L’Europa non corre, ma cammina con passo deciso. E se qualcuno a Bruxelles viene accusato di lentezza, Teresa Ribera Rodríguez , Commissaria europea per la concorrenza, risponde con un mezzo sorriso istituzionale: meglio arrivare con le prove in mano che inciampare nella fretta. Al forum European Pulse organizzato da POLITICO a Barcellona, la commissaria ha difeso con fermezza e, diciamolo, anche con una certa eleganza retorica, il percorso dell’Unione Europea nella regolazione delle Big Tech.

Secondo Ribera, il Digital Markets Act non è solo un insieme di regole, ma una vera trasformazione strutturale dell’economia digitale europea. Una “storia di successo”, la definisce senza esitazioni, con un tono che lascia intendere come Bruxelles non abbia alcuna intenzione di fare marcia indietro. Del resto, quando si tratta di riequilibrare i rapporti tra giganti tecnologici e concorrenti più piccoli, l’Europa sembra aver trovato la propria vocazione: fare da arbitro in una partita che per anni è stata giocata senza fischietto.

Il punto centrale, spiega Ribera, ruota attorno a due concetti chiave: interoperabilità e accesso ai dati. Che significa dare agli utenti più libertà di scelta e alle aziende più piccole una reale possibilità di competere. Non proprio una rivoluzione rumorosa, ma una di quelle trasformazioni silenziose che cambiano le regole del gioco mentre la partita è ancora in corso. E qualcosa, a suo dire, si è già mosso: miglioramenti tangibili nei servizi, nei dispositivi e nell’accesso alle piattaforme digitali.

Naturalmente, non tutti applaudono. Le critiche sulla lentezza nell’applicazione delle norme continuano ad arrivare, soprattutto in relazione ad alcune indagini delicate, come quella su Alphabet per quanto riguarda Google Search. Una questione su cui organizzazioni della società civile e concorrenti iniziano a perdere la pazienza, parlando apertamente di credibilità a rischio. Ribera, però, non si scompone. Ricorda che lo stato di diritto non è esattamente un fast food: richiede tempo, metodo e soprattutto la possibilità per tutte le parti coinvolte di difendersi.

Nel frattempo, il DMA si prepara a una revisione formale. Un passaggio inevitabile per capire cosa funziona davvero e dove intervenire. L’obiettivo resta chiaro: limitare il potere dei cosiddetti “gatekeeper”, tra cui Apple e Meta, evitando che possano soffocare la concorrenza prima ancora che questa abbia il tempo di nascere.

Interessante anche il capitolo internazionale. Ribera è appena rientrata da una missione negli Stati Uniti, tra Washington e Silicon Valley, dove ha incontrato funzionari governativi e dirigenti tech. Il quadro che emerge è meno conflittuale di quanto si potrebbe immaginare. Nonostante differenze politiche evidenti, esiste una sorprendente convergenza sulle priorità antitrust. Il dialogo con il Dipartimento di Giustizia americano resta aperto e, a quanto pare, anche piuttosto fluido.

“Sovranità decisionale”, sottolinea Ribera, ma con una porta sempre aperta al confronto. Un equilibrio sottile, quasi diplomatico, che riflette bene l’approccio europeo: regolamentare senza isolarsi, collaborare senza cedere.

Il risultato è un’Europa che prova a ritagliarsi un ruolo da protagonista nella governance digitale globale. Non con la velocità delle startup californiane, ma con la pazienza e la testardaggine di chi preferisce scrivere le regole piuttosto che subirle. E in un settore dove per anni le regole sembravano opzionali, non è esattamente un dettaglio.