A Londra il tempo delle raccomandazioni sembra finito. Il governo guidato da Keir Starmer ha deciso di alzare il livello dello scontro con le grandi piattaforme tecnologiche, introducendo una leva che nel settore fa sempre un certo effetto: la responsabilità personale dei dirigenti.

L’annuncio arriva dalla ministra della Tecnologia Liz Kendall, che ha messo sul tavolo una misura destinata a cambiare il rapporto tra politica e Big Tech. Se le piattaforme non rispetteranno le nuove regole sulla rimozione di contenuti illegali, in particolare immagini intime diffuse senza consenso, a risponderne non saranno solo le aziende, ma direttamente i loro vertici. E sì, tra le conseguenze possibili c’è anche il carcere.

Il contesto non è casuale. Negli ultimi mesi, il tema dei deepfake è uscito dai laboratori per entrare con forza nel dibattito pubblico, complice anche il caso legato a Grok, il chatbot sviluppato nell’orbita di Elon Musk, finito al centro delle polemiche per la generazione di contenuti manipolati. Episodi che hanno reso evidente quanto la tecnologia sia ormai in grado di produrre materiale altamente realistico, con impatti potenzialmente devastanti sulla vita delle persone.

La risposta britannica si inserisce in un pacchetto normativo più ampio, che include il Children’s Wellbeing and Schools Bill, già approvato dalla Camera dei Comuni. Non si arriva al divieto totale dei social per gli under 16, come sperimentato dall’Australia, ma la direzione è chiara: maggiore controllo, più responsabilità e meno margini di ambiguità.

Il meccanismo è semplice, almeno sulla carta. Le piattaforme dovranno garantire la rimozione rapida di immagini intime condivise senza consenso, incluse foto e video generati o manipolati tramite intelligenza artificiale. In caso contrario, le autorità potranno intervenire non solo con sanzioni economiche, ma anche con azioni legali dirette contro i dirigenti. Una scelta che segna un cambio di paradigma: dalla responsabilità aziendale a quella individuale.

A vigilare sull’applicazione delle regole sarà Ofcom, che avrà il compito di definire standard, verificare il rispetto delle norme e, se necessario, attivare le procedure sanzionatorie. Il messaggio è chiaro: non basta più avere policy scritte bene, serve dimostrare che funzionano davvero.

Dietro la stretta normativa c’è una pressione sociale crescente. “Troppe donne hanno visto le loro vite travolte dalla diffusione di immagini private senza consenso”, ha dichiarato Kendall, sottolineando come il fenomeno non sia più episodico ma sistemico. L’intelligenza artificiale, in questo contesto, agisce da moltiplicatore, abbassando drasticamente la soglia tecnica necessaria per creare contenuti dannosi.

Il punto, ancora una volta, è che la tecnologia corre più veloce delle regole. Generare un deepfake convincente richiede sempre meno competenze, mentre rimuoverlo in modo efficace e tempestivo resta un processo complesso, spesso frammentato tra piattaforme, giurisdizioni e responsabilità difficili da attribuire.

La scelta del Regno Unito prova a risolvere il problema alla radice, introducendo un incentivo molto concreto: se il rischio diventa personale, la priorità aziendale cambia automaticamente. Una logica che potrebbe fare scuola anche altrove, soprattutto in Europa, dove il dibattito sulla responsabilità delle piattaforme è già avanzato.

Resta da capire quanto questa strategia sarà efficace in un ecosistema globale, dove le grandi aziende tecnologiche operano oltre i confini nazionali e dove l’innovazione, soprattutto in ambito AI, continua a muoversi con una velocità difficile da contenere.

Nel frattempo, Londra manda un segnale netto. L’era in cui i contenuti generati dagli utenti o dagli algoritmi potevano essere gestiti come un problema secondario sembra avviarsi alla conclusione. E per i dirigenti delle Big Tech, il messaggio è fin troppo chiaro: non è più solo una questione di reputazione o di multe. Questa volta, la responsabilità potrebbe diventare personale.