Mentre mezzo mondo torna a fissare lo Stretto di Hormuz come se il calendario fosse rimasto fermo al 1973, i mercati fanno quello che sanno fare meglio: preoccuparsi di tutto, contemporaneamente. Perché sì, oltre alle tensioni geopolitiche, esistono ancora l’inflazione, le banche centrali che devono decidere cosa fare “da grandi” e, dettaglio non trascurabile, una valanga di trimestrali in arrivo dagli Stati Uniti.

La settimana in arrivo si presenta così, divisa in due universi paralleli. Da un lato il Medio Oriente, con il rischio concreto che il greggio torni a correre. Dall’altro i dati macroeconomici, che rientrano in scena con la delicatezza di un elefante in una sala trading.

Lunedì pomeriggio riflettori puntati su Christine Lagarde, attesa al summit di Accordi di Bretton Woods (o meglio, alla sua rievocazione moderna, perché la storia ama i remake). Nella stessa giornata passeranno quasi inosservati, ma non troppo, l’asta dei Bund tedeschi a breve termine e alcuni dati dalla Cina.

Il vero termometro resta però politico: i colloqui tra delegazioni americane e iraniane. Perché, il punto non è solo quanto petrolio verrà a mancare, ma per quanto tempo, e più a lungo lo stretto resta bloccato, più l’inflazione rialza la testa e più la crescita globale rallenta. Semplice, quasi brutale.

Martedì si entra nel vivo: prezzi alla produzione in Germania, inflazione spagnola e, soprattutto, i PPI americani. Dati che improvvisamente diventano “di tendenza”, perché raccontano quanto il caro petrolio stia già filtrando nel PCE, l’indicatore preferito della Fed. In altre parole: quanto il problema è già arrivato al consumatore.

Mercoledì sarà il turno dell’inflazione francese, di un’asta a lungo termine dei Bund e delle scorte di petrolio Usa, osservate speciali in un mercato che ormai reagisce a ogni barile come a un breaking news. In serata arriva il Beige Book della Fed: documento dal nome innocuo ma capace, spesso, di spostare più aspettative di interi discorsi ufficiali.

Giovedì mattina l’Europa si sveglierà con il Pil cinese già servito, seguito da quello britannico, dall’inflazione italiana e da quella dell’Eurozona. Nel pomeriggio, come da tradizione, i sussidi di disoccupazione americani. Venerdì, almeno sul fronte macro, promette una tregua. Ma solo apparente.

Perché il vero spettacolo sarà altrove: la stagione delle trimestrali. Si parte con Goldman Sachs, poi BlackRock, JPMorgan Chase, Citigroup e Wells Fargo. A metà settimana toccherà a Morgan Stanley e Bank of America, mentre giovedì sarà il turno di Netflix e Bank of New York Mellon. In sostanza: il cuore finanziario degli Stati Uniti passerà sotto i riflettori in pochi giorni.

E poi c’è l’elefante nella stanza che non ha bisogno di petrolio per muoversi: l’intelligenza artificiale. Anthropic, sostenuta da Google, continua a macinare progressi con i modelli Claude, alimentando entusiasmo e qualche brivido lungo la schiena degli addetti ai lavori.

Nel frattempo Michael Burry, sì, proprio quello di The Big Short, ha deciso di prendere di mira Palantir Technologies, riaprendo il dibattito sulla sostenibilità delle valutazioni nel settore.

In fondo, è qui che sta il filo rosso della settimana. Da una parte trader con il binocolo puntato sul Golfo Persico, dall’altra sviluppatori che iniziano a chiedersi se l’AI stia diventando troppo brava per essere lasciata senza guinzaglio (e il riferimento a Claude Mythos è asolutamente voluto). Nel mezzo, come sempre, inflazione, banche centrali e utili aziendali: un promemoria costante che, anche nell’era degli algoritmi, i mercati restano ancorati a numeri molto concreti.