Ridurre il personale per crescere. Il paradosso non è nuovo nell’industria dei media, ma quando a pronunciarlo è una macchina da notizie con quasi due secoli di storia come Associated Press, vale la pena fermarsi un attimo. Non tanto per la sorpresa, quanto per il significato profondo della mossa: la carta stampata smette definitivamente di essere il centro dell’universo informativo, mentre tecnologia e intelligenza artificiale si prendono una fetta sempre più ampia del tavolo.

La notizia è semplice solo in apparenza. L’AP ha deciso di offrire una buonuscita a un numero non precisato di giornalisti negli Stati Uniti, con l’obiettivo dichiarato di accelerare la transizione da quello che, fino a questo momento, è stato un giornalismo costruito su misura per i quotidiani. Proprio quel modello che, ironia della sorte, la stessa agenzia aveva contribuito a inventare nella metà dell’Ottocento. All’epoca, condividere i costi delle notizie tra testate locali era innovazione pura; oggi, quel sistema è diventato un’eredità ingombrante.

Julie Pace, executive editor dell’agenzia, ha messo le cose in chiaro con una frase che suona come un epitaffio elegante: AP non è una newspaper company e non lo è da tempo. Anche perché la stampa, un tempo principale fonte di ricavi, oggi pesa appena per il 10%. Non esattamente il tipo di percentuale che giustifica una struttura editoriale pensata per servire redazioni locali in ogni angolo degli Stati Uniti.

Il declino della carta stampata, del resto, è sotto gli occhi di tutti sotto la pressione di un modello di fruizione digitale che ha radicalmente trasformato il consumo di notizie. La causa principale è da ricercare nell’affermarsi sempre di più di un modello di “info-snacking”: le informazioni vengono consumate come snack, rapidamente, in piccole quantità, spesso senza profondità e senza continuità. Il problema è che, a forza di “spuntini”, il pasto vero scompare. Così, invece di leggere un articolo completo o seguire un tema nel tempo, l’utente medio scorre titoli, notifiche, brevi video, post social. Pochi secondi per contenuto, poi si passa oltre. Il risultato è un flusso continuo di micro-informazioni che raramente si trasformano in conoscenza strutturata.

Problema ulteriormente amplificato dalle piattaforme social che hanno costruito interfacce pensate per massimizzare velocità e quantità di contenuti consumati.

Qui entra in gioco il concetto economico di “commoditizzazione”. Quando un bene diventa una commodity, perde unicità e valore distintivo. Nel caso delle notizie, succede questo: se tutti pubblicano le stesse informazioni, nello stesso formato rapido, e distribuite sugli stessi canali, il contenuto diventa intercambiabile. Un titolo vale l’altro, una breaking news è identica su dieci piattaforme diverse.

Il paradosso è evidente. Mai come oggi l’informazione è abbondante, eppure il valore percepito della singola notizia tende a zero. Non perché sia meno importante, ma perché è sovrabbondante, replicabile e consumata troppo velocemente per lasciare traccia.

L’info-snacking ha anche un effetto sulla memoria e sull’attenzione. Le notizie non vengono più “possedute” dal lettore, ma solo attraversate. È un consumo senza accumulo. Si sa un po’ di tutto, ma in modo superficiale e temporaneo. Dopo poche ore, gran parte di ciò che è stato visto viene dimenticato, sostituito da nuovi stimoli.

Per le aziende editoriali, questo modello è un’arma a doppio taglio. Da un lato aumenta il traffico e l’engagement nel breve periodo. Più contenuti brevi significano più clic, più visualizzazioni, più opportunità pubblicitarie. Dall’altro lato, però, distrugge il valore a lungo termine. Se il pubblico non distingue più tra una fonte e l’altra, la fedeltà crolla e il prezzo che si può chiedere per l’informazione si abbassa drasticamente.

Ed è qui che il discorso si collega all’intelligenza artificiale. Sistemi sviluppati da aziende come OpenAI o Google sono perfettamente adatti a operare in un contesto di contenuti “snack”. Possono generare riassunti, titoli, brevi aggiornamenti in modo rapido e scalabile. Se la notizia è ridotta a poche righe standardizzate, diventa ancora più facile automatizzarla.

Questo non significa che il giornalismo sia destinato a scomparire, ma che si sta polarizzando. Da una parte c’è l’informazione veloce, consumabile in pochi secondi, sempre più simile a una commodity e sempre più automatizzabile. Dall’altra c’è un contenuto più profondo, analitico, contestualizzato, che richiede tempo e attenzione ma mantiene un valore distintivo.

In mezzo, lo spazio si restringe. Ed è questa la vera sfida per gli editori oggi.

L’AP dal canto suo ha deciso di investire in modo deciso nel giornalismo visivo, raddoppiando il numero di video giornalisti negli Stati Uniti dal 2022. Qui la scelta non è legata ad una questione di formato, ma di linguaggio. Le immagini viaggiano meglio sui social, si integrano perfettamente nelle piattaforme digitali e, dettaglio non trascurabile, piacciono molto agli inserzionisti.

Ma il vero punto di svolta, quello che merita una sottolineatura in grassetto, riguarda l’intelligenza artificiale. Qui la narrazione si fa più interessante e, per certi versi, meno lineare. L’AI non è il motivo diretto dei tagli, ma è parte integrante del nuovo modello di business. In altre parole, non sta sostituendo i giornalisti uno a uno, ma sta ridefinendo il mercato in cui quei giornalisti operano.

L’AP è stata tra le prime organizzazioni editoriali a stringere accordi con aziende di intelligenza artificiale, concedendo in licenza il proprio archivio testuale a OpenAI nel 2023. Un passaggio simbolico e concreto allo stesso tempo. I contenuti prodotti in decenni di lavoro umano diventano materia prima per addestrare modelli che, almeno in parte, potranno generare contenuti autonomamente. Un ciclo che ha qualcosa di affascinante e, per qualcuno, leggermente inquietante.

Non finisce qui. L’agenzia ha stretto accordi con Google per alimentare il chatbot Gemini con notizie aggiornate e ha lanciato piattaforme come Snowflake Marketplace e AP Intelligence per vendere dati a imprese, dal settore finanziario alla pubblicità. E questo, dal punto di vista dei ricavi, al momento sembra funzionare: i ricavi provenienti da aziende tecnologiche sono cresciuti del 200% negli ultimi quattro anni. Una curva che racconta meglio di qualsiasi dichiarazione dove si sta spostando il baricentro dell’informazione.

Tra le nuove fonti di ricavo spunta anche il mercato delle previsioni. NOn quelle meteo ovviamente: l’AP, ad esempio, ha siglato un accordo con Kalshi per vendere dati sulle elezioni statunitensi. Un’evoluzione che trasforma l’informazione in infrastruttura per decisioni finanziarie e scommesse regolamentate. Dal raccontare i risultati al monetizzarli in tempo reale: il passo è breve, ma significativo.

Il risultato finale di tutti questi elementi è una trasformazione strutturale del mondo dell’editoria: meno dipendenza dalla carta, più integrazione con piattaforme tecnologiche, maggiore valorizzazione dei dati e dei contenuti multimediali, in un mondo in cui le notizie diventano dati e i dati alimentano algoritmi.

In questo contesto, peraltro, il giornalismo, così come il ruolo degli editori, non scompare ma cambia forma, proprio come ha sempre fatto.