Fino ad oggi la narrativa è stata semplice: chi controlla OpenAI guida la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Poi arriva un momento in cui i numeri iniziano a raccontare una storia leggermente diversa e, per certi versi, molto più interessante. Secondo le ultime stime, Anthropic si prepara a superare il suo storico rivale in termini di ricavi annualizzati.

L’azienda guidata da Dario Amodei punta a oltre 30 miliardi di dollari di fatturato entro l’inizio del 2027, mentre OpenAI, che pure continua a crescere, si fermerebbe attorno ai 24 miliardi su base annua.

Un sorpasso che non è solo numerico, ma profondamente simbolico. Perché fino a ieri OpenAI era il punto di riferimento assoluto nel settore, mentre oggi, invece, il mercato sembra iniziare a premiare un modello diverso.

La differenza sta tutta nel tipo di business.

OpenAI ha conquistato il mondo con un prodotto di massa: centinaia di milioni di utenti, oltre 900 milioni a settimana, che interagiscono con i suoi strumenti. Numeri da piattaforma globale, quasi da social network verrebbe da dire. Ma con un piccolo dettaglio che pesa più di quanto sembri: solo una minoranza paga.

Anthropic, al contrario, ha scelto una strada meno appariscente ma decisamente più redditizia. Meno utenti, più aziende. Meno hype consumer, più contratti enterprise. E, soprattutto, un prodotto che ha trovato il suo pubblico ideale: Claude, in particolare nella sua versione per sviluppatori, è diventato rapidamente uno standard tra i programmatori.

Il risultato è un’accelerazione che ha pochi precedenti anche per gli standard della Silicon Valley. In pochi mesi, Anthropic è passata da 9 a 19 miliardi di dollari di ricavi annualizzati. Una crescita che non solo è rapida, ma soprattutto sostenuta da un modello più prevedibile: abbonamenti aziendali, contratti a lungo termine, integrazioni profonde nei processi produttivi.

Questo non significa che la strada sia stata priva di ostacoli. Lo scorso mese di marzo, lo scontro con il Pentagono sull’uso dell’intelligenza artificiale in ambito militare aveva sollevato dubbi sul futuro dell’azienda. Essere etichettati, anche temporaneamente, come un rischio per la catena di approvvigionamento militare non è esattamente il miglior biglietto da visita.

Eppure, il contraccolpo è stato più limitato del previsto. Anzi, per un certo verso ha rafforzato l’immagine di Anthropic come player più prudente e attento alle implicazioni etiche. Una narrativa che, nel lungo periodo, potrebbe rivelarsi un vantaggio competitivo.

Nel frattempo, la società ha blindato la propria infrastruttura stringendo accordi strategici con Google e Broadcom per garantirsi l’accesso ai chip necessari. Perché, come ormai è chiaro a tutti, senza hardware non esiste software che tenga.

Sul fronte opposto, la situazione di OpenAI è più complessa di quanto i numeri puramente finanziari possano suggerire. Da un lato, la crescita continua; dall’altro, rallenta rispetto al ritmo vertiginoso dei primi anni. E soprattutto emergono segnali di tensione interna che iniziano a filtrare anche all’esterno.

Negli ultimi giorni si è parlato di una riorganizzazione della leadership, complicata dall’assenza temporanea di figure chiave come Fidji Simo. Ma non solo. Secondo diverse indiscrezioni, ci sarebbe stata anche una frizione tra Sam Altman e la CFO Sarah Friar, con quest’ultima esclusa da un incontro con un investitore dopo aver espresso dubbi sulla possibilità di una quotazione in Borsa entro l’anno.

Dettagli? Forse. Ma nella Silicon Valley i dettagli spesso anticipano le grandi svolte.

Il paradosso è difficile da ignorare. OpenAI resta più grande, più visibile e, almeno per ora, molto più valutata: circa 852 miliardi di dollari contro i 380 di Anthropic. Ha raccolto capitali enormi e continua a dominare l’immaginario collettivo dell’AI.

Eppure, il mercato sembra iniziare a premiare chi monetizza meglio, non chi fa più rumore. A questo punto, la domanda non è più chi guida la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Quella risposta cambia a seconda di cosa si misura: utenti, innovazione, ricavi.

La vera domanda è un’altra: quale modello è sostenibile nel lungo periodo?

Quello di OpenAI, costruito su una base enorme di utenti e su una promessa ancora in parte da monetizzare, o quello di Anthropic, più silenzioso ma già profondamente integrato nel tessuto produttivo delle aziende?

Nel dubbio, una cosa è certa: la guerra dell’AI è appena entrata nella sua fase più interessante. E, come spesso accade, non la vincerà chi parla di più, ma chi riesce a farsi pagare meglio.