricità nazionale irlandese, contro appena il 5 per cento del 2015. Se le previsioni saranno confermate, si arriverà al 31 per cento entro il 2034. Tradotto in termini più concreti vuol dire che queste strutture consumano più dell’intero settore residenziale urbano del Paese.

La rete elettrica, come prevedibile, ha iniziato a scricchiolare. Già nel 2021 si sono moltiplicate le cosiddette allerte arancioni, segnali di un equilibrio sempre più fragile tra domanda e offerta. Per evitare blackout su scala nazionale, le autorità hanno dovuto correre ai ripari costruendo nuove centrali a gas e petrolio. Un intervento che risolve l’emergenza ma complica, e non poco, gli obiettivi climatici.

Qui il dibattito si fa più acceso. Da un lato il governo irlandese continua a sostenere lo sviluppo del settore, vedendo nei data center una leva economica fondamentale. Dall’altro, voci critiche come quella di Rosi Leonard e dell’eurodeputata Lynn Boylan mettono in guardia su un modello che rischia di essere insostenibile. La crescita delle energie rinnovabili, che oggi coprono circa il 38 per cento della produzione elettrica, è stata di fatto assorbita interamente dall’aumento della domanda dei data center. Un progresso che, ironicamente, non ha ridotto le emissioni complessive.

La questione non è solo ambientale ma anche sociale. In alcuni casi, infrastrutture energetiche pensate per supportare lo sviluppo urbano e industriale finiscono per essere interamente assorbite dai data center. Il risultato è che i costi vengono distribuiti sulla collettività, mentre i benefici restano concentrati nell’ecosistema tecnologico. Una dinamica che alimenta tensioni sempre più visibili.

Eppure, fermare questa macchina sembra quasi impossibile. Il governo ha recentemente revocato la moratoria sui nuovi allacciamenti nella zona di Dublino, introducendo requisiti più stringenti. I nuovi data center dovranno garantire una propria capacità di produzione energetica e raggiungere una quota dell’80 per cento di energia rinnovabile entro sei anni. Una soluzione che prova a mediare tra crescita economica e sostenibilità, anche se resta da vedere quanto sarà efficace nella pratica.

Nel frattempo, le aziende difendono il proprio ruolo con argomentazioni che non mancano di logica. Secondo Peter Lantry di Equinix, il consumo energetico elevato è il prezzo da pagare per attrarre investimenti, creare posti di lavoro e generare entrate fiscali. Non solo, i data center possono contribuire alla stabilità della rete grazie alle loro infrastrutture energetiche, in grado di compensare l’intermittenza delle fonti rinnovabili come l’eolico.

La partita, però, non si gioca solo tra istituzioni e multinazionali. Nei piccoli centri, cittadini ed ex ingegneri si organizzano per opporsi a nuovi progetti, portando la battaglia anche nelle aule di tribunale, un po’ come sta accadendo nelle aree rurali degli Stati Uniti. Il confronto assume così i contorni classici di Davide contro Golia, con esiti finora favorevoli ai grandi operatori ma con un impatto mediatico crescente.

A rendere il quadro ancora più interessante è il contesto globale. La domanda di infrastrutture per l’intelligenza artificiale continua a crescere, e figure come Jensen Huang ricordano che l’AI non eliminerà il lavoro, ma lo trasformerà, aumentando la necessità di competenze e infrastrutture. Il che, tradotto, significa ancora più data center.

Abbiamo parlato dell’Irlanda perché è l’esempio di un Paese che si trova davanti a un bivio, in una situazione che riguarda tutta l’Europa: continuare a espandere il proprio ruolo di hub del cloud, accettandone i costi energetici e ambientali (pensiamo a quello che sta succedendo nell’hinterland milanese) oppure rallentare per cercare un modello più sostenibile. La sensazione è che la risposta, almeno per ora, sia già stata scelta.

Perché quando i dati diventano il nuovo oro, rinunciare a scavare non è mai una decisione facile. Anche se la miniera, questa volta, rischia di prosciugare la rete elettrica prima ancora delle riserve.